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venerdì 22 gennaio 2010

I Cure ed i detersivi, ovvero Adorno aveva ragione

Qualche giorno fa stavo facendo la spesa in uno sfigatissimo Dìperdì di San Salvario, uno di quei luoghi abitualmente inquinati da una musica che non evolve dall'essere solo sottofondo. Spesso poi è solo una radio mainstream accesa, con il solito dj ritardato, il bollettino del traffico e l'ultimo singolo di Marco Carta. Quando si è proprio fortunati almeno il volume è basso, o il brusio dei clienti copre gli altoparlanti. Mentre ravanavo tra sughi pronti e robiole dagli altoparlanti, inattesa e sempre meravigliosa, si diffonde “Lullaby” (dei Cure, casomai qualcuno avesse dubbi e se ne avete ascoltatela). Sobbalzo per la piacevole sorpresa, come se avessi visto un ghepardo in Via Madama Cristina. La magnificenza di uno dei migliori singoli della ditta Smith e coll. ad allietare la perlustrazione di scaffali di pasta e detersivi. Non si potrebbe chiedere di meglio, infatti mi sono subito incantato ad ascoltare, eppure... Eppure qualcosa stonava. C'è qualcosa di inconciliabile tra la sinuosa ed ammaliante Lullaby (letteralmente “ninna-nanna”) ed un non-luogo, anonimo e vuoto, come un supermercato. Va bene sentire una melodia conturbante che induce una fascinazione ipnotica, evoca amplessi incantati (“his arms are all around me and his tongue in my eyes”, la lingua negli occhi, nientedimeno...), tensione e mistero mentre scegli la polpa di pomodoro? “Signore, c'è il 3x2 sui pelati!” e intanto “the spiderman is having you for dinner tonight". Non si incastra bene, vero? Malissimo, direi. E' stata la prima volta che Lullaby, alla fin fine, mi ha dato fastidio. Allora poniamoci il problema: che musica va bene in un supermercato? Non certo una musica attraente o raffinata, infatti nessuno si sogna di mettere Glenn Gould o Rachmaninoff al parcheggio dell'Ipercoop. Stai facendo acquisti, stai scegliendo che dentifricio comprare al bambino, non hai certo tempo per il Clavicembalo ben temperato o per la Sinfonia del Nuovo Mondo. La scelta è allora musica che non incanti, che resti sfondo sonoro e non colonna, che arredi senza proporsi, quindi anonima ed in quanto tale inutile se non sgradevole. Ma a questo punto, non sarebbe meglio il silenzio? Come diceva il buon Moni Ovadia (ma ho il forte sospetto che l'idea originale fosse di Adorno) andiamo sempre più verso una società che aggiunge (opzioni, sensazioni, stimoli) e sarebbe invece bello cominciare ad avere un'estetica del togliere. Sentiamo musica nei negozi e nel metrò (non parlo dell'ascolto in cuffia che escludendo il resto del mondo toglie anziché aggiungere), in banca, in spiaggia e sul posto di lavoro – con esiti nefasti, vedi qui – non rendendoci conto che alla musica buona, così facendo, facciamo un affronto. Chi propone per il Dìperdì i Cure o i Van Der Graaf Generator o i Calexico o chi diavolo volete, insomma qualunque cosa ascoltiate con dedizione, li sta degradando, negando la nobiltà della musica non-classica. Allora Lullaby continuerò ad ascoltarla, a subirne la ombrosa malìa, tutte le volte in cui potrà essere protagonista, nell'ipod o in autoradio o in casa mia. Ascoltarla la dove abitualmente dimorano Giusy Ferreri o Richard Clayderman è solo portarla al livello di questi ultimi e se anche i Cure sono stati di certo sopravvalutati, non si meritano tanto.

martedì 24 novembre 2009

La ricerca della raffinatezza ovvero sputtanatevi con Ludovico Einaudi

Quando lavoravo al Pronto Soccorso di Pinerolo sono stato destinato per un po' all'ambulatorio dei codici bianchi. Per chi non è pratico di emergenza, la sala dove si visita che non ha un problema urgente. Anche se sembra una sinecura, con responsabilità invero assai ridotte, era un attività di una noia mortale, preludio di una sicura e grave atrofia cerebrale. Unico benefit e ottimo palliativo nell'incessante stillicidio di pazienti praticamente sanissimi, era un PC collegato in rete e dotato di una signora scheda audio che la maggior parte dei miei colleghi usava per ascoltare in streaming Rete 105 o Latte e Miele.
Ora, benchè ascolti musica durante quasi qualunque attività della mia vita, non ho mai trovato che musica ascoltare mentre lavoro. Mi dà fastidio la radio, con i dj che sembrano tutti incocaliti gli uomini e tutte ninfomani le donne, e poi può sempre capitare che mentre ti stai concentrando un cretino chieda di ascoltare "Grazie Roma" e il vociare vendittiano invada la sala visita, rendendo l'ambiente invivibile. Non posso portarmi i miei album preferiti, perchè mi coinvolgono troppo: sarebbe difficile da spiegare (ai parenti, alla direzione sanitaria, al pm) perchè a metà della sutura il medico è balzato a urlare pappàra-pappa-papàra (.. stavo sentendo Let's spend the night together..) o go on go on just walk away go on go on your choice is made ("...i Cure, Eccellenza, i Cure!"). Infine, per combattere la noia assassina dei codici bianchi, mi ero risolto a portarmi dei CD, ma di musica estremamente rilassata, musique d'ameublement, come direbbe Faurè - Abo, hai visto che citazione! - e avevo scelto Music for Airports di Brian Eno e Onde di Ludovico Einaudi. Mentre il Ludovico senza Van sta arpeggiando in serenità entra una signora sui 55, con un trauma al polso, aria dimessa, che con un certo fastidio mi dice "ah, c'é la musica?". Sto per lanciarmi in una disamina della gradevolezza non invadente delle melodie da me selezionate, dell'eleganza raccolta di questi melismi, orgoglioso che, grazie a me ed al mio gusto, non eravamo martoriati da un ritardato sedicente dj, quando la madama, con una certa sicumera aggiunge: "Sono insegnante di pianoforte, odio questa musica basata su un solo accordo!". L'ho mandata a fare le radiografie, meditando su come i migliori sforzi non vengano mai apprezzati.