“I gigli che marciscono puzzano più delle erbacce”, diceva il semisconosciuto poeta inglese William Shakespeare, a proposito di un ex amante che non ricambiava più i suoi sentimenti. E' innegabile, gli ex amori fanno più danni dei nemici nati tali. E' così anche in musica, quel disco che all'inizio è piaciucchiato e poi, mmm, forse è un po' una palla, non lo ascolterete più. E ugualmente, quei tizi tanto bravini, se poi cominciano a tirarasela come scimmie in calore, diventano antipatici assai. Mi successo sovente in questi trascorsi anni zero, ed allora libero astio in libero stato. Tre esempi.
Primi, i Baustelle. Il loro “sussidiario illustrato dell'adolescenza” è un album sicuramente accattivante, che dimostra in pieno il loro pregio principale: sanno scrivere canzoni, di quelle vere, fatte proprio strofa-ritornello-strofa-ritornello, quelle che ti viene voglia di canticchiare sotto la doccia o mentre stai guidando. E come previsto le canzoni mi sono entrate in testa subito, semplici e briose. Potevano benissimo presentarsi come gli Stone Roses o i Primitives (non quelli di Mal, quelli inglesi, quelli di “Crash”) nostrani, canzonettari sì ma proprio bravi. Peccato che abbiano ammantato tutta la loro produzione con testi e ambienti volutamente torbidi, compiaciuti del loro esibizionismo e gusto voyeuristico, spesso incentrati sul binomio erotismo-violenza. Sembra che al momento di comporre si siano guardati in mezzo alle gambe per scoprire, oh merveille, di avere dei genitali funzionanti e che vogliano gridarlo al mondo come se avessero loro l'esclusiva della pulsione eterosessuale, specie della visuale adolescenziale della medesima. Le voci soffiate, i coretti orgasmici, i testi con la metrica stiracchiata (… il tuo romanzo eroticò... le donnine pornografiché ...si toccavanò... - non è composizione paratattica, è proprio scrittura di bassa lega) non contribuiscono a creare tensione erotica,ma a porsi il dubbio se ci sono o ci fanno. I Baustelle restano a metà strada, compiaciuti ma non gioiosi, sembra che scherzino e invece sono seri. Uniti sotto il vessillo della maladolescenza, è ovvio che a criticarli si corre fortissimo il rischio di essere tacciati di bigottismo. Ad usare un eufemismo, me ne fotto. E la prossima volta, se voglio pensare a sbirciate maliziose ed a pulsioni adolescenziali, compro un film con Gloria Guida.
Due! I Tetes de Bois. Un gruppo che per scrivere giusto il nome devi avere anche l'accento circonflesso sulla tastiera. Ho comprato al volo il loro “Férré, l'amore la rivolta”. Bella, molto bella l'idea di riprendere e magari svecchiare un po' Léo Férré, buona la compagnia di naviganti illustri (Nada, Daniele Silvestri, Banco...), poi, diciamocelo, i TdB suonano molto pulito. Cos'è allora che urta? La saccenza dell'operazione, la devozione maniacale che emana da ogni traccia, la presunzione che rifare passo a passo il tuo autore preferito faccia di te un epigono e non un semplice imitatore. Il punto è proprio che i TdB Férré non lo svecchiano per niente, anzi, tranne che in alcune belle eccezioni (su tutte “Non si può essere seri a 17 anni” e “Comme a Ostende”) la sensazione di noia, di polvere accumulata, del “proprio come una volta” la fanno da padrone. E l'esperienza dal vivo non migliora: tutti crucciatissimi ad esibire il loro spleen, ricordano una meravigliosa battuta di Cederna in Italia-Germania 4-3 di Barzini, quando ridicolizzando le sue pose adolescenziali diceva “giaccone nero, ruga fissa, sembravo il figlio di Strehler”. Ecco, sembrano tanti figli di Strehler, che però dimenticano tal padre putativo rischiando il ridicolo con versacchiotti tipo “tu sei il Viagra del mio cuore”. Per motivi ignoti, forse per palesare una inesistente poliedricità, ecco che quando non eseguono Férré producono un brano loro a titolo “Vomito”, assolutamanente azzeccato (il titolo, il brano è deprecabile). Ad ulteriore testimonianza dello smisurato ego che affligge costoro, nel cd è inclusa una traccia con le registrazioni della segreteria telefonica delle loro chiamate a casa Férré. La prima volta che senti “Gli anarchici” cantata da loro compri il CD, quando la senti nella versione dei contemporanei Les Anarchistes dei TdB rimangono le pose da intellettualini in vacanza a Saint Germain des Près e poco altro. Confesso, irritato da tanta sicumera non ho ascoltato il loro album successivo, dal titolo sicuramente geniale “Avanti Pop”. Ma ho troppa paura di bissare l'esperienza.
E tre! Daniele Sepe. Proprio lui, il mercuriale folletto della musica partenopea. Suonatore di qualunque strumento, enciclopedico conoscitore della musica mediterranea e non solo, session man di enorme valore, ha pubblicato alcuni dischi di cui alcuni (“Conosci Victor Jara”, “Spiritus Mundi”, “Jurnateri”) meravigliosi. Cosa mi delude, allora? Che in ogni album che pubblica c'è sempre un pezzo (o più) già pubblicato altrove e dal momento che specie dal vivo il Danielone recita la parte del compagno duro e puro, e dispensa giudizi poco lusinghieri a chi gli pare un riformista, che occasionalmente inneggia al free download, allora non ci siamo per niente e spiace che su 5 dischi che paghi in realtà ne porti a casa solo 4 o poco più. Controllate su http://www.danielesepe.com/dischi.html per credere!
