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venerdì 8 gennaio 2010

MdD (Marco) fuori tempo massimo anche io.... Barenaked Ladies, Maroon



Luca, vero spirito guida scrive di un disco dimenticato nella compilazione del listone decennale. Ci rimugino, penso a mie eventuali omissioni, controllo le date di pubblicazione e...opperlamiseria! ho dimenticato il mio album di poppino intelligente e garbato, gradevole e raffinato, riascoltato con gran soddisfazione sin dal 2000. Barenaked Ladies (alla lettera le donne proprio nude, ma qui di sesso non si parla), Maroon. Questi ragazzi canadesi non hanno pregi particolari se non quello, non secondario, presente almeno in questo album, di non avere difetti. Suonano bene, pulito, hanno fantasia, sanno scrivere canzoni, cioè quelle cose con una bella strofa ed un bel ritornello, e pure originali, due belle voci, due belle chitarre, testi decisamente intelligenti con occasionali divagazioni surreali. Addirittura pare che Sir Paul McCartney abbia detto (vedi qui) che i BNL abbiano armonie vocali che i Beatles si sognavano. Oddio, contraddire Macca è dura, però...Non sono sempre stati così bravi, i primi album (Gordon, Maybe you should drive), pur con alcune chicche, che so If I had 1000000 dollars, palesavano dei limiti nella scrittura dei pezzi, che risultavano un pò contorti. Invece Maroon si lascia ascoltare dall'inizio alla fine, passando attraverso tutte le sfumature del pop. Dalle tumultuose "Falling for the first time", "Never do anything" e "Go home" alle meditate "Baby seat" e "Conventioneers", dalle melodie accattivanti di "Pinch me" e "Humour of the situation" (che una voce vuole che sia stata registrata dai musici completamente nudi, mah...) le canzoni convincono sempre. Anche se canadesi, le venature prettamente yankee affiorano chiaramente sia in "Sell sell sell", in pieno stile fifties con cantato presleyano che in "Tonight Is the Night I Fell Asleep at the Wheel", ironico lento con cui si conclude (formalmente, c'è una graziosissima hidden track) l'album. Tre quarti d'ora di musica ironica, garbata, originale e ben confezionata. Quando volevamo tutto e lo volevamo subito avremmo forse chiesto di più, oggi mi basta e avanza.

lunedì 4 gennaio 2010

MdD (Marco) Sono rimasti fuori e non so bene perchè..

Mi accodo a Luca nel celebrare gli esclusi dal listone del decennio, con lo sguardo interrogativo di chi non sa bene perchè ha scelto l'uno e non l'altro. Comunque mi hanno coccolato le orecchie (ed in parte il cuore) dal 2000 a oggi, come sempre in ordine sparso:

Robert Wyatt - Cuckooland
Rosapaeda - In forma di rosa
Piccola Banda Ikona - Marea cu sarea
Leonard Cohen - Ten new songs
Barenaked Ladies - Maroon
Anouar Brahem - Le voyage de Sahar
Keren Ann - La disparition
David Rovics - Halliburton Boardroom Massacre
Sulutumana - Di segni e di sogni
Sondre Lerche - Two way monologue
Attila the Stockbroker - Zero tolerance
Davide Van De Sfroos - .. e semm partii
Fabularasa - En plein air
Savina Yannatou - Terra nostra
Ska-P - Incontrolable
Les Anarchistes - La musica nelle strade
Peter Hammill - Incoherence
David Krakauer - A new hot one
Vassilis Tsabropoulos and Anja Lechner - Melos
Eleni Karaindrou - The weeping meadow
Cantodiscanto - Malmediterraneo
Francoiz Breut - Vingt a trente mille jours
Yann Tiersen - Goodbye Lenin
Eddie Vedder - Into the wild
AA. VV. - Badlands - A tribute to Bruce Springsteen's Nebraska
Emiliana Torrini - Me and Armini
The Mummers - Tale to tell
Banda Bassotti - Asì es mi vida
Robyn Hitchcock - Goodnight Oslo

Sono rimasti fuori SOLO perchè usciti a fine 99 e affettivamente appartengono a questo decennio trascorso

