mercoledì 24 aprile 2013

The future now? tempo di congedo per l'album bianco?

Sono ormai quasi 5 anni che scriviamo, con ondulante intensità e dedizione articoli e post che possiamo etichettare, individualmente e a seconda del momento, come francamente inutili o fondamentali per le sorti umane o quasi. Propendo per la prima ipotesi, e va bene così.  Persi nell'autoreferenzialità della melomania, ci siamo scritti addosso per anni, con occasionale zelo e costante piacere. Nel grande inganno internettiano, in cui non sai se la platea che ti ascolta sia composta da 200000 appassionati sparsi per il globo o da te stesso e dal tuo misero DNS, non sapremo mai se abbiamo raggiunto qualcuno o qualcosa. Ma non è questo il punto. Quello che io so aver raggiunto  è un momento di pausa, in cui ogni scrittura mi sembra esercizio stilistico vuoto, in cui nemmeno la clamorosa natura onanistica del tutto mi offre gran diletto. Insomma la vena scrittoria mia personale si sta esaurendo, sclerotica o trombizzata che sia. Le cause possono essere molteplici. Una questione di stagioni? L'esaurimento delle cose da dire? la soffocante contrazione dei tempi morti dedicabili a questo inutile e giocoso otium? mah, chi lo sa, il dato di fatto è che non riesco a scrivere. E se non riesco a scrivere, che cosa ci provo a fare? Alzo bandiera bianca ed, anzichè sproloquiare sulla recente scoperta degli A fil du ciel o degli Yugen, tengo questa piccola orazione di commiato per la mia parte di blog. Ora, contrariamente al luogo comune,  il blog non è una cosa viva, la posso dichiarare morta e riesumarla a nuovo splendore il giorno dopo, come mai sepolta. Di più essendo a più voci, il blog può essere defunto per una e vegeto per l'altra. Il commiato, sul www, è sempre per definizione parziale e reversibile e quindi non drammatico. Nell'attesa e nella speranza che la vena creativa riprenda flusso e senso, ecco il mio brano di congedo preferito. Il buon (fu) Simon Jeffes lo intitolò "The Sound of Someone you Love who's Going Away and it doesn't matter" mentre dalla struggente tristezza traspare che non è vero, che it does matter,  che importa eccome. E' uno dei pochi brani che mi permetto di ascoltare in loop. Se questo è un commiato dai lettori, da chi ci ha sbirciati, da chi ci ha letti, riletti o fatto un pezzo di strada con noi, valga la musica dei Penguin, se no è solo un delizioso aperitivo ad una risorgenza imminente

E visto che a noi melomani non basta mai ecco un altro brano di saluto/commiato/addio, senza rimpianto, anzi, con un solido grazie, tratto dai Kinks d'annata


PS: magari tra 3 giorni sono di nuovo qui a tritare gli zebedei, magari Luca porterà avanti con militaresca costanza il blog, magari Abo scatenerà su di voi una tempesta di parole. E magari gli addii sono tutte balle.

lunedì 8 aprile 2013

Ciao Maggie... salutace tutti iartri

Salace e scorretto, risorge come una cattiva fenice l'Albumbianco, per salutare, en musique, ovviamente, la tardiva dipartita di Maggie Thatcher, la signora che si arrogò di dire "non esiste la società". Siamo, come si vede dal link, in buona compagnia. Se non altro, la sua atroce presenza, generò tanta buona musica.
http://www.buzzfeed.com/angelameiquan/21-incredibly-angry-songs-about-margaret-thatcher
Ps: sì, ci pentiremo di questo attacco di cattivismo acuto, ma tra un po', adesso per qualche minutino nunc est bibendum, nunc pede libero pulsanda tellus

martedì 8 gennaio 2013

Fiona Apple - The Idler Wheel...

[Il vero titolo dell'album è The Idler Wheel Is Wiser Than the Driver of the Screw and Whipping Cords Will Serve You More Than Ropes Will Ever Do, ma non è il suo record di lunghezza, il secondo album è ancora peggio]


La questione sull’origine tormentata di certa creatività è tanto oziosa quanto trita, ma sorge praticamente spontanea di fronte a lavori come questo.
Fiona Apple ha avuto l’infanzia marchiata da un trauma (stupro, 12 anni) che ricorre pressoché costantemente in ogni intervista (vuoi anche per la morbosità dell’intervistatore, ovviamente), in ogni analisi dei suoi testi, in ogni didascalia, pure nella descrizione del suo corpo mortificato da anoressia, autolesionismo o alcolismo.
E allora cinicamente, di fronte ad un lavoro come questo –che è a mio avviso un capolavoro, ne parlerò dopo– ci si chiede se l’Artista avrebbe prodotto tanta meraviglia se il suo animo avesse seguito un percorso meno travagliato, più sereno. Potrebbe essere che sì, che l’Arte talvolta si generi come sfogo di un travaglio interiore, come se questo fosse un seme da curare e fertilizzare, ma senza di cui nulla potrebbe nascere.
Oppure può essere che in questi casi l’Arte nasca nonostante il trauma, che quelle manifestazioni di questo tipo siano solo quelle che l’artista è riuscito a metabolizzare, e che se questo non si fosse verificato sarebbe stato ancora meglio, una produzione spensierata e leggera, come fortunatamente spesso succede, ma comunque di livello alto, perché il talento è talento, non si crea dal nulla a causa di un trauma, anzi: ringraziamo se riesce a sopravvivergli.
Personalmente mi pongo democristianamente nel mezzo (dove stanno la virtù e chi non si vuole sbilanciare): il travaglio, l’incidente, non creano un bel niente, semmai distruggono. Però se sedimentano nel terreno giusto (oddio, come faccio a parlare di terreno giusto quando l’accidente in questione è lo stupro di una bambina???), possono produrre fiori straordinari, anche se il prezzo in casi come questi è decisamente troppo alto. Già perché certo talento artistico si nutre di sensibilità e questa, per definizione, duole di più quando ferita, per cui è forse vero che l’artista crea capolavori dal proprio dolore, ma è anche vero che lui ne soffre di più di tutti, di questi dolori.

Detto questo, parliamo del disco. Dalle premesse ci si potrebbe fare l’idea di un lavoro cupo e angosciato, mentre invece le singole canzoni sono tutto sommato sempre piuttosto brillanti. Parlo non a caso di canzoni, dato che la voce è l’elemento portante di ogni brano e l’arrangiamento è decisamente essenziale. Rimica e accenni melodici, pianoforte soprattutto e molto ritmico anch’esso, ma anche qualche cenno di contrabbasso o di un elenco sfrenato di strumenti e strumentini, che però non fanno mai sentire eccessivamente il loro peso, tanto che alla fine sembrano stare sempre sullo sfondo. La voce la fa da padrona, dicevo, e che voce. Ricca, piena, potente e calda quanto basta a lasciarsi strapazzare, a colorare gli scarni arrangiamenti e a guidare la melodia in direzioni ogni volta sorprendenti e raramente banali. Tutto sommato i pochi casi in cui il motivo si fa più usuale regalano qualche momento di distensione che non guasta, se preso a piccole dosi come in questo caso.
Il lato cupo del lavoro emerge comunque prepotente nei testi che rivelano insicurezze (While you were watching someone else / I stared at you and cut myself), chiusura (How can I ask anyone to love me/
When all I do is beg to be left/Alone), pessimismo (But we can still support each other/All we gotta do's avoid each other/Nothing wrong when a song ends in a minor key), autocommiserazione (Oh, I ran out of white doves' feathers/To soak up the hot piss that comes from your mouth/Every time you address me).
Sono lavori come questi che ogni tanto risvegliano in me un certo spleen adolescenziale, quando riflessioni su una visione pessimistica delle cose erano capaci di procurare la giusta dose di affascinante struggimento. Poi si cresce e certe riflessioni devono necessariamente cessare di essere gratuite o troppo palesemente furbe, perché di magagne ormai abbiamo già le nostre e se ci concediamo di dare retta a quelle degli altri, queste devono essere decentemente impacchettate e profondamente strutturate, devono in altre parole solleticare, oltre alla nostra compassione, pure la nostra vanità di intenditori di cose musicali.
Altrimenti tanto vale fare gli imbecilli con Gangam Style

venerdì 23 novembre 2012

The Flaming Lips and Heady Fwends


[Vabbè lo so: le accuse di fanatismo a questo punto si fanno assolutamente fondate, ma non posso farne a meno, quando sento robe come questa mi scappa di raccontarle.]

I Flaming Lips ne hanno combinata un’altra delle loro.
Innanzitutto hanno fatto un disco, e vabbè, è il loro mestiere. Questo disco, un album doppio nella versione in vinile, contiene brani scritti in collaborazione con gli artisti più disparati, da Erykah Badu a Nick Cave, da Yoko Ono & Plastic Ono Band a Ke$ha[1], da Bon Iver ai Lighting Bolt[2], a Chris Martin dei Coldplay e diversi altri.
Beh il disco è piuttosto bello, ma ne parlo poi dopo, perché ora mi preme descrivere l’operazione commerciale/caritatevole che hanno sviluppato a riguardo.
Poco prima della pubblicazione dell’album, i Flaming Lips scoprirono che Jack White, in occasione del Record Store Day, stava per pubblicare un singolo in vinile contenente del liquido blu all’interno. Il vinile poi sarebbe stato di materiale trasparente, per cui il liquido blu avrebbe costituito un bell’effetto sul piatto rotante.

I Flaming Lips a questo punto hanno l’ideona e rilanciano: mettere in vendita un’edizione speciale del loro disco contenente, senti un po’, il sangue dei musicisti che ci hanno lavorato!
10 pezzi a 2.500$ l’uno, il ricavato in beneficienza (per gli stessi enti destinatari dell’iniziativa dei nomi dei fan cantati in una canzone). Ora, l’idea è su quel confine che sta tra l’originale e il folle, ma più che altro io mi immagino il buon Wayne che telefona a Yoko Ono per chiederle una fialetta di sangue (infatti il sangue di Yoko non c’è, ma c’è quello di Sean Lennon, mica ciufole).
Una volta raccolte le fialette di sangue d’artista
i simpatici Flaming Lips&collaboratori hanno iniettato il sangue nello spazio tra le facciate dei dischi

sigillato il tutto e confezionato.
Il risultato è ‘sta roba qua, altro che l'ampolla di S. Gennaro!:

E qui sotto c’è Wayne Coyne che pubblicizza l’iniziativa:

Ah già e il disco com’è? Molto bello se vi piacciono i Flaming Lips. Sicuramente non un banale supporto in funzione dell’iniziativa descritta sopra.
Un po’ particolare rispetto ai loro canoni, dato che ogni traccia cerca almeno in minima parte di adattarsi allo stile dell’ospite. Tra l’altro, almeno lo spirito di cortesia ha fatto sì che ogni brano sia totalmente compiuto, senza intermezzi o riempitivi. Ma non pensate a eccessive deviazioni rispetto allo stile dei nostri di questi ultimi tempi: melodie sepolte sotto strati di effetti e distorsioni, digressioni nel noise e placidi approdi al minimalismo, ballate seriose e improvvise boutade, ma tutto sommato ancora abbastanza accessibile, almeno a confronto di certe cose di qualche anno fa.
I ragazzi sono sempre loro, gli anni passano e la fantasia sembra non esaurirsi mai.



