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mercoledì 17 marzo 2010

Delusioni d'amore degli anni zero - baustelle, tetes de bois, sepe

“I gigli che marciscono puzzano più delle erbacce”, diceva il semisconosciuto poeta inglese William Shakespeare, a proposito di un ex amante che non ricambiava più i suoi sentimenti. E' innegabile, gli ex amori fanno più danni dei nemici nati tali. E' così anche in musica, quel disco che all'inizio è piaciucchiato e poi, mmm, forse è un po' una palla, non lo ascolterete più. E ugualmente, quei tizi tanto bravini, se poi cominciano a tirarasela come scimmie in calore, diventano antipatici assai. Mi successo sovente in questi trascorsi anni zero, ed allora libero astio in libero stato. Tre esempi.
Primi, i Baustelle. Il loro “sussidiario illustrato dell'adolescenza” è un album sicuramente accattivante, che dimostra in pieno il loro pregio principale: sanno scrivere canzoni, di quelle vere, fatte proprio strofa-ritornello-strofa-ritornello, quelle che ti viene voglia di canticchiare sotto la doccia o mentre stai guidando. E come previsto le canzoni mi sono entrate in testa subito, semplici e briose. Potevano benissimo presentarsi come gli Stone Roses o i Primitives (non quelli di Mal, quelli inglesi, quelli di “Crash”) nostrani, canzonettari sì ma proprio bravi. Peccato che abbiano ammantato tutta la loro produzione con testi e ambienti volutamente torbidi, compiaciuti del loro esibizionismo e gusto voyeuristico, spesso incentrati sul binomio erotismo-violenza. Sembra che al momento di comporre si siano guardati in mezzo alle gambe per scoprire, oh merveille, di avere dei genitali funzionanti e che vogliano gridarlo al mondo come se avessero loro l'esclusiva della pulsione eterosessuale, specie della visuale adolescenziale della medesima. Le voci soffiate, i coretti orgasmici, i testi con la metrica stiracchiata (… il tuo romanzo eroticò... le donnine pornografiché ...si toccavanò... - non è composizione paratattica, è proprio scrittura di bassa lega) non contribuiscono a creare tensione erotica,ma a porsi il dubbio se ci sono o ci fanno. I Baustelle restano a metà strada, compiaciuti ma non gioiosi, sembra che scherzino e invece sono seri. Uniti sotto il vessillo della maladolescenza, è ovvio che a criticarli si corre fortissimo il rischio di essere tacciati di bigottismo. Ad usare un eufemismo, me ne fotto. E la prossima volta, se voglio pensare a sbirciate maliziose ed a pulsioni adolescenziali, compro un film con Gloria Guida.
Due! I Tetes de Bois. Un gruppo che per scrivere giusto il nome devi avere anche l'accento circonflesso sulla tastiera. Ho comprato al volo il loro “Férré, l'amore la rivolta”. Bella, molto bella l'idea di riprendere e magari svecchiare un po' Léo Férré, buona la compagnia di naviganti illustri (Nada, Daniele Silvestri, Banco...), poi, diciamocelo, i TdB suonano molto pulito. Cos'è allora che urta? La saccenza dell'operazione, la devozione maniacale che emana da ogni traccia, la presunzione che rifare passo a passo il tuo autore preferito faccia di te un epigono e non un semplice imitatore. Il punto è proprio che i TdB Férré non lo svecchiano per niente, anzi, tranne che in alcune belle eccezioni (su tutte “Non si può essere seri a 17 anni” e “Comme a Ostende”) la sensazione di noia, di polvere accumulata, del “proprio come una volta” la fanno da padrone. E l'esperienza dal vivo non migliora: tutti crucciatissimi ad esibire il loro spleen, ricordano una meravigliosa battuta di Cederna in Italia-Germania 4-3 di Barzini, quando ridicolizzando le sue pose adolescenziali diceva “giaccone nero, ruga fissa, sembravo il figlio di Strehler”. Ecco, sembrano tanti figli di Strehler, che però dimenticano tal padre putativo rischiando il ridicolo con versacchiotti tipo “tu sei il Viagra del mio cuore”. Per motivi ignoti, forse per palesare una inesistente poliedricità, ecco che quando non eseguono Férré producono un brano loro a titolo “Vomito”, assolutamanente azzeccato (il titolo, il brano è deprecabile). Ad ulteriore testimonianza dello smisurato ego che affligge costoro, nel cd è inclusa una traccia con le registrazioni della segreteria telefonica delle loro chiamate a casa Férré. La prima volta che senti “Gli anarchici” cantata da loro compri il CD, quando la senti nella versione dei contemporanei Les Anarchistes dei TdB rimangono le pose da intellettualini in vacanza a Saint Germain des Près e poco altro. Confesso, irritato da tanta sicumera non ho ascoltato il loro album successivo, dal titolo sicuramente geniale “Avanti Pop”. Ma ho troppa paura di bissare l'esperienza.
E tre! Daniele Sepe. Proprio lui, il mercuriale folletto della musica partenopea. Suonatore di qualunque strumento, enciclopedico conoscitore della musica mediterranea e non solo, session man di enorme valore, ha pubblicato alcuni dischi di cui alcuni (“Conosci Victor Jara”, “Spiritus Mundi”, “Jurnateri”) meravigliosi. Cosa mi delude, allora? Che in ogni album che pubblica c'è sempre un pezzo (o più) già pubblicato altrove e dal momento che specie dal vivo il Danielone recita la parte del compagno duro e puro, e dispensa giudizi poco lusinghieri a chi gli pare un riformista, che occasionalmente inneggia al free download, allora non ci siamo per niente e spiace che su 5 dischi che paghi in realtà ne porti a casa solo 4 o poco più. Controllate su http://www.danielesepe.com/dischi.html per credere!