Armand Amar - La traversée
Idir - Identités

sabato 26 dicembre 2009

MdD #9 (Marco), Chumbawamba, The Boy Bands Have Won


Poliedrici, anarchici, antagonisti, i Chumbawamba restano per molti il gruppo di Tubthumper, Top of the world, Amnesia e compagnia bella. Ritmiche possenti, grande uso di elettronica cattiva per ritornelli immediati e persistenti. Ma i Chumba sono (stati) ben altro, dalle esecuzioni a cappella di English Rebel Songs al quasi country di Slap!, al power pop di WYSIWYG. Ridottisi a quintetto, uscito soprattutto Danbert Nobacon, i Chumba sembrerebbero aver semplicemente tirato i remi in barca ed imbracciato una svolta musicalmente moderata. Non è così, se gli strumenti sono acustici la rabbia, la delusione continuano a pulsare forte e con "The boy bands have won" i Chumba sfornano un disco che è molto di più di una tappa della variegata carriera musicale. Già dal titolo è chiaro che è un'amara riflessione sul mondo di oggi, musicale e non, sui disvalori dominanti, su come una generazione battagliera ha perso mentre a vincere sono le politicamente quiete boy bands. Musicalmente il disco dimostra il valore assoluto dei Chumba a fare canzoni, a sfornare melodie che ti si attaccano immediatamente alle orecchie, questa volta senza campionatori, distorsori o altre macchine. In alcuni casi ("El Fusilado", "Words can save us") senza niente, voci e mani, e basta. Quasi cantautorali nella loro semplicità le canzoni scorrono via perfette, alcune di pochi secondi appena, scarne nella strumentazione e ricche negli arragiamenti vocali. I testi, come e più di sempre sono di raffinata intelligenza e spaziano su tutto lo scibile umano: dalla alienazione di Facebook ("Add me"), alle ingiustizie carcerarie ("Waiting for the bus", dedicata a Gary Tyler), dalla difesa dell'evoluzionismo darwiniano dagli attacchi dei creazionisti ("Charlie"), ai rivoluzionari diventati reazionari ("A Fine Career") dalla dura vita dei lavoratori occasionali ("Compliments of your waitress") al valore astratto della parola ("Word bomber", "Words can save us"). Un disco di rara intelligenza, ponderatissimo, amaro e quasi disperato nel suo abitare la sconfitta, che non a caso finisce non a caso con l'inquietante domanda "we know what we want, we know what we got, but do we need?". Personalmente, ho bisogno di dischi come questo.

venerdì 25 dicembre 2009

MdD #8 (Marco), SULUTUMANa, La danza


Sulutumana, in dialetto lecchese "sull'ottomana", ovvero sul divano. E ascoltando il cd per molti aspetti sembra davvero di essere seduti sul divano di una casa italiana. Come in un album di famiglia, si rivedono nella musica dei Sulutumana (loro hanno il vezzo di scriverlo tutto maiuscolo con l'ultima "a" minuscola, mah...) tante facce conosciute della cultura musicale italiana. Citazioni precise di Paolo Conte ("Il frigo"), echi di De Andrè ("Cussesumaiami"), De Gregori e Fossati, ma anche di musica bandistica e folk, il tutto dentro un album omogeneo, con una cifra stilistica chiara, di fattura assolutamente artigianale da parte di una formazione interessantissima, con 2 belle voci soliste, chitarra, violino, flauto, contrabbasso, pianoforte e batteria. Le composizioni sono tutte caratterizzate da un intenso lirismo, che fortunatamente sfugge all'atteggiamento compiaciuto di tanti aspiranti poeti. Da "Pomeriggio", piccola delizia scarabocchiata, alla title-track, col suo crescendo vorticoso, a "Viola", cantata in dialetto e forse il pezzo musicalmente più compiuto alla meravigliosa marcetta di "La vera storia di Marisa Pucheria", è tutto un caleidoscopio di musica suonata in punta di dita, senza una sbavatura, senza sudditanza agli stilemi imperanti, senza un eccesso, con una compostezza rara per un disco di esordio. Raffinati senza essere saccenti, poetici senza essere nè drammatici nè sdolcinati, i Sulutumana si votano da subito ad essere prodotto di nicchia, senza alcun appeal commerciale e senza alcuna chance di diventare icone. Come una vera bottega artigianale confezionano il loro prodotto con cura, devozione, e maestria, senza ostentazione, lasciando all'ascoltatore sia il gusto dell'ascolto che della percezione del processo creativo. E come per la bottega di un buon artigiano, chi ne conosce l'indirizzo poi ci torna sovente.