[1] Personaggio piuttosto hype tra i giovanissimi. Più affine ai gusti di mio figlio che di quelli della mia era, per dire.
[2] Altri personaggi che meriterebbero un discorso tutto per loro. In breve: trattasi di un duo basso+batteria, che fa noise rock piuttosto energico, con linee di basso vertiginose e il batterista che picchia come un indemoniato nascosto da una maschera di stracci e un microfono appiccicato alla bocca, per mezzo di cui emette versi assurdi. Guardate su YouTube qualche loro esibizione per dare un senso a questa descrizione e poi ditemi se non sono degli svitati.

venerdì 20 luglio 2012

la canzone unicorno

nel 1983 avevo 15 anni e ascoltavo, prima di addormentarmi, già nel letto, raistereonotte. affascinato dal buio, affascinato dalla musica ascoltata al buio, affascinato dalla mia solitudine condivisa con la musica e con il buio. sulla scrivania accanto al letto, che fungeva un po' da comodino, stava appoggiata la radio. dentro c'era una cassetta, su cui ero solito registrare le canzoni che mi piacevano, rubandole dall'etere della trasmissione radiofonica (allora si faceva così, non c'era internet, per cui o avevi il disco che ti piaceva, oppure dovevi registrare le canzoni dalla radio). raistereonotte era una trasmissione che cominciava poco dopo mezzanotte, i dj erano davvero dei tipi di qualità, parlavano a voce bassa, non urlavano come quelli del giorno, si potevano permettere racconti più lunghi e articolati, perchè era come se tutto fosse più rarefatto, o anche solo lento, un po' come vedere il mare calmo al buio, di notte, sulla spiaggia, d'estate, quel mare che poche ore prima assisteva al concerto di un'umanità caotica e chiassosa, ed ora invece. beh, questo per dire della fascinazione che si poteva avvertire, in quel momento: una sottile sensazione di libertà assoluta, o di partecipazione ad un rito misterioso e quasi sacro. erano molte, le canzoni che registravo. quelle cassette venivano incise e sovraincise più volte, per seguire il percorso dei miei gusti. e va considerato che si trattava di cassette, con quel nastro che a volte, per il troppo utilizzo, fuoriusciva dalla sede e si accartocciava, costringendoti a complesse operazioni per rimetterlo a posto (si usava una matita, per riavvolgerlo, in una di quelle manovre che sarebbe troppo difficile spiegare ad un bambino di oggi, che al massimo deve preoccuparsi di provvedere ad un ipod scarico). una sera come tante, non mi ricordo chi fosse il dj che selezionava la musica (i dj ruotavano spesso, e anche questo era affascinante, per quella continua scoperta che costringeva, te ascoltatore, ad entrare nelle personalità e nei gusti di persone sempre diverse), ascoltai un pezzo che mi piacque molto e lo registrai. per la verità registrai solo un pezzo, di quel pezzo, perchè schiacciai il tasto rec solo dopo un buon minuto (o comunque il tempo necessario per pensare "oh beh...che bello... mi piace...ok, lo registro!", insomma per accorgermi che mi piaceva). non capii mai che titolo avesse, quel pezzo, nè di chi fosse. e non ricordo perchè lo ascoltai così poco, se perchè fu presto cancellato per far spazio a nuove canzoni o perchè la cassetta si ruppe o scomparve dalla mia attenzione. fatto sta che quella canzone non smise mai di ronzarmi in mente, benchè in modo confuso e spezzettato. nel frattempo sono trascorsi trent'anni, da allora. e il mio mestiere intanto è diventato fare il musicista. quella canzone, periodicamente, mi tornava in testa. mentre studiavo, mentre componevo, mentre canticchiavo sotto la doccia. un sacco di volte. la canticchiavo molto male, ignorando completamente il testo, in inglese, che all'epoca non avevo assolutamente afferrato, ma riproducendo in qualche modo sorprendentemente lucido la melodia e la successione degli accordi. quella canzone era diventata una specie di unicorno. a differenza dell'unicorno ero certo che esistesse, in effetti, ma ogni mio tentativo di ricerca era stato infruttuoso e davvero, davvero, ero certo che non l'avrei mai trovata. una settimana fa, anno 2012, la mia età 45 anni, mi trovavo su una spettacolare terrazza sul mare, a casa di amici. si cenava in allegria e sotto, sulla spiaggia, il paese dava vita ad una piccola sagra in cui volenterosi e poco abili dj smazzavano hit di vario genere, da quelle più recenti a quelle di ogni tempo, spaziando da ai se eu te pego ad i will survive. nel nostro distrarci vagamente ebbro ci capitò di ascoltare una canzone di cui non ricordavamo nè titolo nè interprete (non era la "mia" canzone, no no! la mia canzone era una canzone che non avevo mai mai mai incontrato in trent'anni di musica e non potevo certo pensare di incontrarla su una spiaggetta del levante ligure ad una sagra di paese). ognuno diceva la sua e quasi cominciammo a scommetterci, quando anna, mia moglie, tirò fuori l'iphone e disse "beh scopriamolo". io stavo bene, galleggiavo nel vermentino ed onestamente ammetto che in quella piccola diatriba non avevo interesse a prendere posizione. però mi colpì la sicumera con cui i miei compagni affrontarono il tentativo di dirimere la questione: davvero pensavano che un'app dell'iphone potesse sciogliere il mistero? beh, come molti meno babbani di me sanno, in effetti esiste un'applicazione per questo tipo di quesiti (almeno una, quella che hanno usato loro e che si chiama soundhound). e davvero la questione si risolse, e i miei amici ebbero la loro risposta, dopo che anna abbozzò il canto di quella melodia davanti all'aggeggio miracoloso. beh, wow, in quel frammento di lucidità che mi era rimasto mi si affacciò l'idea che forse, forse, potevo tentare anch'io di trovare la risposta all'enigma che mi aveva dolcemente attanagliato per trent'anni. non era certo in quella situazione chiassosa che avrei messo alla prova quel geniale algoritmo, però. la speranza era sorta così all'improvviso e così meravigliosamente, che non volevo bruciarmela. decisi che avrei atteso un momento più calmo e propizio, gustandomi nel frattempo l'attesa che forse una ricerca poteva davvero essere compiuta. a notte fonda, prima di andare a dormire, ormai del tutto ubriaco, presi l'iphone di anna, pacioccai grossolanamente il touch screen (io non so gestire bene un touch screen, e il mio telefono è un nokia di vecchissima generazione) fino a trovare quel magico programmino. quasi tutti erano andati a dormire, anche la spiaggia. dalla finestra aperta si sentiva solo il mare che scuro e lento si infrangeva sulla battigia. comincia ad intonare con la tracotanza dello sbronzo il fatidico "na na na" con cui cercavo di riprodurre la melodia che ero così certo di ricordare, che per tanti anni mi aveva fatto mio malgrado compagnia. cominciai insomma ad intonare il canto dell'unicorno, diciamo. mentre lo intonavo, in quei pochi secondi, ricordo di aver avvertito la netta sensazione che anche quel tentativo avrebbe fallito. tuttavia ero sereno, era una di quelle cose che si fanno gratis, senza aspettativa (è meraviglioso non avere aspettative). anna e la nostra amica claudia, le superstiti della serata, mi deridevano per l'intonazione e la scarsa lucidità, ma io andai avanti per quei pochi secondi con la tenacia del mulo. quando credetti di aver dato il meglio di me diedi lo stop alla registrazione e misi in atto la ricerca. in un attimo mi si presentò una schermata di possibili soluzioni. la terza. la terza era un titolo strano e sconosciuto. la prima e la seconda erano qualcosa tipo cristina aguilera e kate perry, o cose così, che ero certo non potessero essere. la terza. la terza era una canzone che si chiamava "what becomes of the brokenhearted" di un tal jimmy ruffin, zazzeruto nero chiaramente degli anni sessanta, perlomeno visto il giubbotto che indossava nell'immagine di presentazione. la terza. febbrile ho premuto l'icona. il tempo del caricamento e il pezzo è partito. non era lui. o meglio, non era quella, la versione che era diventata il mio principe azzurro negli ultimi trent'anni, però era lui. era lei la mia canzone. respiro. anso. amplio su youtube la mia ricerca sfruttando la conoscenza del titolo e subito trovo questo: http://www.youtube.com/watch?v=zv3mO4A6zOw è lei. dio. la ascolto per due ore, attaccato alla presa di corrente cui nel frattempo l'iphone si doveva ricaricare. l'ho trovata. ho pianto. ho riso. ero ubriaco di tutto. come se il mondo avesse improvvisamente assunto un senso nuovo, il più vivido di tutti quelli mai presi fino ad allora. avrei voluto morire durante, potrei dire, in quegli attimi di splendido egoismo. ah, la canzone è una canzone così, se la si sente a cuore freddo. non importa la canzone (a parte che a me, chiaro), è quella ricerca, che importa. è stato come rivedere dio, posto che questa affermazione abbia un senso.

sabato 19 maggio 2012

Albion live

L'Italia, abbiamo già detto, è una repubblica fondata sui cognati. In subordine sugli amici, e questo perverso familismo ha strutturato un paese traghettato dall'economia agricola al capitalismo con la stessa gretta attenzione a parenti e cugini, amici ed amici degli amici. Dovremmo quidi essere di nuovo in difficoltà a parlare di musica fatta da amici, non fosse che anche stavolta la musica è veramente buona. Loro sono gli Albion, trio capitanato dall'amico Radu ( è piemontese, non rumeno), all'anagrafe Corrado Ferri, con cui ci conosciamo da tempi così lontani che nemmeno riusciamo a datarli (potrebbe essere il liceo, l'altroieri quindi...). La  formazione è con 2 chitarre e percussioni e la proposta è una dotta rivisitazione di brani del folk-rock inglese anni 70 fatta con estremo gusto nella selezione (Radu dj-eggia con profitto e si sente), senza incanaglirsi alla ricerca della perla perduta (non c'è un'oscura b-side dei Carol of Harvest nè vengono stracciate le palle dell'ascoltatore con una suite degli Incredible String Band in fase malaticcia) e senza nemmeno cedere all'ovvia produzione pedissequa dello standard arcinoto. Insomma, la scaletta riserva piacevoli sorprese senza ingarbugliarsi in scelte cerebrali. E,  ad ulteriore merito, comprende svariati brani di loro produzione, forse poco omogenei (si spazia da Nick Drake a Country Joe and The Fish) tutti garbati e gradevoli. Insomma il concerto fila via liscio e gradevole, ed uscendo ti viene voglia di andare a riprendere l'ascolto di Strawbs, Dando Shaft e quel disco di Richard Thompson che non sentivi da anni.

