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giovedì 18 novembre 2010

Klezmatics, Wonder Wheel (2008)

Tra le tante cose che il grande Woody Guthrie ha lasciato dietro di sè c'è anche una corposa raccolta di testi scritti e mai musicati. I suoi eredi, per musicarli, hanno coinvolto una prima volta Billy Bragg ed i Wilco, con ottimi risultati. Correva il 1998 e la combinazione del inglesissimo Bragg e degli americanissimi Wilco  aveva portato ad un album molto intenso, sicuramente di successo (per quel che vuol dire, una nomination ai Grammy), certamente sbilanciato sul versante a stelle e strisce, con gran dovizia di steel guitars, banjo, organi hammond.
Adesso, su impulso di Nora Guthrie, ci riprovano i Klezmatics, con ingredienti, questa volta, completamente diversi. Anche se di americani di passaporto, i Klezmatics provengono da un area culturale abbastanza distante dal country-folk americano e la curiosità su come avrebbero potuto applicare i loro stilemi klezmer e jazz sulle rime baciate dei versi di Guthrie era pari solo alla perplessità sulla riuscita. Ammetto di aver comprato il CD con qualche titubanza, e l'idea di trovarmi con un album di covers di Guthrie in versione klezmer mi atterriva proprio. Ma con una gran mossa i Klezmatics spiazzano tutti e offrono un caleidoscopio melodico che di klezmer ha poco e di jazz niente. Come un'insalatona in cui alla fine tutti i gusti si armonizzano bene i Klezmatics spaziano dalle ninne nanne a Morricone, dalla musica celtica a quella mediorientale transitando per la psichedelia, piazzano vocalizzi estatici e chitarre distorte, ingaggiando un ottima vocalist di formazione celtica (Susan McKeown) ed un chitarrista che più americano non si può (Boo Reiner). Ci vogliono ben 7 brani per arrivare alla primo ed assaggio di klezmer vero, e nel frattempo si è transitati per violini arabeggianti, nebbie scozzesi, trombe mediterranee e fiati tropicali. Difficile identificare un brano preferito, forse l'accorato gospel di "Holy round" o la concitata "Mermaid Avenue" in stile zydeco- calypseggiante, alla fine la cosa più gradita è la sensazione di un meticciato culturale inebriante, di una musica che come un immenso baobab ha così tante radici che non vale più la pena contarle. Ah, e poi ha anche vinto il Grammy.