giovedì 21 gennaio 2010

MdD (luca): fuori tempo massimo #3

The Modest Mouse – The moon and antarctica
Post-rock tra i migliori che mi sia capitato di ascoltare. Teso, nevrotico, profondamente coeso e, sebbene apparentemente essenziale, mantiene una linea di altissimo livello durante tutta l’ora di durata dell’album.
Se vi piacciono certe sonorità tipo Slint o June of 44, ascoltatelo, è musica che fa per voi.
Se non sapete manco chi siano gli Slint o June of 44, ascoltatelo lo stesso. È un gran disco e magari scoprite un genere. Poi andate a recuperare Slint o June of 44.

Qui un assaggio:

venerdì 15 gennaio 2010

MdD(luca): fuori tempo massimo #2

Outkast – Speakerboxxx (2003)
L’album in questione in realtà si chiama Speakerboxxx / The Love Below ed è un doppio CD costituito da due album praticamente autonomi. Il primo prodotto da Antwan Patton a.k.a. Big Boi e il secondo da Andrew Benjamin (già Dre, ora Andre3000), i due membri degli Outkast, che di fronte a divergenze artistiche hanno deciso di fare ognuno per conto proprio e di produrre due album al prezzo di uno. Alla faccia dell’opportunismo commerciale.
Per quanto possa riconoscere razionalmente il valore di The Love Below, a colpirmi in pieno stomaco con la sua grandiosità e però per me il solo Speakerboxxx.
Hip-hop potente e trascinante, bassi spaccacasse, campionamenti azzeccati, rap di altissima fattura. 19 brani di hip-hop visionario e funkadelico, alcune derive techno, ritmi violenti e azzeccatissimi. Un discone che da giorni sta ammazzando le casse della mia macchina, vado in giro come un tamarro di quelli insostenibili, ma non posso farne a meno, va sentito così, al massimo volume consentito dall’impianto.

venerdì 8 gennaio 2010

MdD (Marco) fuori tempo massimo anche io.... Barenaked Ladies, Maroon



Luca, vero spirito guida scrive di un disco dimenticato nella compilazione del listone decennale. Ci rimugino, penso a mie eventuali omissioni, controllo le date di pubblicazione e...opperlamiseria! ho dimenticato il mio album di poppino intelligente e garbato, gradevole e raffinato, riascoltato con gran soddisfazione sin dal 2000. Barenaked Ladies (alla lettera le donne proprio nude, ma qui di sesso non si parla), Maroon. Questi ragazzi canadesi non hanno pregi particolari se non quello, non secondario, presente almeno in questo album, di non avere difetti. Suonano bene, pulito, hanno fantasia, sanno scrivere canzoni, cioè quelle cose con una bella strofa ed un bel ritornello, e pure originali, due belle voci, due belle chitarre, testi decisamente intelligenti con occasionali divagazioni surreali. Addirittura pare che Sir Paul McCartney abbia detto (vedi qui) che i BNL abbiano armonie vocali che i Beatles si sognavano. Oddio, contraddire Macca è dura, però...Non sono sempre stati così bravi, i primi album (Gordon, Maybe you should drive), pur con alcune chicche, che so If I had 1000000 dollars, palesavano dei limiti nella scrittura dei pezzi, che risultavano un pò contorti. Invece Maroon si lascia ascoltare dall'inizio alla fine, passando attraverso tutte le sfumature del pop. Dalle tumultuose "Falling for the first time", "Never do anything" e "Go home" alle meditate "Baby seat" e "Conventioneers", dalle melodie accattivanti di "Pinch me" e "Humour of the situation" (che una voce vuole che sia stata registrata dai musici completamente nudi, mah...) le canzoni convincono sempre. Anche se canadesi, le venature prettamente yankee affiorano chiaramente sia in "Sell sell sell", in pieno stile fifties con cantato presleyano che in "Tonight Is the Night I Fell Asleep at the Wheel", ironico lento con cui si conclude (formalmente, c'è una graziosissima hidden track) l'album. Tre quarti d'ora di musica ironica, garbata, originale e ben confezionata. Quando volevamo tutto e lo volevamo subito avremmo forse chiesto di più, oggi mi basta e avanza.