venerdì 27 aprile 2012

Bud Spencer Blues Explosion - Do It

Ci ho girato intorno per un po' a questo disco.
Troppo hype, troppa esposizione, l'onda della scena romana alla ribalta. Un po' come se il loro troppo successo innescasse quel meccanismo di diffidenza che mi tiene lontano dai Grandi Nomi Della Musica Mondiale (con qualche eccezione).
Poi uno mette un po' a fuoco la situazione, aggiusta prospettive e proporzioni e prova a fare un sondaggio. Chiedo ad alta voce, in ufficio "L'avete sentito l'ultimo dei Bud Spencer Blues Explosion?". I colleghi mi guardano come se fossi matto. Non un fioco barlume di comprensione brilla nei loro occhi attoniti. "Bah, tornate ad ascoltare Raf, va".
Dico Raf non a caso, perché il chitarrista dei BSBE ha lavorato anche con lui.
Raf, dopo lo sbuffo degli indie-oltranzisti, significa che il ragazzo sa il fatto suo, in quanto mestiere, e nel disco si sente.
L'altro BSBE è il batterista, e poi è finita. Cioè i BSBE sono un duo, chitarra (in ogni sua accezione), voce e batteria. Sono romani, se può interessare.
Come intuibile dal nome, il punto di partenza della loro musica è il blues, con sonorità che si spingono fino alle origini, al delta del Mississippi, Robert Johnson. Ma sono accenni, citazioni. Si divaga anche e soprattutto verso il rock, hard-rock che seppellisce quasi tutto, ma quelle venature nere gli conferiscono una sonorità decisamente inusuale dalle nostre parti. Il piglio è energico, la tecnica indiscutibile. Il risultato è trascinante e coinvolgente. Bum, qualcosa di cui andar fieri nel solitamente-desolato-panorama-della-musica-italiana.
Ma andiamo con ordine.
Si attacca con Slide, breve introduzione quasi inesistente, 16 secondi di ovattato fruscio da cui emerge a stento il suono di una chitarra slide, appunto. Lanciata dall'introduzione, esplode Più del minimo, un pezzo hard-rock piuttosto teso con evidenti riverberi Led Zeppelin. L'hard-rock è protagonista anche nella successiva Giocattoli, in Rottami (che per me è l'unico pezzo prescindibile) e in L'onda, uno dei due pezzi migliori dell'album.
Cerco il tuo soffio è introdotta e poi sostenuta da un bel gioco di Hammond e ne risulta un bel pezzo trascinante. Segue poi un'accoppiata antico/moderno nella quale prima si reinterpreta un classico del bues (Jesus on the mainline) a dire il vero in modo più filologico che creativo e poi una sKratch eXplosion in cui si ibridano blues e suoni hip-hop il cui solo difetto è la breve durata. Forse il tentativo avrebbe meritato più coraggio.
Dio Odia I Tristi (il cui acronimo costituisce il titolo dell'album) è per me il punto più alto dell'album. Un blues-rock indolente molto molto gradevole. Come un mare sarebbe invece un altro episodio prescindibile se non venisse ampiamente rivalutato dalla lunga coda finale che lascia libero sfogo alla chitarra di Viterbini.
Squarciagola ha venature più pop e infine l'album viene chiuso da una nuova versione di Hamburger , un pezzo già edito due dischi fa, e da Mi Addormenterò, perfetto blues in 12 battute, indolente, sporco e fumoso, come da tradizione.

C'è del buono in Italia, per fortuna. Anche di questi tempi.

lunedì 23 aprile 2012

Il jazz che non ti ignora - Fabrizio Bosso e Luciano Biondini live

"Se la maggior parte delle persone ignorano la maggior parte della poesia è perchè la maggior parte della poesia ignora la maggior parte delle persone
Così scrive Adrian Mitchell, poeta inglese, non propriamente ortodosso. Prendo la citazione e la giro sul jazz, genere che ignoro abbastanza e la mia ignoranza del quale ho spesso patito.  Finchè, mitchellianamente, ho colto che è il jazz ad ignorare il sottoscritto, e quelli come lui. Per chi non ha orecchio musicale coltivato, e necessita melodie semplici e tempi chiari e netti, il jazz è ostico di natura. L'aura di musica elitaria, da salotto colto (anche se nasce notoriamente nelle bettole di New Orleans), non aiuta l'approccio dei meno sapienti e contribuisce a tenere lontano l'ascoltatore occasionale ed un po' barbaro. Guardo i dischi della mia collezione cui qualcuno potebbe attaccare un tag "jazz": Susanne Abbuehl, Klezmatics, Jazz Butcher Conspiracy (ovvio), Rita Marcotulli, Giovanni Mirabassi, i vari canterburyani, alcuni della Egea, Penguin Cafè Orchestra. E, per vero dire, tanto jazz non sono. Ci sono anche, per obbligo di acquisto, Herbie Hancock e Miles Davis, ma raramente raggiungono il piatto del lettore CD. Why? perchè io ho bisogno di linee melodiche chiare, di tempi netti, di energia e non solo di virtuosismo. Perchè sono ignorante abbastanza da necessitare l'ascolto periodico di Cool for cats o Israel (Squeeze e Siouxsie, rispettivamente). Quando mio cognato, come già detto esperto della materia, mi ha regalato i biglietti per Bosso&Biondini nutrivo quindi legittimamente alcune tenui preoccupazoni, anche se sottilmente intrigato dalla peculiare formazione fisarmonica-tromba. Ad eterno merito di Bosso&Biondini (e di Matteo, diamine!) sono uscito entusiasta. Per quanto indubbiamente virtuosi, Bosso e Biondini hanno mostrato una vitalità, una carica, un volume inattesi, mescolando standard jazz con composizioni originali, in lunghe suites dal sapore vagamente mediterraneo, intense e ritmate. Ma soprattutto eseguite con un energia come se Bosso suonasse nei Memphis Horns e Biondini venisse dai Pogues. Hanno finito il concerto marci di sudore, e questo per me è una palma di onore. Non ho album da consigliarvi, il loro primo è ancora in attesa di distribuzione, ma sul solito iutùb potete trovare questo ed altri video. Da non perdere.

venerdì 13 aprile 2012

Lewis Floyd Henry - One Man & his 30w Prawn


Il signor Lewis Floyd Henry (di seguito LFH) è un artista di strada, uno di quelli che incontri nelle metropoli più turistiche -in questo caso  Londra-, piazzati per strada o nelle fermate della metro a suonare per il piacere dei passanti e soprattutto per raggranellare qualche spicciolo. LFH è il classico one-man-band, chitarra, armonica appesa al collo, batteria comandata col piede, amplificatore a batteria e altri ammennicoli. Trasporta tutto con un passeggino adattato, si piazza in un angolo e inizia a suonare.
Succede poi che sia molto bravo, e che un produttore discografico (piccolo piccolo, eh) se ne innamori e gli faccia fare un disco. Questo qua.
Questo produttore poi deve essere uno che sa gestire il proprio patrimonio artistico se i dischi di LFH, invece che rimanere nella custodia aperta in cui i passanti lasciano le monete, sono arrivati in negozi lontani qualche migliaio di km e sono stati recensiti in paesi ben lontani dal suo, regalando al signor LFH una fama non certo stratosferica, ma comunque ben superiore a quella tipica degli artisti di strada come lui.
Va poi detto che il tizio in questione è uno che pur non scendendo a troppi compromessi, è piuttosto ambizioso e rincorre il successo con una certa determinazione. Non scende a compromessi quando decide di eseguire per strada solo musica sua e non cover di pezzi celebri, ben più facili ed appetibili ai passanti. Non scende a compromessi quando decide di fare tutto da solo. In un'intervista ha detto che inizialmente l'idea di suonare con altri, una piccola band, gli pareva più "a effetto", più attraente per il pubblico distratto della strada. Poi si è reso conto che da solo riusciva a gestire meglio tutto quel che gli veniva in mente di fare. Così si è dovuto solo studiare gli accorgimenti per suonare tutta quella roba insieme e via: one-man-band. Non scende a compromessi quando nonostante  l'aspetto dilettantesco dell'essere un artista di strada, registra ogni esibizione, per riascoltarla e perfezionare ciò che non va ancora.

Il genere è un rock-blues sporco e tagliente. La voce ricorda un po' quella del Mick Jagger alle origini e certe sonorità sembrano arrivare proprio da Aftermath o Beggars Banquet, ma si avvertono pure sentori di Captain Beefheart, Hendrix, blues del delta, qualche deriva hard-rock. In un pezzo io ci ho pure ritrovato gli Animal Collective, in un certo modo di cantare. Con la voce dà spettacolo: passa da registro basso a falsetto con nonchalance spettacolare dentro le singole strofe. La ritmica, pur essendo per forza di cose piuttosto semplice, si lega molto bene al groove complessivo, e gli arrangiamenti sono sorprendentemente sofisticati.

È una concessione che faccio raramente, ma questa volta ammetto che si tratta di un disco che va ascoltato un po' di volte per essere apprezzato. Soprattutto per il fatto che i primi ascolti si concentrano sul "cosa riesce a fare questo tizio tutto da solo", perché la registrazione è fatta in presa diretta, come fosse per strada (a parte qualche marginale sovraincisione). Superata la fase di stupore ci si concentra sulla qualità e originalità del lavoro e si ha finalmente modo di apprezzarlo appieno.
A me gli artisti di strada in genere piacciono molto, ma sapendo che tra loro si nascondono personaggi di questa caratura, d'ora in poi li ascolterò con ancora maggiore attenzione.

sabato 26 novembre 2011

The Flaming Lips - Strobo Trip

La prima cosa che mi è venuta in mente quando sono venuto a sapere di questa cosa è l'ormai logoro motto che dice che l'importante è che se ne parli, non importa come.
E infatti io sono qui a parlarne…
Allora: questa volta, quei simpatici mattacchioni dei Flaming Lips hanno pubblicato una canzone di 6 ore. Ho detto 6 (sei!) ore, non un secondo in meno, non un secondo in più. La più lunga canzone di tutti i tempi, dicono loro(*).
E non è tutto, ovviamente, se no sarebbe solo una cosa da Guinness. Il brano è inserito in un EP (veramente Extended) che contiene altre due canzoni, normali almeno nella durata. Una roba così non ci sta in nessun CD, quindi è stata pubblicata in un box che contiene una chiavetta USB con i brani memorizzati, alcuni finti CD in cartone e una torcia che illuminando i CD che girano dovrebbe produrre un effetto stroboscopico (da cui il titolo dell'EP). Roba da fan incalliti, se non fosse che non ho ancora capito come un fan (nota: io non lo sono fino a questo punto) possa procurarsi questa roba, dato che non ho ancora trovato un modo per comprarla (ripeto, non voglio comprarla, mi incuriosiva conoscerne il prezzo), né sul loro sito, né su Amazon o simili.
Però si trova facilmente da scaricare in rete e viene il sospetto che sia tutto qui, il box non è realmente in vendita, ma i brani circolano lo stesso. L'importante è che se ne parli, appunto.
Infine: a inizio ottobre i Flaming Lips avevano lanciato un'inizativa con la quale proponevano ai fan di inserire il loro nome nel testo di una canzone in cambio di 100$. L'iniziativa è benefica, non pensate subito male: come dichiarato i soldi raccolti sono stati devoluti in beneficienza a due istituzioni dell'Oklahoma. La canzone in cui i brani sono stati inseriti è proprio il brano-monstre.