giovedì 24 dicembre 2009

MdD #5 (Marco), Eleni Karaindrou, Trojan Women


Ok, questa è l'età. Questo è un disco che segnalo perchè ho varcato i 40, perchè passo i sabati sera in casa, perchè più passa il tempo più amo il silenzio. E diciamolo pure, questo album a 25 anni mi avrebbe annoiato a morte. Eleni Karaindrou è una compositrice greca, nota per le colonne sonore dei film di Anghelopoulos (Eternity and a Day, Ulysse's Gaze, The Beekeeper, The Weeping Meadow). E' anche la moglie di Antonis Antypas, regista teatrale, e proprio per un allestimento "casalingo" delle Troiane di Euripide, la Karaindrou ha composto quest'opera ricalcando nella struttura i canti delle tragedie greche. Abbiamo quindi cori, stasimi, canti di ingresso e di uscita del coro (parodoi ed exodoi). Insomma, non esattamente quello che c'era nei dischi dei Pearl Jam o degli UB 40.
L'approccio musicale della Karaindrou (che ha studiato etnomusicologia e si sente) è però molto ampio e moderno, usa abbondantemente strumenti non strettamente ellenici ma di origine turca o araba (il ney o il bendir) e compone melodie che nascono dalla musica folk greca, balcanica, mediorientale quasi a creare una "musica del mediterraneo del sud" e che poco devono alla musica classica in senso stretto. I testi sono ovviamente incomprensibili, il libretto ne offre una traduzione in inglese assolutamente inutile perchè i singoli brani convogliano a meraviglia il dolore e la disperazione delle donne e la profonda istanza anti-bellica di Euripide riverbera nella drammaticità della musica. Anche questo, come la Abbuehl, non un ascolto da autoradio ma da poltrona. Avere 40 anni vuole spesso dire figli, responsabilità, mutui, ma se vuol dire poter apprezzare album come questo, allora va benissimo.

martedì 22 dicembre 2009

MdD #3 (Marco) Les Anarchistes, Figli di origine oscura

Esordio avvincente di una peculiare (e ormai disciolta) formazione versiliana questo album stra-premiato (miglior esordio al Tenco 2002) è un disco folgorante, che sfida qualunque definizione. Provo a descriverlo a pezzi, de-strutturando una musica che invece ha un impatto assolutamente massiccio ed omogeneo. Dunque, prendete una sezione ritmica tecnica assai, con buone influenze jazz, una chitarra rtimica abitualmente distorta, tastiere e campionatori sovrabbondanti talvolta platealmente rumoriste, una sezione fiati formata da sax e trombone di impronta free-jazz e infine due voci stupende, Alessandro Danelli e Marco Rovelli, baritono e contralto, spesso impegnati in impasti sofisticati. E metteteli a suonare vecchie canzoni anarchiche, alcune famose, altre rispescate con cura filologica, un po' di Léo Ferré, qualche canto partigiano, il tutto con l'aiuto di pazzarielli assortiti, da Blaine Reininger (Tuxedomoon) a Raiz (Almamegretta) ad Antonello Salis. Il risultato, giuro, è sconvolgente: per una magia alchemica le melodie classiche si sposano con i fiati free, la ritmica quasi industrial, coi suoi clangori, tiene il passo con un cantato quasi classico. Sembrerebbe un incrocio tra i Suicide di Frankie Teardrop e Giovanna Marini, e detto così suona ripugnante. Invece sono Les Anarchistes e niente altro, e hanno un marchio di fabbrica così individualizzante come, nel recente passato, solo i CCCP seppero avere. Possono essere jazz, elettronica, folk, qualunque etichetta è una coperta cortissima. Come se fossero davvero figli di una combinazione astrale irripetibile, dopo due cd, perlatro degnissimi, si sono sciolti (o, dico speranzoso, sono in pausa). Ma questo cd è inarrivabile e, se dovessi indicarne solo uno per il decennio, andrei con questo.

