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lunedì 23 aprile 2012

Il jazz che non ti ignora - Fabrizio Bosso e Luciano Biondini live

"Se la maggior parte delle persone ignorano la maggior parte della poesia è perchè la maggior parte della poesia ignora la maggior parte delle persone
Così scrive Adrian Mitchell, poeta inglese, non propriamente ortodosso. Prendo la citazione e la giro sul jazz, genere che ignoro abbastanza e la mia ignoranza del quale ho spesso patito.  Finchè, mitchellianamente, ho colto che è il jazz ad ignorare il sottoscritto, e quelli come lui. Per chi non ha orecchio musicale coltivato, e necessita melodie semplici e tempi chiari e netti, il jazz è ostico di natura. L'aura di musica elitaria, da salotto colto (anche se nasce notoriamente nelle bettole di New Orleans), non aiuta l'approccio dei meno sapienti e contribuisce a tenere lontano l'ascoltatore occasionale ed un po' barbaro. Guardo i dischi della mia collezione cui qualcuno potebbe attaccare un tag "jazz": Susanne Abbuehl, Klezmatics, Jazz Butcher Conspiracy (ovvio), Rita Marcotulli, Giovanni Mirabassi, i vari canterburyani, alcuni della Egea, Penguin Cafè Orchestra. E, per vero dire, tanto jazz non sono. Ci sono anche, per obbligo di acquisto, Herbie Hancock e Miles Davis, ma raramente raggiungono il piatto del lettore CD. Why? perchè io ho bisogno di linee melodiche chiare, di tempi netti, di energia e non solo di virtuosismo. Perchè sono ignorante abbastanza da necessitare l'ascolto periodico di Cool for cats o Israel (Squeeze e Siouxsie, rispettivamente). Quando mio cognato, come già detto esperto della materia, mi ha regalato i biglietti per Bosso&Biondini nutrivo quindi legittimamente alcune tenui preoccupazoni, anche se sottilmente intrigato dalla peculiare formazione fisarmonica-tromba. Ad eterno merito di Bosso&Biondini (e di Matteo, diamine!) sono uscito entusiasta. Per quanto indubbiamente virtuosi, Bosso e Biondini hanno mostrato una vitalità, una carica, un volume inattesi, mescolando standard jazz con composizioni originali, in lunghe suites dal sapore vagamente mediterraneo, intense e ritmate. Ma soprattutto eseguite con un energia come se Bosso suonasse nei Memphis Horns e Biondini venisse dai Pogues. Hanno finito il concerto marci di sudore, e questo per me è una palma di onore. Non ho album da consigliarvi, il loro primo è ancora in attesa di distribuzione, ma sul solito iutùb potete trovare questo ed altri video. Da non perdere.

lunedì 20 dicembre 2010

Matteo Negrin, Le lacrime di Giulietta, 2010

L'Italia è una repubblica fondata sui cognati, chiosava con amara sagacia Michele Serra, svariati anni fa. Puntava il dito contro il familismo imperante, le cattedre ereditarie, i ministeri e le aziende invase dai famigli del capo di turno, ma anche sull'abitudine del Belpaese di costruire in famiglia partiti, cordate economiche, fabbriche e fabbrichette, raccomandandosi vicendevolmente. Non è difficilissimo tenersi lontani da questo malcostume, a meno che non si possegga un parente veramente di talento. A quel punto si è rosi dal dilemma, è meglio rendere il giusto onore e rischiare di passare per l'ennesimo  maneggione italiota  o elegantemente tacere le virtù di amici e congiunti proprio meritevoli? Intrappolato in questa dolceamara situazione mi sono risolto a pubblicare il video del singolo di Matteo Negrin, come se non fosse il marito di mia sorella o il padre di mia nipote. Perchè? Perchè mi piacciono sia la musica, che mi riporta a quegli strumentali mediterranei di casa Egea stile Enrico Pieranunzi, i Mirabassi e compagnia bella sia il video, un timelapse disegnato in sincro con il brano. Il resto del disco (Glocal sound) non l'ho ancora ascoltato (la famiglia viene sempre in secondo piano..) e non so dirvi come è (siamo gente riservata) ma se volete accattarvelo, online c'è.  Così non dite che faccio pubblicità.