giovedì 7 gennaio 2010

MdD(luca): fuori tempo massimo #1

Mi succede sempre così: quand’è ora di compilare i listoni (in genere quelli di fine anno) con The Best of…, vado pure a sbirciare gli elenchi altrui (siti, webzines, blog, newsgroup, riviste… e ultime solo in ordine di tempo, le segnalazioni degli altri autori qui dentro) e mi capita di fare ulteriori fondamentali scoperte.
Il fatto è che naturalmente non ho modo né tempo di stare dietro a tutto quello che esce in un anno e queste liste le trovo preziosissime per scovare delle autentiche chicche che mi erano sfuggite nelle innumerevoli segnalazioni che arrivano dalle stesse fonti durante l’anno.
Per cui mi ritrovo, dopo avere compilato la mia classifica, a scoprire album che in questa lista ci sarebbero entrati di pieno diritto. E quindi o ribalto la classifica o lascio perdere. In genere lascio perdere (e infatti ho poi smesso di farle), ma almeno mi godo le nuove chicche.
Chiaro che con il listone del Meglio del Decennio le cose si amplificano ulteriormente, essendo molti di più gli ascolti definiti imprescindibili che invece mi sono perso.
In questo caso però devo fare una considerazione un po’ diversa: se il MdD è ciò che io considero significativo per me in 10 anni, per quanto belli siano i dischi che d’ora scoprirò, non potranno mai entrare di diritto lì dentro, non essendo ascolti che mi hanno deliziato tra il 2000 e il 2009.
Una menzione particolare però se la meritano, e con questo post voglio iniziare almeno a citarli.
Via:
The Microphones – The Glow pt.2
Folk-rock strambo, deviato, sghembo e folle. Per il sottoscritto seducente e affascinante come pochi altri. Già solo il fatto che questo pt.2 non sia il seguito di un bel niente...
Melodie intriganti galleggiano su strutture scomposte e rumorose, una sorta di Neutral Milk Hotel, ma ancora più anomalo, poi in altri momenti, tutto viene sussurrato, ma sempre in un modo strano, come se si avesse paura di farlo troppo pulito, poi il rumore esplode ed è shoegaze, ma anche in questo caso lo si sporca (si può sporcare un genere distorto come lo shoegaze? Si può, fidatevi), poi si mette un pulsare fuori tempo sotto la melodia, ma non da fastidio, è strambo, ma ci sta. E così via.
In casi come questi, mi raffiguro l’immagine dell’artista che agguanta il giocattolo (in questo caso quello del folk-rock) e inizia a prenderlo a mazzate, contorcendone l’aspetto, deformandolo e scassandolo, ma lasciandolo ancora per poco riconoscibile, tra momenti intimi e delicati e esplosioni di energia sporca e distorta (il padre di questo ‘metodo’ fu il grandissimo Capt. Beefheart, e mi si perdoni l’accostamento).
Ecco, questo è quello che ha fatto Phil Elvrum nelle 20 canzoni per un’ora abbondante di musica di questo album bellissimo.

sabato 2 gennaio 2010

MdD(luca): gli esclusi

Quello che mi ha portato a stilare la classifica del Meglio del Decennio è stato un processo non solo arbitrario, ma pure un po’ doloroso, per i tanti album che ho dovuto escludere. Dieci anni sono tanti, e di musica se ne ascolta tanta, e quella emozionante è pure tanta, e pure il tempo è tanto, sufficiente a cambiare gusti musicali.
E così viene fuori che 10 album siano davvero troppo pochi. In questo post voglio almeno citare quelli che sono stati esclusi dopo la prima selezione, quelli che ho tenuto fuori dalla lista solo perché mi ero imposto il limite di 10, ma che magari se l’avessi stilata in un momento diverso, ci sarebbero anche potuti entrare.
  • Animal Collective - Feels - 2005
  • Antony And The Johnsons - Antony & The Johnsons - 2000
  • Antony And The Johnsons - I Am a Bird Now - 2005
  • Arab Strap - Monday At The Hug And Pint - 2003
  • Bachi Da Pietra - non io - 2007
  • Baustelle - Amen - 2008
  • Beth Gibbons & Rustin Man - Out Of Season - 2002
  • Björk - Vespertine - 2001
  • Blonde Redhead - Misery Is A Butterfly - 2004
  • Cat Power - You Are Free - 2003
  • cLOUDDEAD - Ten - 2004
  • Current 93 - Black Ships Ate The Sky - 2006
  • Eels - Blinking Lights And Other Revelations - 2005
  • Grizzly Bear - Yellow House - 2006
  • LCD Soundsystem - LCD Soundsystem - 2005
  • Lightning Bolt - Hypermagic Mountain - 2005
  • Low - Trust - 2002
  • Micah P. Hinson - Micah P. Hinson and the Red Empire Orchestra - 2008
  • Neutral Milk Hotel - In The Aeroplane Over The Sea - 2005
  • Okkervil River - The Stand Ins - 2008
  • Oneida - Rated O - 2009
  • Panda Bear - Person Pitch - 2007
  • Pere Ubu - Why I Hate Women - 2006
  • Pontiak - Maker - 2009
  • Portishead - Third - 2008
  • Radiohead - Amnesiac - 2001
  • Radiohead - Hail to the Thief - 2003
  • Shannon Wright - Let in the Light - 2007
  • Talibam! - Ordination of the Globetrotting Conscripts - 2007
  • Talibam! - Boogie In The Breeze Blocks - 2009
  • The Books - Lost And Safe - 2005
  • The Fiery Furnaces - Blueberry Boat - 2004
  • The Fiery Furnaces - Bitter Tea - 2006
  • The Liars - They Were Wrong So We Drowned - 2004
  • Throbbing Gristle - Part Two - The Endless Not - 2007
  • Tool - Lateralus - 2001
  • Tv On The Radio - Desperate Youth, Blood Thirsty Babes - 2004
  • Vic Chesnutt - North Star Deserter - 2007
  • Volcano! - Beautiful Seizure - 2005
  • Why? - Elephant Eye Lash - 2005
  • Why? - Alopecia - 2008
  • Woven Hand - Ten Stones - 2008