Ma la "canzone" di sei ore, com'è? Innanzitutto si tratta di un-brano-lungo-6-ore. Lo so, l'ho già detto più volte, ma il punto è davvero centrale, non solo descrittivo. Ascoltare un brano così lungo cambia radicalmente l'esperienza . Ogni cosa che succede (e di cose in questo brano ne succedono molte), potrebbe durare ore, cioè è virtualmente infinita. C'è un momento per esempio in cui la ritmica si spegne e rimane solo una lenta melodia di archi. Mentre l'ascolti sai che potrebbe andare avanti così per 10 minuti o per due ore, che, se pensi che un album medio dura circa 40 minuti, è come dire per sempre. Viene così meno ogni forma di tensione, di attesa di una risoluzione a cui siamo abituati da sempre mentre ascoltiamo musica, soprattutto quella pop.
Così ci si lascia trasportare del tutto passivamente dalla musica, senza attese, e se quello che senti ti piace, è una sensazione magnifica, rilassante come un lungo bagno caldo.

 Non ho ancora detto che si intitola "I've found a star on the ground" e queste mi pare che siano le uniche parole che ne compongono il testo, oltre all'elenco dei donatori di cui si è detto(**). Poi si tenga presente che parliamo di un gruppo che anche quando fa pezzi normali ama addentrarsi in territori psichedelici e rumorosi, con approcci sghembi e anomali alla melodia. Con i tempi dilatati di un simile prodotto è inevitabile che si finisca spesso nell'improvvisazione e le derive sono spesso piuttosto estreme
Prima di cimentarmi nell'ascolto (l'ho sentita, tutta, giuro) prevedevo di ritrovarmi spesso al cospetto di lungaggini e allungamenti di brodo; d'altronde tirare avanti per tutto quel tempo non è cosa banale. Invece l'impressione che si ha è quella che, benché i nostri se la siano presa comprensibilmente comoda, il brano sia stato effettivamente suonato, o comunque registrato, con divertita passione, godendo appieno di quella libertà che si diceva sopra: senza i vincoli di tempo che normalmente richiede lo sviluppo musicale di un brano.
C'è davvero di tutto dentro. Stefano I. Bianchi nella recensione su BlowUp fa un elenco di richiami e suggestioni che vanno dal Kraut-Rock ai Grateful Dead, ai Pink Floyd, a Kurt Banarach, agli Stone Roses e ad un sacco di altre suggestioni del tutto soggettive. Questo approccio mi sembra effettivamente l'unico praticabile per tentare almeno di descrivere questo pezzo, ma in fondo io direi che qui dentro ci sono i Flaming Lips all'ennesima potenza, tutto il loro stile deviato e stralunato espresso al massimo livello.
È sfiancante questo lunghissimo viaggio, non voglio negarlo, anche perché di concessioni alla fruibilità ce ne sono davvero poche, ma dopo un po' ci si lascia avvolgere un po' come in una coperta, diventa una sorta di compagnia che quando finisce lascia un po' di nostalgia per quel modo così completamente rilassato di ascoltare la musica.
Grandi, grandissimi.

(*) In realtà pare che non ci siano limiti alla follia. Poco dopo la pubblicazione di questo pezzo, per la notte di Halloween i nostri ne hanno pubblicato uno di ben 24 ore! Viene venduto per 5.000$ in un cranio di plastica con dentro una chiavetta USB...


(**) Ero curioso di scoprire come avrebbero risolto la questione "e ora tutti questi nomi come li mettiamo dentro una canzone?". Ci sono quattro momenti nella canzone in cui la la musica si smorza e Wayne Coyne elenca i nomi con voce distorta tipo megafono inframmezzando ogni nome con un clang acuto o un altro suono che dà la cadenza. La cosa sinceramente più bella è il finale: gli ultimi minuti della canzone, appena terminata l'ultima parte dell'elenco dei nomi, Coyne li ringrazia e dichiara il suo amore per loro. La frase "We will always love you" è ripetuta decine di volte con un enfasi particolare sulla parola "always". Sembra che ci sia davvero gratitudine in questa frase (gratitudine non comprata, ci tengo a precisare ancora, i soldi vanno in beneficienza). Tutto sommato una bella cosa.

martedì 22 novembre 2011

Tom Waits - Bad As Me


Il vecchio leone ruggisce ancora. Sembra normale per uno che ha ruggito tutta la vita, ma gli esempi di sessantenni strabolliti sono talmente tanti da dover ringraziare la sorte se questo qua è ancora in grado di  pubblicare disco come questo.
Perché proprio di un gran disco si tratta, per me una delle cose notevoli ascoltate quest'anno, pieno, pesante, importante, toccante, a tratti entusiasmante.
Parte alla grande, con una Chicago che da sola varrebbe un disco intero. Energica, potente, ubriaca, colpisce subito duro allo stomaco. Poi Raised right men incede claudicante e pulsante in zona blues.
Gioca pure con la sua voce e ci regala uno storto falsetto in Talking at the same time, prima di quella specie di rockabilly che è Let's Get Lost.
Non mancano gli episodi più delicati, Face to the highway, Pay me, Last leaf on the tree e Back in the crowd dove interpreta addirittura il ruolo di caldo e confidenziale crooner.
La title track risveglia il fantasma di captain Beefheart e ne pretende la benedizione in un beffardo e trascinante brano ubriaco pure lui. Con Kiss me sembra di essere in un fumoso night all'ora di chiusura in compagnia di qualche disperato relitto e quel tizio là sul palco che non smette di suonare.
Poi ancora Beefheart in Satisfied e una cosa strana che sembra quasi un rap (Hell broke luce) e infine un canto dell'addio intitolato New year's eve, melanconica e melodica, chitarra, fisa e quella voce incredibile.
Insomma il vecchio Tom ci mette in quest'album tutta la sua sapienza, 13 canzoni(*) che sembrano un sunto dei suoi anni migliori ed un livello musicale davvero superbo.
Continua così, Tom.

(*) So che esiste anche una versione de luxe di quest'album, con 3 tracce in più, ma io non le ho sentite. Se tanto mi da tanto dovrebbero essere gran pezzi pure quelli.

giovedì 6 ottobre 2011

Steve Jobs e Bert Jansch

Se ne sono andati praticamente all'unisono, tutti e due abbastanza presto (Jobs a 56, Jansch a 67), uno ricco e celebratissimo, l'altro da timido artigiano quale è sempre stato. Jobs ha trasformato l'artigianato elettronico in un colosso industriale, Jansch ha tenuto in ordine la sua piccola ma prestigiosa bottega dal 1965 a oggi. Come solista, in duo con Renbourn, nei Pentangle, ancora da solo e poi  con un sacco di belle voci (ultima Hope Sandoval) Jansch ha lavorato di cesello, intarsiando melodie e arrangiamenti in una terra di nessuno, o forse di tutti, equidistante da folk, jazz e blues. Su Jobs stanno già impilandosi le dichiarazioni di cordoglio di tutto il mondo che conta, per Bert Jansch c'è il sommesso dispiacere di chi per 45 anni ha ascoltato la sua musica. Noi, che abbiamo una vocazione minoritaria, ci associamo a questi ultimi e ci risentiamo "Sally go round the roses", splendido meticciato musicale (il video fa un po' schifo, ma su Tu-tubo non c'era di meglio). Bye, Bert.

giovedì 22 settembre 2011

I R.E.M. si sono sciolti

La decisione tutto sommato è saggia, ci risparmia quei penosi trascinamenti di star imbolsite che scimmiottano i sé stessi di 30 anni prima di cui il panorama musicale è fin troppo saturo. Da un certo punto di vista, più emotivo che razionale, si prova un dispiacere legato alla fine di qualcosa che ci ha accompagnato in gioventù (e che quindi segna, semmai ce ne fosse ulteriormente bisogno, la fine ufficiale della propria gioventù), ma pure la definitiva conferma che canzoni come quelle che i R.E.M. hanno scritto vent'anni fa, i R.E.M. non le scriveranno più. È solo una conferma, perché in effetti album come Life's rich pageant o Murmur non li facevano più da un bel po' di tempo, ma ora pure la speranza di un tardivo colpo di coda targato R.E.M. svanisce del tutto. Certo, si può sperare in qualche exploit solista di Stipe; Buck o Mills, ma non sarebbe la stessa cosa, si dirà.
Beh, in caso di dipartite mi viene sempre da salutare e  ringraziare per quanto mi è stato dato. Qui fortunatamente di morti non si parla, ma lo faccio lo stesso:
"Ciao ragazzi, grazie di tutto.
E a voi lo posso dire: buon proseguimento!"

mercoledì 31 agosto 2011

Battles - Gloss Drop

Stavo mentalmente preparando un post su quest'album. Sarebbe iniziato con una introduzione al math-rock, tentando di spiegarne origini e caratteristiche, per poi concentrarsi sui Battles e sull'album in oggetto, fino alle canzoni migliori. Uno zoom perfetto.
Intanto mi trovavo alla Fnac, nel reparto Alternative (etichetta sempre più discutibile, ma tant'è) e stavo esercitando quella forma di masochismo che consiste nel verificare se un prodotto acquistato da un'altra parte lì lo avremmo pagato meno, quando vedo una bambina e un bambino che si attaccano alle cuffie dei CD in ascolto. La bambina avrà avuto dodici anni, il maschietto meno. Sbircio curioso. Ripeto: ero nel reparto Alternative, dove uno si aspetta che un ascoltatore di musica poco scafato si perda di fronte a nomi del tutto sconosciuti. E nel mio immaginario una bambina di dodici anni è un ascoltatore poco scafato, poi non si sa mai, da qui la curiosità.
La colonnina a cui si attaccano ha come primo album proprio Gloss Drop dei Battles, quello che io ho in mano. "Guarda un po'", mi dico.
La bambina indossa le cuffie e sta un po' ad ascoltare. Io continuo a spiare la scena. Dopo un po' scoppia a ridere e passa le cuffie al maschietto dicendogli:
"Ascolta 'sta roba! Sembra musica dell'orrore!!!"
Il maschietto ascolta per qualche secondo con lei che lo incalza "Hai sentito? Hai sentito", poi lei incrocia il mio sguardo e mi metto a ridere.
Con lo stesso atteggiamento di chi ha commesso una marachella i due si danno di gomito poi scappano via come fulmini, mollando le cuffie a penzolare dalla colonnina.