lunedì 21 dicembre 2009

MdD #2 (Marco) Susanne Abbuehl, April

Susanne Abbuehl è una cantante/compositrice jazz svizzero-olandese che ha studiato con Prabha Atra e Carla Bley che debutta per la ECM. Ma io questo disco l'ho comprato senza sapere nulla di tutto ciò, l'ho preso solo perchè la Abbuehl ha musicato la poesia "Somewhere I never have travelled" di e.e.cummings (per intenderci, quella che legge Michael Caine a Barbara Hershey in "Hannah e le sue sorelle" di Woody Allen.) Da perfetto ignorante di jazz, beatamente ignaro di cosa sia la ECM e chi sia Manfred Eicher, mi sono trovato tra le mani un gioiellino: la voce della Abbuehl è cristallina, le composizioni partono dal jazz per approdare alla world music più sofisticata, gli arrangiamenti sono raffinatissimi rifuggendo però dal virtuosismo che tanto jazz affligge. Si crea un ambiente sospeso, diafano, con una delicatezza quasi cameristica, ma con strumenti e melodie tutt'altro che classiche. Le composizioni sono quasi tutte originali, su testi di cummings e della Abbuehl stessa, più alcune covers della Bley e una della Atra, e una versione voce e harmonium di Round Midnight con brividi per tutti. Certo non è musica di ascolto facile, non la metterei in autoradio e a suonarla bassa si rischia di confonderla con new age più dozzinale. Ma per una serata meditativa, al chiaro di luna, difficilmente troverete di meglio.

sabato 19 dicembre 2009

Le 10 canzoni MdD

Luca, Luca, che casino hai combinato con il tuo invito. Sono dovuto andare a spulciarmi le date di uscita dei CD, e poi giù a meditare a manovella quali sono i Top Ten del decennio! E nel farlo ecco che vengono a galla canzoni che prese singolarmente mi hanno inebriato o esaltato o coccolato o inquietato per un/il decennio mentre il resto del CD che le conteneva veniva regolarmente colpito dal tasto "skip". Che ruolo dare a queste benedette melodie? E a quei CD belli solidi, ma senza la vampata singola? Allora, vai con una scelta diversa dalla tua: 2 classifiche del MdD, una per gli album e una per le canzoni. E se si ricoprono parzialmente, amen. E se si rimandano l'una con l'altra, è normale.
Via quindi alle 10 canzoni Migliori del Decennio.
Avviso agli ascoltanti: queste sono le 10 canzoni che mi hanno dato di più nei due lustri. Possono essere il verso intimista come la rullata esplosiva, il gioco di parole o il gioco dei violini. Non sono le più innovative, le più raffinate, le più note. Sono le più mie.

MdD #1 Emiliana Torrini, Today has been ok. Emiliana è la (mia) voce del decennio. Apolide, eterea, dolcemente hippie, con tutti i suoi richiami londinesi e la poliedrica cultura musicale. Qui sa un po' di Velvet e un po' di Joni Mitchell, ma con una leggerezza tutta sua. Una ballata in punta di dita e un ottimismo che illumina qualunque mattina storta con una voce di cristallo. per ascoltare

MdD #2 SKA-P, Mis colegas. Gli Ska-P in fase matura. Si parte dallo ska energico per arrivare alle radici del punk, con una melodia che evoca i primi Jam, secca, bella originale, con un ritornello indelebilmente arrabbiato. Coscienza sociale, chitarre potenti e una ritmica che gira. Si trova un po' ovunque, compreso http://www.youtube.com/watch?v=u3EF0gWe17Q

MdD #3 La Famiglia Rossi, Mi sono fatto da solo. Questo (ahimè, ahinoi, ahitutti) è stato anche il decennio del Berlusca. E questo è il brano che nella sua leggera semplicità l'ha meglio descritto, spiegato, deriso. Vero tormentone, musicalmente inconsistente, mi pregio di averlo selezionato e ballato (ubriaco) al mio matrimonio. Sarebbe stato bello che fosse divenuto un inno generazionale e/o la musica di un sipario che si chiudeva alle spalle del despota irriso. Disponibile qui o anche live (ancora meglio)

MdD #4 Les Anarchistes, Il bagno alla bianca. Un trip-hop su una melodia di un cantautore russo degli anni 50 (Visotskji), con un testo di una poeticità drammatica e scarna, con una voce (Alessandro Danelli) come ce ne sono davvero poche, il tutto sorretto da percussioni elettroniche possenti. Argomento? i gulag, la separazione emotiva, il tradimento politico. Ascolto non facilissimo, ma molto gratificante. assente su youtube.