sabato 26 dicembre 2009

MdD #9 (Marco), Chumbawamba, The Boy Bands Have Won


Poliedrici, anarchici, antagonisti, i Chumbawamba restano per molti il gruppo di Tubthumper, Top of the world, Amnesia e compagnia bella. Ritmiche possenti, grande uso di elettronica cattiva per ritornelli immediati e persistenti. Ma i Chumba sono (stati) ben altro, dalle esecuzioni a cappella di English Rebel Songs al quasi country di Slap!, al power pop di WYSIWYG. Ridottisi a quintetto, uscito soprattutto Danbert Nobacon, i Chumba sembrerebbero aver semplicemente tirato i remi in barca ed imbracciato una svolta musicalmente moderata. Non è così, se gli strumenti sono acustici la rabbia, la delusione continuano a pulsare forte e con "The boy bands have won" i Chumba sfornano un disco che è molto di più di una tappa della variegata carriera musicale. Già dal titolo è chiaro che è un'amara riflessione sul mondo di oggi, musicale e non, sui disvalori dominanti, su come una generazione battagliera ha perso mentre a vincere sono le politicamente quiete boy bands. Musicalmente il disco dimostra il valore assoluto dei Chumba a fare canzoni, a sfornare melodie che ti si attaccano immediatamente alle orecchie, questa volta senza campionatori, distorsori o altre macchine. In alcuni casi ("El Fusilado", "Words can save us") senza niente, voci e mani, e basta. Quasi cantautorali nella loro semplicità le canzoni scorrono via perfette, alcune di pochi secondi appena, scarne nella strumentazione e ricche negli arragiamenti vocali. I testi, come e più di sempre sono di raffinata intelligenza e spaziano su tutto lo scibile umano: dalla alienazione di Facebook ("Add me"), alle ingiustizie carcerarie ("Waiting for the bus", dedicata a Gary Tyler), dalla difesa dell'evoluzionismo darwiniano dagli attacchi dei creazionisti ("Charlie"), ai rivoluzionari diventati reazionari ("A Fine Career") dalla dura vita dei lavoratori occasionali ("Compliments of your waitress") al valore astratto della parola ("Word bomber", "Words can save us"). Un disco di rara intelligenza, ponderatissimo, amaro e quasi disperato nel suo abitare la sconfitta, che non a caso finisce non a caso con l'inquietante domanda "we know what we want, we know what we got, but do we need?". Personalmente, ho bisogno di dischi come questo.

venerdì 25 dicembre 2009

MdD #8 (Marco), SULUTUMANa, La danza


Sulutumana, in dialetto lecchese "sull'ottomana", ovvero sul divano. E ascoltando il cd per molti aspetti sembra davvero di essere seduti sul divano di una casa italiana. Come in un album di famiglia, si rivedono nella musica dei Sulutumana (loro hanno il vezzo di scriverlo tutto maiuscolo con l'ultima "a" minuscola, mah...) tante facce conosciute della cultura musicale italiana. Citazioni precise di Paolo Conte ("Il frigo"), echi di De Andrè ("Cussesumaiami"), De Gregori e Fossati, ma anche di musica bandistica e folk, il tutto dentro un album omogeneo, con una cifra stilistica chiara, di fattura assolutamente artigianale da parte di una formazione interessantissima, con 2 belle voci soliste, chitarra, violino, flauto, contrabbasso, pianoforte e batteria. Le composizioni sono tutte caratterizzate da un intenso lirismo, che fortunatamente sfugge all'atteggiamento compiaciuto di tanti aspiranti poeti. Da "Pomeriggio", piccola delizia scarabocchiata, alla title-track, col suo crescendo vorticoso, a "Viola", cantata in dialetto e forse il pezzo musicalmente più compiuto alla meravigliosa marcetta di "La vera storia di Marisa Pucheria", è tutto un caleidoscopio di musica suonata in punta di dita, senza una sbavatura, senza sudditanza agli stilemi imperanti, senza un eccesso, con una compostezza rara per un disco di esordio. Raffinati senza essere saccenti, poetici senza essere nè drammatici nè sdolcinati, i Sulutumana si votano da subito ad essere prodotto di nicchia, senza alcun appeal commerciale e senza alcuna chance di diventare icone. Come una vera bottega artigianale confezionano il loro prodotto con cura, devozione, e maestria, senza ostentazione, lasciando all'ascoltatore sia il gusto dell'ascolto che della percezione del processo creativo. E come per la bottega di un buon artigiano, chi ne conosce l'indirizzo poi ci torna sovente.