A 'sto punto la recensione pedante che volevo fare va a farsi benedire. Mi limito a riportare i punti che stavo mettendo in ordine:
  • Il math-rock è un post-rock spigoloso ed essenzialmente strumentale. Ritmi dispari (11/8, 13/8..., robe così), basso, chitarra e tastiere a tessere trame complesse e precisissime. Cerebrali. Fredde. Tipo architettura di vetro e acciaio cromato.
  • Con questo album i Battles si sono un po' ammorbiditi e si sono avvicinati ad una specie di forma-canzone abbandonando l'autoreferenza del genere per usarlo come base su cui poggiare il cantato.
  • Niente che si possa trasmettere sotto l'ombrellone in spiaggia comunque.
  • Ci sono, come ospiti cantanti appunto, la meravigliosa Kazu Makino dei Blonde Redhead e, udite udite, Gary Numan (un plauso e una senile pacca sulle spalle tra coetanei a chi se lo ricorda).
  • Migliore canzone Sweetie & Shag (quella con la Makino…, sono di parte)
  • L'album è molto bello.

lunedì 20 giugno 2011

Ciao Clarence, angelo di seconda categoria....

Oh, cazzo, se ne è andato un altro. Clarence Clemons, sassofonista dal fisico monumentale della E Street Band del buon Springsteen, è andato a trovare il creatore. L'elenco dei cari defunti dell'album bianco si sta facendo insopportabilmente lungo.  A me, che non so nulla di sassofoni e non sono uno sprinstiniano ortodosso il Clemons mi era molto simpatico. Stava al sax come la pasta alla carbonara sta ai primi. Non il più sofisticato, ma buonissimo, energetico e saziante. Teneva il sax come un buon meccanico tiene la sua chiave migliore. Come l'amico Steve Berlin, spingeva aria nel suo strumento con vigore e divertimento, con la passione del gospel e la carnalità sporca del rock. Vorrei dire che ho cominciato ad apprezzare Springsteen per le melodie sommesse e la delicatezza di alcune liriche, ma non posso: la prima canzone che mi sono registrato, Sherry Darling, era un catalogo di luoghi comuni sessisti contro la quasi suocera della cara Sherry, intessuto sull'accompagnamento e sull'assolo del Big Man Clemons, trionfante in un ritornello che da solo spiega perché esiste il rock. Come l'omonimo angelo di "La vita è meravigliosa" non era il più figo o il più tecnico della compagnia, ma (si) divertiva eccome. Ha avuto 5 mogli e collaborazioni con Zucchero e Lady Gaga. Lungi dalla perfezione, ma verace. Sherry Darling è qui sotto.

mercoledì 15 giugno 2011

The Weeknd - House of Balloons

4 buone ragioni per procurarsi questo album:


1. È aggratis.
Già questa sarebbe una ragione definitiva (presa assieme ai punti successivi) se vi è ancora rimasto quel briciolo di curiosità che vi consente di non essere ridotti a continuare ad ascoltare i Queen o i Lynyrd Skynyrd o qualsiasi altro gruppo che stiate ribollendo dai tempi della vostra adolescenza (perché ormai di musica buona non se ne fa più, cara signora…).
Il signor The Weeknd in realtà si chiama Abel Tesfaye e viene da Toronto. Ha registrato questo album autoprodotto e l'ha pubblicato sul suo sito. Da qui lo si può scaricare liberamente e gratuitamente.
Da lì, pare anche grazie alle segnalazioni di qualche personaggio fico, il progetto ha iniziato a circolare negli ambienti più trainanti (Pitchfork su tutti, naturalmente) e da lì a diventare il fenomeno indie del momento il passo è breve.
Mi rendo conto che quest'ultima frase lo può rendere già antipatico a molti, ma dato che non costa nulla, un'ascoltata vi consiglio di darla.
2. È un gran bel disco.
Innanzitutto R&B, poi dubstep,soul, trance. Atmosfere piuttosto malinconiche (in effetti è un album un po' invernale), molti effetti sulla voce e frequenze ultrabasse. Nulla di particolarmente innovativo, ma un bel mix di stili molto moderni. Non troppo lontano dal pop da essere inaccessibile, non troppo banale da diventare noioso.
3. Contains a sample of...
La traccia 3, House of Balloons, è una rielaborazione di Happy House, gran pezzo di Siouxsie & the Banshees del 1980. Non è una cover, è un remix di alcuni campioni del brano originale, con tanto di inconfondibile voce della dark lady. Così pure i nostalgici (ma quelli che facevano gli alternativi già trent'anni fa) sono contenti.
4. Ci son le donne nude in copertina
Vabbè, scherzo. Le copertine di Fausto Papetti erano su un altro pianeta.

martedì 7 giugno 2011

Vinicio Capossela - Marinai, profeti e balene

Grandissimo Vinicio. Partito come un "Tom Waits de noartri" (e già sarebbe un merito) ha spesso divagato verso scenari della bassa, con fisarmoniche, grancasse e ottoni bandistici scrollandosi di dosso quella prima etichetta che sembrava stargli troppo stretta.
Poi nel 2006 ha cambiato di nuovo direzione, pubblicando Ovunque Proteggi, un album spiazzante, con momenti folli e momenti cupi, grandiosi e intimi, burleschi e tristi, che dimostrò quanto fosse difficile applicargliene una, di etichetta a quello strano geniaccio. (per me Capolavoro).
Dopo quell'album, Vinicio si è rinchiuso su sé stesso ed è uscito con Da Solo, album intimo e pensoso, meno notevole del precedente.
Ed ora è tornato a fare il grandioso. Affronta nientemeno che il Mare, con piglio epico da Achab in preda alla sua ossessione, confondendosi con biblici leviatani e disneyane orchestre in fondo al mar, popolate di polpi, sirene e fuochi fatui.
Poi nel secondo disco (perché quest'opera è in due tomi, due dischi per 19 canzoni, un'ora e mezzo) dallo scaffale pesca Omero e sul palco salgono Ulisse e Polifemo, Tiresia e Calipso. Ma i riferimenti letterari sono tantissimi, Conrad, Cèline, e le suggestioni richiamate dalla sua penna senza uguali sono da perderci la testa.
E la musica? Meno ombrosa di Ovunque Proteggi, ma altrettanto multiforme, giocosa e tragica, poca elettricità, la sua voce e il suo modo di pronunciare le parole al centro esatto di ogni brano. Ballate, "una fantasmagoria di ballate, gighe, prison songs, canzoni da giaccone, da peplo, da uniforme, da scafandro, o in pezzi di pura evocazione, brevi e perfette colonne sonore della vita tra i flutti" (Marco Castellani).
Un disco di nuovo bellissimo, che paga rispetto a quello là la dispersione della sua lunghezza, ma forse è solo un limite del sottoscritto.
Al primo ascolto, dopo le prime canzoni, ho avuto il timore di trovarmi di fronte ad un pallosissimo e pretenzioso lavoro. "Lo ascolto tutto una volta, solo perché glielo devo a Vinicio, poi mai più".
E invece ora non riesco a decidermi a levarlo dal lettore, mi sento avviluppato in quel magico baraccone delle fiere che il musico da Hannover riesce sempre a mettere in piedi, con quell'aria raffazzonata e cialtrona che svela un genio rarissimo e preziosissimo.
In alto i calici.

Viva l'Italia - La Famiglia Rossi

Probabilmente l'ho già anche postato, chi se lo ricorda... Non ho voglia di fare una ricerca nell'archivio, e comunque è più attuale che mai. Alleghiamo il testo, da scolpire come doloroso epitaffio di questi anni di sopore emotivo ed estetico.




La bella nave solca il mare
piena di gente che non sa nuotare
ma cosa importa?!
e il nostro viaggio dove ci porta?
È una fregata senza timone
ma sopra il cassero c'è un buffone
con il cappello da capo-treno
che canta lagne in napoletano
l'orchestra suona
la gente balla
affascinata da tanta musica fracassona


Viva l'Italia del gratta e vinci
se perdi tutto poi ricominci
viva l'Italia dei cavalieri
dei leccaculo, dei puttanieri

Viva l'italia degli evasori
accolti come benefattori
viva l'Italia dei pecoroni
che voglion credersi furbacchioni

E viva l'Italia dei moralisti
dove le troie fanno i ministri
e poi si inventano leggi strane
con cui si arrestano le puttane

Viva viva l'Italia alla deriva
viva viva finchè c'è cibo nella stiva
viva viva l'Italia alla deriva
viva viva è sempre un grande show

Viva l'italia del piduista
del capocosca per capolista
viva l'Italia della famiglia
del magna-magna del piglia-piglia

Viva l'Italia dell'informazione
sempre al guinzaglio del padrone
che ci addormenta che ci conforta
spacciando frottole porta a porta

E viva l'italia del buon diritto
del buon pastore e del cane zitto
se c'è un problema si fa una legge
che salva il porco che fotte il gregge

Viva viva l'Italia alla deriva
viva viva finchè c'è cibo nella stiva
viva viva l'Italia alla deriva
viva viva è sempre un grande show

martedì 24 maggio 2011

Okkervil River - I Am Very Far

Gli Okkervil River sono l'unico gruppo che si possa vantare dell'ambitissimo titolo di "Unico gruppo di cui io possieda una maglietta". Giuro, dei tanti gruppi che conosco e apprezzo, questo è l'unico per cui mi sia mai passato per la testa di comprare una maglietta. Sarà che mi piacciono molto i disegni delle copertine di William Shaff o che mi sembrava figo esibire il mio apprezzamento per questa band, fattostà che ce l'ho. E questo renderà del tutto faziosa ogni mia affermazione successiva.