Primi, i Baustelle. Il loro “sussidiario illustrato dell'adolescenza” è un album sicuramente accattivante, che dimostra in pieno il loro pregio principale: sanno scrivere canzoni, di quelle vere, fatte proprio strofa-ritornello-strofa-ritornello, quelle che ti viene voglia di canticchiare sotto la doccia o mentre stai guidando. E come previsto le canzoni mi sono entrate in testa subito, semplici e briose. Potevano benissimo presentarsi come gli Stone Roses o i Primitives (non quelli di Mal, quelli inglesi, quelli di “Crash”) nostrani, canzonettari sì ma proprio bravi. Peccato che abbiano ammantato tutta la loro produzione con testi e ambienti volutamente torbidi, compiaciuti del loro esibizionismo e gusto voyeuristico, spesso incentrati sul binomio erotismo-violenza. Sembra che al momento di comporre si siano guardati in mezzo alle gambe per scoprire, oh merveille, di avere dei genitali funzionanti e che vogliano gridarlo al mondo come se avessero loro l'esclusiva della pulsione eterosessuale, specie della visuale adolescenziale della medesima. Le voci soffiate, i coretti orgasmici, i testi con la metrica stiracchiata (… il tuo romanzo eroticò... le donnine pornografiché ...si toccavanò... - non è composizione paratattica, è proprio scrittura di bassa lega) non contribuiscono a creare tensione erotica,ma a porsi il dubbio se ci sono o ci fanno. I Baustelle restano a metà strada, compiaciuti ma non gioiosi, sembra che scherzino e invece sono seri. Uniti sotto il vessillo della maladolescenza, è ovvio che a criticarli si corre fortissimo il rischio di essere tacciati di bigottismo. Ad usare un eufemismo, me ne fotto. E la prossima volta, se voglio pensare a sbirciate maliziose ed a pulsioni adolescenziali, compro un film con Gloria Guida.
Due! I Tetes de Bois. Un gruppo che per scrivere giusto il nome devi avere anche l'accento circonflesso sulla tastiera. Ho comprato al volo il loro “Férré, l'amore la rivolta”. Bella, molto bella l'idea di riprendere e magari svecchiare un po' Léo Férré, buona la compagnia di naviganti illustri (Nada, Daniele Silvestri, Banco...), poi, diciamocelo, i TdB suonano molto pulito. Cos'è allora che urta? La saccenza dell'operazione, la devozione maniacale che emana da ogni traccia, la presunzione che rifare passo a passo il tuo autore preferito faccia di te un epigono e non un semplice imitatore. Il punto è proprio che i TdB Férré non lo svecchiano per niente, anzi, tranne che in alcune belle eccezioni (su tutte “Non si può essere seri a 17 anni” e “Comme a Ostende”) la sensazione di noia, di polvere accumulata, del “proprio come una volta” la fanno da padrone. E l'esperienza dal vivo non migliora: tutti crucciatissimi ad esibire il loro spleen, ricordano una meravigliosa battuta di Cederna in Italia-Germania 4-3 di Barzini, quando ridicolizzando le sue pose adolescenziali diceva “giaccone nero, ruga fissa, sembravo il figlio di Strehler”. Ecco, sembrano tanti figli di Strehler, che però dimenticano tal padre putativo rischiando il ridicolo con versacchiotti tipo “tu sei il Viagra del mio cuore”. Per motivi ignoti, forse per palesare una inesistente poliedricità, ecco che quando non eseguono Férré producono un brano loro a titolo “Vomito”, assolutamanente azzeccato (il titolo, il brano è deprecabile). Ad ulteriore testimonianza dello smisurato ego che affligge costoro, nel cd è inclusa una traccia con le registrazioni della segreteria telefonica delle loro chiamate a casa Férré. La prima volta che senti “Gli anarchici” cantata da loro compri il CD, quando la senti nella versione dei contemporanei Les Anarchistes dei TdB rimangono le pose da intellettualini in vacanza a Saint Germain des Près e poco altro. Confesso, irritato da tanta sicumera non ho ascoltato il loro album successivo, dal titolo sicuramente geniale “Avanti Pop”. Ma ho troppa paura di bissare l'esperienza.
E tre! Daniele Sepe. Proprio lui, il mercuriale folletto della musica partenopea. Suonatore di qualunque strumento, enciclopedico conoscitore della musica mediterranea e non solo, session man di enorme valore, ha pubblicato alcuni dischi di cui alcuni (“Conosci Victor Jara”, “Spiritus Mundi”, “Jurnateri”) meravigliosi. Cosa mi delude, allora? Che in ogni album che pubblica c'è sempre un pezzo (o più) già pubblicato altrove e dal momento che specie dal vivo il Danielone recita la parte del compagno duro e puro, e dispensa giudizi poco lusinghieri a chi gli pare un riformista, che occasionalmente inneggia al free download, allora non ci siamo per niente e spiace che su 5 dischi che paghi in realtà ne porti a casa solo 4 o poco più. Controllate su http://www.danielesepe.com/dischi.html per credere!