giovedì 24 dicembre 2009

MdD #7 (Marco), Emiliana Torrini, Fisherman's Woman


Emiliana, Emiliana, meravigliosa creatura. Che delicatezza, che sensibilità, quante sfumature di colore in quella voce eterea! Sono di parte? Sì, assolutamente sì, per cui non fidatevi, questa non è critica ma venerazione. Adoro Emiliana Torrini per la voce, ma non è solo per quello (ce n'è svariate nel mondo) che impazzisco. E' per i modi, per la ritrosia (quando è sul palco sembra quasi che si scusi di essere lì), per il suo esser anti-diva (confrontatela con la conterranea Bjork), per il coraggio insito nel fare al debutto covers di voci un po' più, ehm, affermate di lei (a 19 anni confrontarsi con Joni Mitchell, Stevie Wonder, Tom Waits, Lou Reed vuol dire avere, scusate la finezza, due palle tante). Dopo Merman, splendido esordio del decennio scorso (in cui alcune composizioni originali si mescolano a covers splendide di Chelsea Morning, I hope that I don't fall in love with you, Stephanie Says e altre) e dopo Love in the time of science, in cui volgeva al pop elettronico - da qui due meravigliose gemme, Tuna Fish e Unemployed in Summertime - ecco Fisherman's Woman, ecco un'altra svolta, questa volta acustica. Con alcuni musicisti talentuosi, la Torrini offre una serie di gemme delicatissime, la cui poetica intimista si rivela sia dagli arrangiamenti minimali sia da testi quasi gozzaniani nella loro semplicità disarmante ("the phones are off the music's on/nothing brings me down/home alone and happy/nothing brings me down"). L'atmosfera generale del disco è di delicatezza tutta femminile; che si parli di attesa del marito lontano - la title-track - o di amori persi (Today Has Been Ok, forse il momento più alto dell'album) o di vita vissuta (Heartstopper). Per la leggerezza, la leggiadra semplicità con cui la Torrini canta di tristezze e drammi interiori ricorda i compianti Nick Drake e Sandy Denny (e scusate se è poco), di cui peraltro esegue una bella cover, Next Time Around. Sempre in questo decennio è uscito un altro album ancora della Torrini, Me and Armini, bellissimo anch'esso, più eclettico, in cui compaiono percussioni in evidenza, strumenti elettrici e aggeggi elettronici. La racconteremo, ma è un altra storia.

MdD #6 (Marco) Ska-P, Que Corra La Voz!


E dopo tanta musica "seria" ecco un disco del caro vecchio rock, di quelli che ti spingono a dimenarti, a fingere di suonare una chitarra immaginaria ("the air guitar", dicono gli inglesi), a battere il tempo sul volante mentre si guida, di gridare a squarciagola i ritornelli. Gli Ska-P, formazione spagnola di ska-punk, giungono qui alla prova più matura. Partiti dallo ska sono progressivamente approdati ad un genere più ruvido, sempre con tanta rabbia e tante cose da dire contro le ingiustizie del mondo. Questo album è un distillato di punk, ska, heavy, reggae con alcuni solidi pezzi di solida musica che si stampano bene nelle orecchie. Sia nei momenti più rilassati e/o danzerecci ("Casposos", "McDollar") sia quando il gioco si fa duro ("Intifada", "Nino soldado", "Mis Colegas") il gioco funziona eccome. Anzi, è proprio nei momenti più ruvidi che si manifestano le ascendenze musicali degli Ska-P, decisamente emancipati dalla semplicità clashiana o dai Kortatu, cui spesso si richiamano, evoluti verso forme un po' più elaborate di canzone che possono richiamare i Damned o i Jam prima maniera. Occhio ai testi, sempre ricchi di significati, graffianti e puntuali come non mai. Ah, cari vecchi ruvidoni Ska-P, la militanza divertente

MdD(luca) #1: Animal Collective – Merriweather Post Pavilion (2009)

Sono stato per un po’ dibattuto se assegnare il titolo di Migliore del Decennio a questo album o a Feels del 2005. Che il titolo andasse a loro, agli Animal Collective, non avevo dubbi: un modo di fare musica superlativo e almeno 5 album di fila senza una caduta di stile, sempre ad altissimi livelli, rendono questo gruppo il “mio gruppo preferito”. Poi per conto mio al top di questa mirabile serie ci sono appunto Feels e Merriweather Post Pavilion.
Alla fine ho optato per questo, semplicemente perché più maturo e raffinato, anche se un po’ di nostalgia per i ricami chitarristici di Josh "Deakin" Dibb non si può non provarla. I tre ‘sopravvissuti’ comunque hanno fatto di necessità virtù e si sono orientati verso un approccio più elettronico al loro multiforme psyhc-pop incrementando l’utilizzo di diavolerie elettroniche per costruire il suono. Noah “Panda Bear” Lennox aveva infatti appena fatto una significativa esperienza in questo senso con notevolissimo Person Pitch, per cui è stato in grado di prendere egregiamente le redini del progetto e realizzare quello che forse è il loro album migliore e meglio prodotto.
Pastiche elettronico, pop psichedelico, musica corale e fricchettona, gli Animal Collective si dimostrano definitivamente come i migliori interpreti di questo primo decennio del millennio con la sua fluida e rapidissima mutabilità, con le caleidoscopiche influenze che lo frammentano e lo rendono talmente cangiante da essere inafferrabile.
Perché è difficile descrivere questo tipo di musica, ho provato diverse volte a farlo, ma senza mai riuscirci se non approssimativamente, e finendo ogni volta col dire: ascoltàtela.
Non è musica semplicissima, ma non è nemmeno pretenziosa o volutamente astrusa. L’approccio migliore per assaporarla è quello di lasciarsi trasportare, di sdraiarcisi sopra e permetterle di avvolgerci, di solleticarci con le sue mille spume con i frammenti ora aguzzi ora fluenti dei suoi innumerevoli suoni, delle sue stratificazioni delle sue voci sovrapposte.
E basta, senza troppe riflessioni, perché è troppo sfuggente la loro musica per poterla cogliere in pieno, appena ce l’hai è già cambiata.
Come la realtà di questo decennio.
Lunga vita!
(ne avevo già parlato qui)

mercoledì 23 dicembre 2009

MdD(luca) 2: Le Luci della Centrale Elettrica – Canzoni da Spiaggia Deturpata (2008)