Quest'album mi piace un sacco.
Questa dichiarazione, oltre a essere praticamente tautologica, date le premesse sopra, è anche piuttosto originale, dato che a sentire in giro questo album non ha riscosso un gran successo di critica (italiana perlomeno).
Il fatto è che a 'sto giro gli Okkervil River hanno decisamente cambiato rotta, abbandonando il loro stile folk-rock piuttosto quadrato e orecchiabile, per deviare verso strutture e arrangiamenti più compositi, dalle parti di Arcade Fire o New Pornographers, per dire.
Pare che sia stato un colpo di testa del leader della band, Will Sheff[1], che stufo del suo stile accessibile ha deciso di fare musica che potesse piacere solo a lui, fregandosene dell'eventuale apprezzamento del pubblico. L'ho saputo dopo averlo ascoltato e apprezzato, ma a me questa presa di posizione avrebbe messo subito in buona luce l'album: ho simpatia per qualsiasi atteggiamento anticommerciale.
Alla fine devo dire che il disco è in effetti un po' prolisso e che perde un po' di traino ad un ascolto completo. In altre parole mi sono sorpreso distratto a pensare ai fatti miei senza dargli più retta, lasciandolo in sottofondo. Questo di per sé è un difetto. Ogni volta però, quando riagganciavo l'attenzione mi ritrovavo immerso in musica gradevole e non banale, sempre di buon livello.
Per cui: se non conoscete gli Okkervil River, non partite da questo album, che per il momento è decisamente anomalo rispetto al loro stile. Vi consiglio Black Sheep Boy o The Stage Names.
Se invece li conoscete già, procuratevelo che è bello, non date retta alle critiche.

[1] Sì, il leader è William Sheff, il disegnatore delle copertine è William Shaff. Sheff-Shaff, Sheff-Shaff.

Ah, l'immagine che ho sulla maglietta è questa. Figa vero?

venerdì 20 maggio 2011

Erotismo, poesia, anarchia - la clamorosa modernità di Georges Brassens.

Georges Brassens lo ascoltavano i miei. Mi ricordo ancora, nella loro collezione, i vinili spessi e pesanti e le copertine tutte invariabilmente marroncine con questo curioso individuo con la pipa e l'aria furbetta. La musica era anche essa datata, con formazione fissa a 2 chitarre e contrabbasso. Nell'iconografia generale ricordava  più commissario Maigret che un cantante e, comunque, non era decisamente cosa "da giovani". Poteva anche essere simpatico il vecchiettino francese, ma non rientrava nei miei gusti dell'epoca. Come poteva rientrarci uno che era nato nel 1921, che a differenza dei suoi emuli italiani non aveva mai usato (e forse nemmeno visto) strumenti elettrici, ma in compenso era già morto da tempo?
Ieri ho acquistato un triplo cd che contiene i suoi primi 6 LP, che peraltro ben ricordavo dagli ascolti su vinile e, complice forse una miglior comprensione dei testi, sono rimasto incantato dall'attualità delle sue opere. Le sue canzoni, melodicamente elementari, hanno un poetica semplice ma fortissima che mescola vette di lirismo assoluto e momenti scherzosi, prendendosi gioco scanzonato della vita e della morte. In tutto Brassens c'è un amore incondizionato per la vita in tutte le sue forme e le sue gioie, che porta ad una spaventosa bellezza, un coraggio incendiario, una negazione ostinata del compromesso. 
C'è una carnalità assoluta, una sessualità innocente, primitiva e paritaria in brani come "Dans l'eau de la claire fontaine" - che da sola è più erotica di tutte foto di Hamilton o Dahmane messe assieme - "La nonne", "Brave Margot", in cui descrive, con una grazia da raffaellita i ragazzi di un paesello che si ferma per guardare le tette di Margot che allatta un gattino.
C'è una demolizione sistematica delle istituzioni ("Le gorille", che, attenzione, è sua, non di De Andrè, "Hecatombe"), della Storia dogmatica ("La guerre du 14-18"), della società perbenista ("la mauvase reputation", "la mauvaise herbe", "le mauvais sujet repenti", quante volte torna l'aggettivo "mauvais", eh?)
C'è una critica feroce alla religione ed un irredimibile, positivo ateismo in ("Le mécreant",  "L'assassinat", "Je suis un voyou") e c'è l'ossessivo scherno alla morte ("Oncle Archibald", "Le fossoyeur").
In sostanza un gioioso, ribaldo, cane sciolto, anarcoide, allegro, ottimista, che sapeva parlare al contempo di cosce e di lacrime, di fiori e di chiappe, con uguale intensità ed eleganza. Ha cantato di suore licenziose e di adulteri, di prostitute e di sbronze, di ladruncoli e poliziotti (lui tifava ladruncoli, ovviamente) senza mai cadere nel cattivo gusto ma senza mai negarsi il diritto di dire quello che voleva. In "Hecatombe" racconta di una rissa tra prostitute e poliziotti in cui le donne mettono in fuga "gli sbirri" a colpi di tette mentre lui, da buon cliente, le incita dal balcone a menare gli agenti e si compiace per la vittoria finale. La scrisse nel 1952. Sì, avete letto bene, 1952! Provate ad andarla a proporre oggi alla nostra bella società liberata. Nella sua compostezza di modi, nel suo aspetto démodé, Brassens è ancora più che mai attuale (chi non vorrebbe un po' meno preti ed un po' più di gioia panica nella nostra vita?) anche perché non c'è più stato nessuno che ne avvicinasse il talento ed il coraggio. In Italia l'hanno tradotto ottimamente Nanni Svampa, Fausto Amodei e De Andrè, ma la fruizione dell'originale resta la cosa migliore. Se voleste cominciare a farvi una buona idea del soggetto, www.georges-brassens.com, con tutte le liriche e molti video dell'epoca è un ottimo punto per cominciare.

domenica 15 maggio 2011

The Unthanks - Last

È un disco indubbiamente fuori stagione. Un disco come questo è l'ideale durante la stagione fredda, da ascoltare affacciati alla finestra del proprio cottage con in mano una tazza di tè caldo, osservando i nostri amati foxhound che giocano rincorrendo una beccaccia in giardino, e, oltre il muretto in pietra, la brughiera su cui sale la nebbia al tramonto.
Scemenze a parte, questo disco evoca almeno l'immaginario di quelle atmosfere lì, e non solo perché le Unthanks sono due sorelle che arrivano proprio dalla campagna del nord Inghilterra, ma soprattutto perché il genere di musica che fanno ben si adatta a quegli scenari.
Musiche malinconiche, lente e molto melodiche, cantate ora a due voci, ora a voci alternate dalle due sorelle, accompagnamenti sofisticati e non invadenti, ritmi lenti e sognanti.
Qualche tempo fa (qualche??? Parlo dei tempi del David Sylvian di Secrets of the beehive, quasi 25 anni!) adoravo questo genere di musica, su un album così avrei speso pomeriggi interi di spleen adolescenziale. Ora sono un po' più tiepido nei confronti di questo genere, trovo che sia una bella sfumatura della musica, ma troppo spesso un po' troppo ruffiano, troppo abile a toccare corde facilmente sensibili delle nostre emozioni.
Però, tutto sommato pur prendendolo cin atteggiamento guardingo e sospettoso, devo ammettere che le due sorelline riescono a produrre belle canzoni, piacevolissime ballate che si fanno ascoltare volentieri quando si vogliono distendere un po' i nervi.
In rete è pieno di assaggi della loro musica. Datemi retta: ascoltatele e procuratevi quest'album. Al peggio può sembrarvi un po' lagnoso, ma solo se questa è l'impressione che avete dell'intero genere a cui appartengono, altrimenti è molto difficile che possa non piacervi.

venerdì 6 maggio 2011

J Mascis - Several Shades of Why

Scrivo un po’ poco da queste parti ultimamente. Non mi piace scrivere male di quel che ho trovato brutto e faccio una fatica enorme a descrivere ciò che non mi ha particolarmente colpito e in effetti è capitato che ultimamente gli ascolti oscillassero tra il “non mi piace” e il “non mi dice un granchè”, da cui la latitanza…
Però oggi ho sentito questo disco. Si tratta del lavoro solista di J Mascis, il prepotente leader dei Dinosaur Jr, una band che ha fatto della violenza di suoni sporchi e duri un marchio di fabbrica.
In questo disco invece il capelluto cantante&chitarrista imbraccia la chitarra e canta. Punto.
Poi, vabè, c’è anche qualche seconda voce (Sophie Trudeau su tutti) e qualche altro ospite, ma comunque tutto il disco si riduce fondamentalmente a quei due ingredienti lì, chitarra e voce.
Come in spiaggia, se il chitarrista di turno si fosse portato pure un amplificatore e se non fosse sempre costretto a cantare Margherita e Albachiara.
Ah, si, certo: e se avesse un talento enorme.
10 canzoni bellissime, che in bilico tra folk e rock, scivolano spesso verso il rock, come i Dinosaur Jr spogliati del casino frastornante. Che sembra ovvio pensando a chi è l’autore, ma l’effetto rimane comunque molto molto bello. C'è pure qualche assolo di chitarra, merce che sta timidamente tornando in voga.
Unico neo: è troppo corto, meno di 40 minuti, quando uno vorrebbe poterne avere molto di più.
Scrivo queste righe dopo averlo sentito solo una volta, ma è una di quelle occasioni in cui mi accorgo al volo di avere a che fare con qualcosa di raro, talmente bello da farmi dire: “ah sì, questo sì, ne devo assolutamente parlare sul blog!”.

Concludo, perché merita, con una bella foto del bell’autore. Imprescindibile:

domenica 1 maggio 2011

Ciao Poly Styrene - Donna vera, non c'è dubbio, e pure atipica.

Aiuto! Il mio pantheon punk si sta inesorabilmente trasformando in un popolatissimo cimitero. Se ne andata anche Poly Styrene, e posso capire che a molti il nome dica poco. Punk della prima ora, voce degli X-Ray Spex, mezza scozzese e mezza somala, Marianne Elliott Said, in arte Poly Styrene, ha avuto, a dispetto della scarsa fama, un ruolo importante e merita un posticino nemmeno secondario tra le icone del punk. Piccolina, certo non graziosissima e nemmeno ammaliante, si è ritagliata un ruolo di front-girl atipica, ricodificando il ruolo riservato alle donne nella musica pop.  Antisessuale senza essere androgina - famosi le bretelle e l'apparecchio dentario sfoggiati nei concerti -, aggressiva senza essere maliarda, molto esplicita nei testi senza essere cinica. Non una seduttrice alla Siouxsie, non una mangiauomini stile Slits, non una teatrante alla Nina Hagen, Poly ha cercato di puntare il dito contro il consumismo, i clichès sessuali e di rendere scoperto il "gioco" del punk. L'ha fatto supportata da un gruppo di cui non ricorderemo le doti melodiche ma solo un pugno di canzoni brevi e feroci, con il cantato distorto della Poly ed il sax di Lora Logic (e poi di Steve Rudi) a connotarne pesantemente il sound. Per capirla e renderle merito, valgono il testo e la musica di "I am a poseur". Testo attualissimo, musica onestamente passatella.  Ciao Poly.