MdD #5 Do you take it (in the ass), Wetspots. In omaggio a quella componente dell'umanità che in questi anni si è emancipata, ha gridato al mondo la sua differenza e diritto ad essere, e che ha saputo farlo con ironia ecco questo delizioso doo-wop dei Wetspots cioe I Punti Umidi, in cui, una coppia affronta la conditio sine qua non per avviare una relazione duratura. La meraviglia è che il testo non spiega (lo fa il video, con sorpresona finale) chi sia il taker e chi il giver. Eccolo.



MdD #6 Il tuo culo, Sulutumana. Uno swing-jazz raffinatissimo, contraltare del titolo apparentemente rude, per cantare il desiderio sensuale ed emozionale insieme. "vorrei essere il tuo piede quando esce dalla scarpa ...vorrei esser la tua lingua mentre scioglie il gorgonzola.." sono la dichiarazione d'amore più bella che mi ricordi. E visto che i Sulu sono gente onesta, proprio alla fine c'è spazio anche per il culo. Disponibile qui, non certo nell'esecuzione migliore.

MdD #7 The Lake, Antony and the Johnsons. Brani dell'ambiguo Antony degni di segnalazione ce n'è tanti e spiace lasciarne fuori alcuni (River of sorrow, Cripple and the Starfish, Happy Xmas con Boy George), ma questo è un gradino sopra tutti. La laconica intro di piano porta ad una strofa sinuosa che recita un poema di Edgar Allan Poe sulla paura di un bimbo di un lago vicino a casa. E' venuta con me in India, Albania e in quasi ogni notte di turno. Voilà.

MdD #8 El mustru, Davide Van De Sfroos. Al di là delle (possibili) simpatie legaiole, il Bernasconi in arte Van De Sfroos è l'ultimo vero cantastorie che abbiamo. Qua, su una melodia trascinante, ci racconta di un anziano pescatore all'ospizio che ha visto il mostro nel lago e nessuno gli crede attribuendo i vanneggiamenti del vecchio all'arteriosclerosi. Sinchè un giorno, per sfida prende una fiocina e si piazza sul pontile...E' confortante che qualcuno abbia ancora storie da raccontare. Eccola

MdD #9 On parle de parité, Femmouzes T. Quanto di più "anti-trendy" esista. Praticamente registrato in presa diretta, a metà tra toasting e inno politico, con un testo dei più lucidi e attuali e una formazione peculiare. Immaginate un po' di Mano Negra e un po di Zebda, il tutto unplugged. Femminismo d'assalto, produzione minimale, e una melodia che ti si insinua nelle orecchie e si incolla per sempre. Fossimo stati nel '68 sarebbe stato l'inno di piazza di un movimento. Peccato. la trovate qui.

MdD #10 Guy Fawkes's Table, Attila the Stockbroker. "Attila l'agente di borsa" è un nome d'arte già un po' impegnativo dietro cui sta, per sua ammissione, un punk di 56 anni, poeta e mandolinista. Piccolo eroe della controcultura inglese, tifosissimo - ne ha composto l'inno - del Brighton and Hove Albion, Attila ha scritto un sacco di canzoni musicalmente banalotte ma con testi pungenti e coraggiosi. Questa, sull'invasione angloamericana dell'Irak è una delle migliori. Mentre da noi tanti "cantautori" si contemplano l'ombelico ore rotundo, c'è ancora chi fa canzone politica, leggendo il mondo. varie versioni su youtube, tutte con audio inqualificabile.

Canzone di riserva Marlevar, Stella di Venere. Agli antipodi, una ballata delicatissima, un bimbo che chiede alla madre cosa sia quell'astro che vede, svolta in occitano su una melodia che porta all'incanto. Potenzialmente sdolcinatissima, non lo è mai. Si perde dopo un po' in svisate vocali piuttosto inutili, ma i primi minuti sono imperdibili, con un gusto piacevolmente familiare, come la marmellata della nonna. PS: non c'è su youtube!