Venire emotivamente strapazzati da un disco è un’esperienza che ha del masochistico, ma quando riesce a descrivere con lucida crudezza una realtà tanto dura quanto vera, allora sei di fronte all’Arte. E allora non è più solo masochismo, è fascino. È una sorta di incantesimo che ti tiene legato con la sua strana forza seducente.
Vasco Brondi, in arte Le Luci Della Centrale Elettrica (che razza di moniker…), ha pubblicato un album di canzoni in cui la sua voce che canta, si appassiona, urla e sussurra, è accompagnata dalla sua chitarra e quella di Giorgio Canali. Cantautorato, insomma. Come quello di una volta.
E a certe atmosfere più consuete qualche decennio fa, viene fatto spesso riferimento, tra echi di Rino Gaetano, gli incubi delle tossicodipendenze, il malessere delle periferie inquinate e spoglie (attenzione: sono tutti riferimenti ad una realtà anche attualissima. È che oggi non viene più rappresentata dai media, non esiste più).
Avete presente Andrea Pazienza? Io non riesco a fare a meno di pensare a lui e certi suoi racconti a fumetti, a certa sua tragica ironia.
Amplificando le sensazioni a causa di un periodo lavorativo complicato, sono stato risucchiato dal gorgo malato di questo disco che non sono stato in grado di togliere dal lettore per un sacco di tempo, incastrato tra “foto in bianco e nero delle nostre facce stravolte sui quotidiani locali”, “discorsi metafisici sui fori dei piercing che si richiudono”, “i conoscenti morti negli incidenti stradali”, i “deserti al contrario”, i “parlandomi d'amore e di metadone”, e “hanno i fanali accesi per investirci”, e le “farmacie compiacenti”, e “profumo di paraffina dal fumo che ci siamo comprati”…
E in tutte le volte che l’ho riascoltato l’ho trovato terribilmente bello, con una sensazione non distante da certo spleen adolescenziale che pur avvelenando l’anima era capace di stimolare delle zone così profonde del mio io da renderlo irresistibile.
Per me la cosa migliore che sia uscita in Italia da tantissimo tempo.
(ne avevo già parlato qui)

martedì 22 dicembre 2009

MdD(luca) #3: Joanna Newsom – Ys (2006)

Joanna, meravigliosa Joanna!
Uno dei personaggi più improbabili della scena musicale ha realizzato un disco bellissimo, un disco che per me è talmente bello che raramente lo tiro fuori dalla mia discoteca (fisica e virtuale) per paura di assuefarmi alla sua bellezza. Ma ogni volta che lo faccio il timore si rivela infondato ed è un viaggio spettacolare, delizioso e decisamente incredibile.
Un’arpa e la sua voce (e che voce) e gli arrangiamenti orchestrali di Van Dyke Parks.
E basta.
I brani poi sono strutture di una complessità rara, quasi progressive, i testi di un’elaborazione strabiliante, l’energia quasi rock.
Sì, rock. Perché a dispetto dell’impostazione simil-celtica (arpa+voce) che personalmente non potrei sopportare, il tipo di musica è molto più vicina al rock, anche se ben distante da 4/4 o banali schemi strofa-ritornello. JN sostiene che lei utilizza l’arpa semplicemente perché è lo strumento che per varie vicende ha imparato a suonare meglio, ma che nella sua testa la musica è assolutamente rock, a volte anche violento, poi eseguito in punta di dita in quel modo lo trasfigura completamente, facendolo diventare più simile a lunghe cavalcate folk.
Una voce come la sua io non l’avevo mai sentita e va detto che alcuni la trovano del tutto insopportabile, sicuramente è originale, originalissima.
Le canzoni dell’album sono 5, e vanno da un minimo di 7 minuti a più di 16 in quell’Only Skin che per me è la canzone più bella di un album splendido: saliscendi vertiginoso tra melodie e armonie dolcissime, raggiunge un apice da brivido (letteralmente) nel finale a doppia voce con il baritono di Bill Callahan che aggiunge pregio al già preziosissimo tessuto.
Con questo disco devo necessariamente ritornare a quella che è l’impostazione di questa classifica: non sono, nemmeno a mio parere, gli album più rappresentativi del decennio. Questo disco poi è talmente unico che non lo rispecchia per nulla, non potrebbe rappresentare nient’altro che la sua splendida creatrice.

lunedì 21 dicembre 2009

MdD(luca) #4: Radiohead – Kid A (2000)