I am a poseur and I don't care
I like to make people stare
I am a poseur and I don't care
I like to make people stare

Exhibition is the name
Voyeurism is the game
Stereoscopic is the show
Viewing time makes it grow

My facade is just a fake
Shock horror no escape
Sensationalism for the feed
Caricatures are what you breed

Anti-art was the start
Establishments like a laugh
Yes we're very entertaining
Overtones can be betraying

martedì 26 aprile 2011

Rum, sodomia, frustini e musica per sentirsi a casa - "Dirty Old Town", 1985, The Pogues

Nel lontanissimo 1985, io ed il mio amico S., vagabondando per le isole egee, sbarcammo  in quel di Ios, che cominciava allora ad essere isola eccessivamente incasinata nonchè centro di riferimento regionale del sesso occasionale alcool-indotto. Sovrappopolata di adolescenti in preda ad un tornado ormonale, fiorita di un numero incongruo di locali ammiccanti,  - uno sfoggiava come insegna due paia di labbra stile  Stones affacciate con le linguone tumide intrecciate - tutta la movida, anche se allora non la chiamavamo così, si svolgeva transumando come una processione di disco in disco fino all'alba, alimentata da ingresso gratuito ovunque e bevande a prezzi stracciati. La prima sera avevamo seguito il preciso rituale bevi-balla-ribevi-riballa-tribevi-balla sul tavolo-caduta-vomito-nanna-sveglia al pomeriggio-cefalea-ematoma gluteo (la caduta, ricordate?). Alla seconda sera,  mentre si bighellonava in viuzze buie per tenerci altezzosamente a margine del casino, finimmo davanti ad un locale squallidino, niente insegne, niente decori, due clienti, solo uno stereo stile ghettoblaster giamaicano appeso al soffitto. Da cui, però, si diffondeva "Dirty Old Town", suonata dai Pogues.

Nel nostro infinito ateismo lo prendemmo per un segno del destino, e anche se assomigliava più all'antro di Polifemo (eravamo in Grecia e studentelli del classico) che ad un locale per giovanotti, entrammo, per scoprire che 
a) gli unici altri due clienti erano due trans 
b) l'unico nastro che c'era nel radiolone appeso era l'intero album "Rum, sodomy & the lash" - per i non anglofoni lash significa frusta  - quindi nel locale si sentivano ESCLUSIVAMENTE i Pogues
c) non ci sarebbero stati altri avventori nella nottata
d) ad accentuare l'aspetto grandguignolesco il padrone era un nano, che per cambiare il lato della cassetta che suonava doveva salire sul tavolo, operazione che compieva quindi ogni 20 minuti.
Il titolo dell'album poguesiano fu fortunatamente profetico solo per un terzo. Evitammo contatti attivi o passivi così come il BDSM ma ci annegammo nella vodka per alzarci quasi con il sole, dopo una  notte spesa in chiacchiere futili tra di noi. In segno di spregio rivoluzionario contro il casino organizzato, con il beneplacito della nostra omerica timidezza, tornammo tutte le sere a bere nell'infame localaccio, ribattezzato Mr. Pogues.
Ora, a ripensarci, quello che più mi colpisce è il ruolo di conforto offerto dalla musica. Diciamocelo, senza i Pogues non saremmo mai entrati. Gli altri locali erano buissimi e congestionati, potevi anche pisciarti addosso che nessuno se ne sarebbe mai accorto, e la musica non era neppure male. Chez Mr Pogues c'era una sola lampadina che era però sufficiente a descriverne in dettaglio lo squallore e l'ambiguità vagamente sporchiccia.  Eppure il riconoscersi in una musica diffusa forse anche casualmente ci aveva fornito quel quid di familiarità, quell'elemento invitante che non ci aspettavamo. Insomma, se questa gente sentiva i Pogues eravamo a casa, no? Perchè questo è uno dei meriti più alti della musica per noi melomani, la sua universalità ed il processo di identificazione e riconoscimento immediato che comporta. Puoi portartela dietro, per sentire pezzi musicali che sono anche pezzi di casa tua, e questo è stato il successo di walkman  ed ipod. Ma  è ancora più potente quando te la trovi lì, suonata da qualcun altro, come se un pezzo del tuo salotto si fosse materializzato dove sei per acccoglierti  e coccolarti. Mi è capitato altre volte di trovare conforto in situazione di disagio o spaesamento, o solitudine  (o tutti e tre, why not?). Ricordo un Adagio di Albinoni suonato da un violinista sulla Terrazza del Chateau Frontenac a Quebec City, "Red, red wine" - curiosamente uno dei must struscerecci di Ios - in una squallida discoteca nel Sinai, una poliziotta di frontiera di Newark che si complimenta per l'ascolto di "Garageland". Parafrasando una vecchia ed orrenda pubblicità, dove c'è musica c'è casa, o almeno ce n'è una buona parte

domenica 24 aprile 2011

Little America - Marah, The National, Great Lake Swimmers, Bonnie Prince Billy

Probabilmente questo post mi costerà qualche amicizia e qulache fondata accusa di superficialità. Molti compari melomani dedicherebbero, o meglio, hanno dedicato a questi albums taniche di inchiostro. Io mi beo della mia anglofilia e della diffidenza distaccata dal rock ordinariamente 'mericano, e quindi tendo a liquidarlo in poche parole. Volendo emendare le mie lacune nel settore ho scaric.., oops, raccolto alcuni albums di recente uscita made in USA. Confesso, li ascolto e  riascolto con piacere, come fosse una passeggiatina in un quartiere gradevole, ma, con tutte le migliori intenzioni, non riesco ad appassionarmi o a gridare al capolavoro. Alcuni poi, anatema! li confondo pure un po', sembrandomi assai simili e poco distintivi. Cominciamo il giretto dai minimali e vagamente depressivi Great Lake Swimmers (The Legion Sessions EP), che con vocine un po' lagnosette, countryeggiano lungo i sentieri di un milioncino di altri prima di loro (dai Cowboy Junkies in poi, ma si vede, ad esempio in She comes to me in dreams che hanno anche sentito a lungo i maestri REM), ma lo fanno con gusto e garbo. Scrivono belle canzoni, ma manca il pezzo che si stacca dagli altri. Più grinta, più esperienza e ottime frequentazioni (zio Steve Earle) hanno i Marah: pimpanti quanto basta, con un orecchio inequivocabilmente sixties - c'è pure un pizzico di Simon & Garfunkel nella loro With the spirit sagging - sfoggiano un altro bel disco, pieno e croccante, con belle composizioni ed un titolo meravigliosamente ironico, Life is a problem, la vita è un problema. E' un po' vero, ragazzi. Forse il più allegro del lotto.
I The National (High Violet) invece offrono qualche minima contaminazione con materiale non strettamente C&W, c'è qualche timidissimo elemento di elettronica e una voce che ha orecchiato la new wave e Nick Cave. Alcuni brani sono notevoli (The Sorrow è meravigliosa) ma come i precedenti non riescono a tenere viva la (mia) attenzione per tutto l'album, anche qui per una discreta monotonia, soprattutto di mood, che percorre tutto l'album. Ultima panchina della passeggiata oltreoceano è la compilation di Bonnie Prince Billy. Al di là del nom de plume ridicolo (qualcosa tipo "il bel principe Guglielmino"), Mr. Will Oldham produce ottima musica con perizia artigianale. Anche qui, radici solidamente ancorate nel Midwest, produzione minimale, voce roca e un discreto bisogno di antidepressivi. Va bene essere melancolici, ma un minimo.... Da una conversazione col mio amico Daniele (una delle voci mancanti all'album bianco) apprendo che conoscenti suoi si sono accapigliati sul valore dei The National. A me non sembra possibile, ma io sono anglofilo.

sabato 2 aprile 2011

Femmouzes-T - Tripopular. Ok, un po' di nicchia, ma...

Mr. Gotti, antico amico dei bei tempi , è solito canzonarci amabilmente (leggi: ci piglia per il culo) per i nostri gusti a suo dire un po' di nicchia. Noi abitualmente non raccogliamo la provocazione, riconoscendo che siamo sì antisociali, ma non così originali di gusti.  Ma mentre mi accingo a celebrare un autentico peana per le ormai disciolte Femmouzes-T, temo che il Gotti un po' abbia ragione. Dunque le Femmouzes-T: prendete una fisarmonicista brasiliana e una percussionista francese (ma a buon senso, non dovrebbe essere il contrario?) dichiaratamente lesbiche, unitele nella vita e nella musica, aggiungete un batterista ed un chitarrista e fatele suonare musica francese ed un po' di samba con testi omofili e femministi. Interessante, ma inevitabilmente di nicchia, no? Invece l'album è godibilissimo anche se introvabile, con un sacco di citazioni dotte e un bel po' di buona musica. C'è un po' di Brassens (La femme du soldat inconnu), un po' di Gaber (Chui normal), c'è un che di anarchico nel cantico d'amore per le sigarette (T'es dans ma tête et sous ma peau, con un testo che molti vorrebbero sentirsi dire da una donna...) e un bel po' di Brasile sparso qua e là. C'è l'invettiva anti-omofoba di Homomachine. C'è lo ska acustico (si potrà dire?) di L'estaca, cover di Luis Llach. E soprattutto c'è il merviglioso inno di "On parle de parité", che solo la scarsa distribuzione non ha reso un vessillo della protesta femminista. 


Insomma ci sonto tante belle influenze in un disco che non so nemmeno in che lustro sia uscito, credo attorno al 2005, che ho trovato per vie traverse su ebay. Ripensandoci, è vero, ascolto musica di nicchia e spesso me ne compiaccio, e va proprio bene così.

venerdì 1 aprile 2011

Erland and the Carnival - Nightingale

Come passa il tempo... sembra ieri che Marc's segnalava qui l'album d'esordio di questo trio inglese.
E già è arrivato il momento di parlare del loro nuovo album.
Ah, tempus fugit...

No, scherzi a parte, questi qua sono piuttosto prolifici e in poco più di un anno hanno pubblicato due album, il secondo dei quali, questo Nightingale uscito da pochissimo.
E siamo di nuovo là: folk, pop, rock, un po' di revival ("questa mi ricorda..."), qualche azzardo innovatore, ma soprattutto tanta voglia di accattivare e di sorprendere allo stesso tempo. Per cui, oltre la melodia gradevole e canticchiabile ci si trova spiazzati da un improvviso o sottile cambio di registro, dove già pensavi di prevedere come andasse a finire ti ritrovi piacevolmente ad inseguire nuove direzioni.

Continuate così, boys, un'altra bella segnalazione il prossimo anno non ve la leva nessuno.

domenica 27 marzo 2011

1000 Record Covers - Feticismo impagabile




La Taschen Edizioni (santa subito!) ha già reso felici pareccho fotomani pubblicando a prezzi abbordabili volumi fotografici importanti e curatissimi. Per il suo 25° compleanno (auguri devoti) ha pubblicato a prezzo minimale (9.99€) parecchi volumi in paperback, tra cui questo con 1000 copertine di dischi. Per noi vecchietti, che ricordiamo le copertine che si aprivano a libro o i messaggi scritti nel tondo centrale del vinile, un vero tesoro di ricordi feticisti. Non sono i 1000 dischi più belli del mondo, nè i 1000 che dovreste avere a tutti i costi o i 1000 che salvereste dall'Apocalisse. Sono 1000 copertine bellissime, che raccontano la storia del pop. Se non vi interessa, c'è anche il libro con 1000 cani, 1000 tette, 1000 non mi ricordo che altro (pop, tette e cani sono cose che mi piacciono). Sempre Taschen, beninteso

lunedì 21 marzo 2011

Varie segnalazioni

Periodo intenso che leva tempo alla scrittura sul blog. Intenso anche di ascolti, però, per cui mi spiacerebbe non accennare a certe cose notevoli che mi sono capitate tra le orecchie ultimamente.
Cristina Donà ha pubblicato un disco davvero molto bello. Canzoni gradevolissime con qualche spunto jazz e tanta classe canora. Arrangiato davvero benissimo da chi non ti aspetti (Saverio Lanza, già al fianco di gente tipo Piero Pelù e Vasco Rossi) è uno di quei rari dischi capaci di mettermi addosso una bellissima allegria. E più che in altri casi, questa volta si tiene costantemente a livelli molto alti.
Anche Caparezza ha fatto un bel disco. Altro genere, altro approccio. Mescola i suoi calembour linguistici a una vena di amara contemplazione dello stato attuale del nostro paesello, ci infila una notevolissima invettiva à la Assalti Frontali (Non siete Stato voi) e per il resto gioca con le rime e suoni anche molto hard (nel senso di rock). Per me paga il prezzo di chiunque sposti troppo il peso sul lato dei testi rispetto alla musica (che comunque è molto buona): dopo averlo ascoltato tre o quattro volte (in realtà piace parecchio ai miei bambini, quindi i miei numeri reali sono molto più alti) il messaggio si è capito. E poi annoia un po’.
Sul fronte anglosassone mi preme segnalare pure Joan as Policewoman. Il suo The Deep Field è uno di quei dischi immensi, senza sbavature. Soul e pop con una spruzzata di rock e funk, gran voce, grande orchestrazione, bellissima musica.
Ci sono poi di nuovo cascato con i Radiohead. Nel senso che quando avevano fatto la loro sparata con In Rainbows (album al prezzo deciso da chi compra, pure aggratis, solo download), io l’avevo preso a scatola chiusa (per 5 euro, per la cronaca). Ora hanno fatto una mossa analoga con The King Of Limbs, solo che il prezzo è fisso (7 euro), poi ancora solo download. E di nuovo ho acquistato a scatola chiusa. E ho fatto bene, credo. Il disco non è un capolavoro (lo dico perché qualcuno dai Radiohead non pretende meno), ma è bello. Non molto semplice senza sbrodolare nell’ostico a tutti i costi, molta elettronica. Per conto mio meglio del precedente, un piccolo ritorno verso i fasti di Kid-A/Amnesiac, anche se non hanno avuto il cattivo gusto del revival.

A presto.

giovedì 17 marzo 2011

Culicchi e Littizzette - Maurizio Blatto, L'ultimo disco dei Mohicani

Maurizio Blatto deve essere proprio un tipo simpatico. Lo avevamo già desunto dalle gustosissime pillole del suo spassosissimo blog (da non perdere, qui) e ce lo conferma l'approccio alla scrittura in questo suo primo libro. L'argomento, camuffato dietro al titolo scherzoso, è la schiera dei melomani, ossia la popolazione che sotto vesti normali, cela una feroce e deviata compulsione all'acquisto, collezione e/o ascolto di musica, preferibilmente in vinile e su impianti che costano cinque stipendi. Attenzione, ci avvisa Blatto, costoro sono fra noi sotto le più mentite spoglie di onesti professionisti e padri lavoratori, e lo fa dalla sua privilegiata torretta di osservazione di venditore di un noto negozio torinese. A metà tra un presepe ed un quadro di Bosch, il bestiario dei musicofili ha i suoi personaggi fissi che declinano le loro esistenze sghembe con il pensiero dominante della musica da collezione. Ed è assolutamente incerto se, come in Bosch, siano mostri o, appunto, innocui pastorelli e lavandaie di Betlemme.
Il libro parte bene, pieno di gags scoppiettanti, descritte con amabile sarcasmo da Blatto, che vedono protagoniste figure umane che, diciamocelo, potremmo benissimo essere noi. Esaurito però  il processo dell'identificazione, il libro comincia ad ingolfarsi, la lettura si fà affaticata e i quadretti si fanno progressivamente ripetitivi  fino a rendersi indistinti. Ed è un peccato, perchè alcuni spunti sono veramente notevoli. 
Da eterno acquirente di dischi e da overquarantenne sabaudo imputo l'impasse a due fattori: il primo, e meno grave, è che nella focalizzazione di Blatto l'empatia che prova per i nevrotici clienti sia un pochettino spuria, e si sente netta la distanza tra il dotto entomologo e l'insettino sotto la lente d'ingrandimento. L'altro fattore, che crediamo sia la malattia esiziale del libro, è che va a cadere oltre la raccolta di aneddoti - si fosse fermato lì  sarebbe stato garbatissimo, al limite un po' ripetitivo - per, interpretiamo noi e magari sbagliamo, una recondita pretesa di essere un affresco della torinesità deviata. Questa è purtroppo una sindrome grave che affligge quasi tutto il panorama degli scribi subalpini. Orfani della premiata ditta Fruttero&Lucentini, tutti  i culicchi e le littizzette e i gambarotti e gli ormezzani  - vedasi il provincialissimo inserto Torinosette - finiscono a  frutterolucentinare ad libitum, col risultato di avere una pletora di quadretti leziosi e risaputi di vita minimale torinese. Ma, ahinoi, l'americanista Bonetto era ben altra cosa.
ps: surfa che ti surfa scopriamo solo lodi al libro, di cui si moltiplicano i readings e le presentazioni. Come la nave dei folli (e come il barcarolo di Lando Fiorini, siamo un blog di musica, perdio!) l'albumbianco prosegue controcorrente. Olè!

lunedì 14 febbraio 2011

Parole famose - In un mondo perfetto...

"Il mondo non è perfetto. In un mondo perfetto Mark Chapman avrebbe ucciso Yoko Ono" - Daniele Lttazzi, (la battuta è registrata come di Luttazzi, ma essendo Luttazzi, non si sa mai...)

venerdì 4 febbraio 2011

Captain Beefheart

È chiaramente un segno dell'inesorabile scorrere del tempo, e tanto varrebbe farci l’abitudine, perché ci sono ben pochi rimedi a riguardo. Però è una cosa che ogni volta che ci penso mi mette addosso un po’ di tristezza.
Man mano che il tempo passa sono sempre più frequenti le scomparse di persone che in varie misure hanno contato qualcosa nella mia vita. E questo blog ne è una prova, anche solo nell’ambito musicale. Li ho contati un po’ alla veloce, ma in poco più di un anno sono 8 i post ad memoriam, uno stillicidio.
E ora è toccato a sua maestà Don Van Vliet, also known as Captain Beefheart.
In realtà è morto un mese e mezzo fa (il 17 dicembre scorso), ma essendo un pelino meno celebre di Michael Jackson, la notizia ha avuto un po’ meno risonanza, e io me l’ero persa.
L’ho scoperto ieri, ed è stata un’altra botta di tristezza.
Lo conoscevo non da moltissimo tempo, da quando ho scoperto che gente come John Peel, Lester Bangs o il nostro Piero Scaruffi lo consideravano autore del più grande disco rock di tutti i tempi: Trout Mask Replica.
Era un periodo in cui cercavo di recuperare la conoscenza sulla musica pre-1980, di colmare lacune che ho poi scoperto essere vere voragini, per cui scoprire che uno di cui manco avevo mai sentito il nome era tributato essere l’autore del Capolavoro Assoluto, non poté che lanciarmi all’acquisto immediato e spasmodico di quell’album.
Credo quindi di avere fatto come tutti: ho acceso il lettore CD e mi sono chiesto cosa cazzo stesse succedendo. Musica fuori fase, scoordinata, fuori tempo, ognuno per i cavoli suoi, quella voce magnetica ma assurda. E questo sarebbe Il-Capolavoro?
Capii solo più tardi di avere tentato un balzo troppo lungo. Ero passato, tanto per fare paragoni, da Calvino a Joyce, da Spielberg a Buñuel, da Caravaggio a Pollok. Avevo piantato una nasata, nulla di cui stupirsi.
Comunque del personaggio Captain Beefheart ho cercato informazioni, critiche, analisi, ho ascoltato gli altri suoi dischi, ho cercato di capirlo arrivando a capire che non c’è da capire. Come spesso succede nell’Arte.
E alla fine mi ci sono affezionato. Come ci si può affezionare ad un tizio burbero e scontroso che però è capace di guardare e vedere cose che tu non sai neanche immaginare.
E poi fece quello che ogni artista degno di questo nome dovrebbe fare invece che sputtanarsi: si ritirò.
O meglio: ci provò ancora per più di 10 anni a fare il musicista, a incidere album che venivano alternativamente stroncati o osannati (ma con quella zavorra di precedente là, vorrei vedere chiunque a reggere il paragone), ma che comunque si rivelavano invariabilmente un disastro commerciale.
E quindi si dedicò alla pittura. Ed ebbe successo, veramente.
Cioè, prendete una star bollita a caso, uno Sting, un David Gilmour e lasciatelo dedicarsi alla pittura. Quante sono le probabilità che venga preso a calci in culo dalla critica unanime? Altissime secondo me.
Be, lui, tornato a chiamarsi Don Van Vliet, no. Ha avuto successo. Ha esposto al MoMa. I suoi quadri costavano un botto quand’era vivo, figuratevi ora.
E non so perché, ma questo successo me lo rendeva ulteriormente simpatico. Un artista vero, di quelli che se gli dai uno strumento espressivo qualsiasi, con quello ci fanno Arte, con la maiuscola.
La sua musica oramai era cristallizzata nel passato, non ne avrebbe fatta più di nuova. Ma mi spiace lo stesso davvero che se ne sia andato. Aggiunge un altro briciolo di tristezza al tempo che passa.
Ciao Capitano.

Qui sotto è ritratto assieme al suo amico-nemico Frank Zappa.
Signori di Hollywood: se mai decideste di fare un film sul Capitano, e sarebbe proprio il caso, Benicio Del Toro è perfetto per la parte.
Poi non dite che non ve l'avevo detto.