Questo disco è stato da più parti, ben più autorevoli del sottoscritto, indicato come il disco del decennio. Per citarne due, Rolling Stone e Pitchfork.
E in effetti, a parte la quisquilia della posizione in classifica, sono pienamente d’accordo: Kid-A è un grandissimo album.
Personalmente non lo ritengo così assolutamente innovativo come viene fatto da più parti, ma credo che abbia avuto l’enorme merito di aver saputo tradurre in termini pop tutto il movimento fino ad allora sotterraneo della musica elettronica di avanguardia.
Misto di elettronica rock e pop inanella brani suggestivi uno dietro l’altro, talvolta derivando verso territori free e noise, altre volte galleggiando su tessiture electro-pop, altre ancora vagando tra l’intimismo e l’ambient.
Anche in questo caso, come piace a me, l’album è frutto di una scelta coraggiosa: i Radiohead dopo aver stazionato per qualche anno nei lidi dell’indie più di nicchia, fecero il botto con l’albumOk Computer e in particolare col singolo Karmapolice. Quindi, nell’album successivo, invece di monetizzare con album spacca classifiche, virarono di rotta e svoltarono verso sonorità meno accessibili, improponibili per MTV o RadioDJ, con l’eccezione di Idioteque, forse la traccia più famosa dell’album.
Questo disco fu seguito a ruota da Amnesiac, praticamente registrato durante le stesse sessioni. Se Thom Yorke e soci avessero avuto il coraggio di pubblicarli insieme, come doppio album, probabilmente sarebbe stato uno dei dischi pop più belli di sempre, anche oltre il decennio.

MdD(luca) #5: Sufjan Stevens - (Come on feel the) Illinoise (2005)

Per conto mio SS è un genio del pop, ma uno di quei geni strabordanti creatività, il cui unico limite sembra essere proprio la loro esuberanza che potrebbe correre il rischio di essere dispersiva. Ma non è successo, almeno con questo disco.
Secondo album di un progetto che ne prevede(va) 50, uno per ogni stato degli U.S.A., è dedicato all’Illinois, lo stato di Chicago e dei suoi Bulls.
Il progetto, dopo avere dato alla luce l’album per il Michigan e appunto questo per l’Illinois è temporaneamente accantonato, in funzione di ulteriori ambiziosi progetti (si diceva la dispersività), ma già fin da quest’album mostrava difficoltà di ordine piuttosto pratico. Voglio dire: hai in mente di fare 50 album 50 (che neanche Neil Young!) e nel secondo ci metti 22 canzoni? Vabbè che alcuni sono proprio solo dei frammenti di pochi secondi, ma in totale si arriva a 74 minuti, che se non sbaglio è il limite di capienza di un CD singolo. E poi poco dopo pubblica una serie di outtakes delle stesse sessioni (altri 21 pezzi) e li dedica ancora allo stesso stato. Di questo passo quando ci arriva a 50?
Rimanendo all’album in oggetto, anche qui non si nascondono manifestazioni di magniloquenza: pezzi orchestrati per big band, cori, strumenti a profusione, reprises strumentali.
E i titoli!
La seconda traccia, che si potrebbe convenzionalmente intitolare The Black Hawk War si intitola invece (giuro) “The Black Hawk War, or, How to Demolish an Entire Civilization and Still Feel Good About Yourself in the Morning, or, We Apologize for the Inconvenience but You're Going to Have to Leave Now, or, 'I Have Fought the Big Knives and Will Continue to Fight Them Until They Are Off Our Lands!”.
Il clima generale del disco oscilla tra momenti intimi, appena accompagnati da un pianoforte o da un banjo (sì, SS ama il banjo) e esplosioni corali, festose, in cui ti immagini cheerleaders saltare sul palco ad eseguire coreografie e danze (succede proprio così!) e improvvisi ritorni alla quiete tra ottoni che scemano e clap-hands. Non ho mai avuto il piacere di vederlo dal vivo, ma da quel che si trova in rete pare proprio che i suoi concerti siano una gran festa all’americana.
Questo disco sarebbe un monumento al pop americano, se non fosse che alla fine è talmente originale da poter essere solo celebrativo di se stesso e della propria capacità di fare grande musica.

MdD(luca) #6: !!! – Louden Up Now (2004)

Prendi un gruppaccio di newyorkesi che ama il funk e lo esegue con attitudine punk: voilà, le punk-funk!
Un senso del ritmo bestiale, l’urgenza di variare spesso e volentieri i brani in corso, la voglia di buttarla anche in caciara di tanto in tanto, ma senza perdere mai del tutto la bussola, fanno di questo album e del loro modo di fare musica una delle cose più intriganti del decennio. Musica ai margini della disco, eseguita con strumenti convenzionali, ma in grado di non sfigurare di fianco ad altre e più ordinarie dancefloor-hits
Tra tutte la perla assoluta è “Me and Giuliani down by the school yard”, singolo esplosivo e trascinante, capace di contenere in sé il germe di una manciata intera di canzoni e di mischiarli tra loro, sovrapponendoli ed alternandoli in modo da creare una piccola suite di quasi 10 minuti in grado di darti l’impressione di avere attraversato tutto un genere.
Il resto dell’album è francamente un pelo inferiore, pur restando ad ottime altezze, ma è la sua forza trascinante da cazzoni in festa che pervade tutto il lavoro a renderlo davvero un grande album.

venerdì 18 dicembre 2009

MdD(luca) #8: Burial – Untrue (2007)

Qualcuno l’ha definito l’unico vero suono nuovo del decennio.
Non so, forse è esagerato in entrambi i sensi (forse non è l’unico e forse non è così nuovo).
Però per me è stato una delle scoperte più entusiasmanti degli ultimi anni, miglior album del 2007, per dire.
Beat storti, bassi pulsanti, eteree e distanti vocalist, arrangiamenti che sembrano piovere dal futuro, il tutto estremamente coeso e coerente, oscuro ma trascinante.
L’autore, un tizio schivo, geloso custode della propria riservatezza, è rimasto pressoché anonimo fino al 2008, quando si è scoperto trattarsi di un certo William Bevan, informazione che non ha aggiunto molto alla sua biografia, in quanto il William in questione è un tizio abbastanza al di fuori dei giri noti dei club londinesi o della musica underground in genere.
Infatti il modo migliore per definire la sua musica e che conferma il suo essere un po' "fuori dal giro", arriva proprio da una sua intervista:”Il suono su cui mi focalizzo è tipo quando esci da un club e nella tua testa c'è l'eco della musica che hai appena sentito... io amo la musica da club, ma non posso fare quel tipo di roba... posso provare a riprodurre il riverbero di quella sensazione”. E questi riverberi si sentono distinti in tutto l’album, distanti, rarefatti, a volte accennati e interrotti, proposti e poi abbandonati, ma sempre a reggere la fragile struttura su cui poggiano i bassi potenti.
Sono dischi che ti convincono che la musica dei nostri anni sia ancora grande musica.
(ne avevo già parlato qui)

giovedì 17 dicembre 2009

MdD(luca) #9: Scott Walker – The Drift (2006)

Questo è un album che non consiglierei a nessuno. Né agli amici, ché rischierei di perderli, ne ai nemici, perché è un segreto troppo prezioso.
Scott Walker è un personaggio la cui sola biografia già mi indurrebbe ad adorare. Teen-idol leader dei Walker Brothers alla fine degli anni ‘60, un gruppo pop di un certo successo tra Beach Boys e Elvis, prese poi una strada solistica che assomiglia più ad un suicidio commerciale che ad una carriera discografica.
Dotato di una voce calda e profonda che agli inizi ne faceva un perfetto crooner, nel tempo ne ha accentuato il profilo lirico e impostato, giungendo ad un modo di cantare che definire originale è eufemistico.
La cadenza di uscita dei suoi dischi è ora diventata ultradecennale, questo album seguiva infatti il precedente di una dozzina d’anni, e pare che ognuno di essi sia il risultato di un lavoro che dura tutto quel tempo.
Questo “The Drift” è di gran lunga l’album più inquietante che abbia mai sentito. Se si supera l’iniziale sbigottimento (“ma che cazzo è ‘sta roba?”) ci si può lasciare trasportare in un allucinante viaggio dell’orrore tra suoni inusuali e sfasati, cupe melodie, atmosfere grandiose e lugubri, improvvise esplosioni e ritorni di quiete.
L’ho ascoltato una volta in cuffia in una sessione notturna, oscillando tra sonno e veglia. C’è una canzone, la penultima dell'album, The Escape, che si sviluppa per quasi 5 minuti tra suoni delicati e sussurrati, e improvvise accelerazioni, raccordati ancora, come sempre, dalla sua voce assurda. Era tardi, io ero praticamente addormentato quando d’improvviso irrompe, sostenuta da un organo inquietante, una voce da Paperino malato che gracchia “What’s Up, Doc?” a tutto volume. Non dimenticherò mai il puro terrore che ho provato nell’essere riportato alla veglia in quel modo.
Poi, finta quiete dopo la tempesta: una canzone completamente acustica e rilassata, ma intervallata da inspiegabili “pss! pss!” che fanno sussultare e mantengono alta la tensione fino alla fine.
Assurdo, un disco il cui ascolto è quasi una perversione.
Però grandioso, davvero.

mercoledì 16 dicembre 2009

MdD(luca) #10: The Flaming Lips – Embryonic (2009)

Se non fosse che probabilmente a loro non gliene frega molto di questa o di altre classifiche del genere, direi che è il classico colpo in zona Cesarini, realizzato da una band che durante gli altri anni del decennio aveva prodotto album di buona fattura, ma non eccezionali, o comunque non al livello di quanto fatto nel decennio precedente.
Con quest’album sono tornati a livelli superlativi, con la forza di osare e la sfacciataggine di non porsi limiti creativi. 70 minuti esplosivi e fuori dagli schemi, ipnotico, anticonvenzionale e affascinante. Delizia per quelle orecchie che amano ancora cercare qualcosa di diverso dal solito.
(ne avevo già parlato qui e qui)

MdD - Metodologia

[tanto perché poi si capisca che diavolo sto facendo]
Col prossimo post inizio la mia personale lista del Meglio del Decennio 2000-2009.
Pubblicherò un post per ogni album a partire dal decimo e li contraddistinguerò con la sigla MdD.
Sono stato dibattuto se seguire o no questo sistema, perché poi, data la struttura del blog, i post risulteranno leggibili in ordine inverso, cioè in alto ci sarà il primo e in fondo il decimo, e non so se questo è proprio come desideravo che venisse la cosa. Ma non importa.
L'alternativa di fare tutto in un'unica pubblicazione avrebbe creato un mega-post francamente eccessivo.
Farò poi un post riepilogativo con i link a tutte le posizioni