lunedì 27 dicembre 2010

E' morta Teena Marie

Se ne è andata Teena Marie, e chi ne sa di black music è triste assai.  L'album bianco, per paradosso cromatico, ama il nero anche senza conoscerlo tanto ed infatti siamo un po' dispiaciuti. Non era la nuova Billie Holiday o l'erede di Diana Ross, ma aveva una peculiarità dalla sua: era bianca. Quasi una Michael Jackson al contrario,  Maria qualchecosa Brockert in arte Teena Marie era, parafrasando la battuta di "The Commitments" ("Gli irlandesi sono i più negri d'Europa. I dublinesi sono i più negri d'Irlanda. E noi di periferia siamo i più negri di Dublino. Quindi ripetete con me ad alta voce: sono un negro e me ne vanto"), la più nera dei bianchi. Black music nel sangue ed anche in famiglia, avendo convissuto con Rick James. Cominciò ovviamente col soul, vedi
per poi approdare ai funkeggiamenti eighties stile
ed infine approdare all'hiphop ed al campionamento semiselvaggio, parabola non così anomala.
Non amo la sua musica, ma una bianca che voleva essere nera (e che ha inciso per la Motown) mi era simpatica assai.

venerdì 24 dicembre 2010

Diversamente Natale... versioni alternative per la gioia di tutti (NSFW, non fate leggere i più piccini!)

Che pessima idea una compilation di Natale. Il mondo è pieno di versioni rock-metal-reggae di Jingle Bells, astrodelciel, dell'Adeste fidelis e dell'ora dell'addio e ci sono carrettate di pacchianerie sdolcinate (provate questa o questa e poi vi perforerete i timpani) e do they know it's christmas e via dicendo. Ma sfrucugliando nella memoria e nel web si trovano ancora alcune gustose chicche che danno un sapore diverso alla permanenza sotto l'alberello. Abbiamo come sempre scelto le Top Five, secondo il gusto di questo preciso istante, con una di riserva. Di White Christmas suonata dai Stiff Little Fingers già parlammo un anno fa, quindi la glissiamo.


XTC, "Thanks for Christmas"


La canzone di Natale. Veramente natalizia e veramente canzone, secondo la struttura beatlesiana per cui si comincia con il ritornello e poi viene la strofa (stile She loves you, per intenderci). Sconosciutissima, gli XTC la pubblicarono sotto il nome di Three Wise Men (i tre re magi). Una gioia.


The Wetspots, "Fist me this Christmas"

Portate via i bambini. I Wetspots propongono un Natale anticonsumista ma non per questo meditativo. Ricordarsi il lubrificante ed il Natale sarà gioioso.


The Barenaked Ladies, "Jingle Bells".

La preferita di mio figlio. Una versioncina allegrotta e demenziale della semisconosciuta Jingle Bells, e i BNL non deludono mai.

The Tryfles, "Gloria (In excelsis Deo)

Si può cantare in contemporanea il Gloria classico e la Gloria di Van Morrison? L'immateriale ed il materiale? La sintesi, anche ontologica, è dei Tryfles. Debita precisazione: quel Gloria NON è di Mozart e quella Gloria NON è dei Doors (chiusa polemica).

The Pogues, "Fairytale of New York"

 Una bella storiella natalizia, due sbandati, lui etilista e lei tossica, si amano una notte di Natale per lasciarsi prima di quella di una anno dopo. Meraviglioso video b/n, emozione a quintali.

Antony e Boy George, "Happy Christmas"

E per finire un classico, la stucchevole lennoniana Happy Xmas, stavolta resa da due vocine non male. Curioso sentire Boy George che fa la voce bassa. Scusate il video ma non ho trovato di meglio su iutùb.
E sugli acuti di Antony non ci resta che augurarci/vi un Buon Natale un po' alternativo.

Pink Martini, Joy to the world, 2010 (er disco de natale!!)

A Natale siamo tutti più buoni, è vero, ma spesso già al 23 pomeriggio del Natale ne hai due palle così. Se poi dai un'occhiata ai dischi in uscita prenatalizia, perchè dedicati alla ricorrenza o semplicemente per calcolo di marketing, è verosimile che i testicoli aumentino di dimensioni. Provate a cercare su Gugol o su Iaùu quanti album sono usciti in questi giorni, ricchi fino alla nausea di temi natalizi. Troppi. Ma visto che siamo tutti più buoni qualcuno ho provato a sentirlo lo stesso e questo dei Pink Martini vale i 20 euri cacciati. Dopo Sympathique, meraviglioso, erano ben 3 album che i PM rompevano un po', riproponendo la stessa tiritera: siamo così bravi che vi intratteniamo qualunque cosa facciamo, persino, verità, il Tuca-tuca della Nonna Raffa (sta su Splendor in the grass), e lo facciamo in quattro lingue. Intelligenti, certo, coltissimi, beninteso, raffinatissimi, si sa, tecnicamente validissimi, ovvio. Ma avevano perso alcune venature inquietanti degli esordi ed anche un po' di nerbo. Invece in questo disco totalmente natalizio, pur cantando in giapponese ed arabo, italiano e russo, invertono la rotta ed intrattengono con garbo e gusto, riproponendo brani della tradizione natalizia raccolti in giro per il pianeta. L'Italia compare con una romanza di Verdi (azz, non la conoscevo...vergognavergogna) non particolarmente azzeccata ma la ebraica "Elohai N'tzor" o l'ucraina "Schnedryk"  o il crescendo di "Little Drummer Boy" sono piccole perle. Il finale poi, all'insegna di un meticciato musicale che al George W sarebbe andato di traverso, prevede una Silent Night (italicamente Astro del ciel) e una Auld lang syne (il valzer delle candele, si chiama chez nous, pur non essendo un valzer e non parlando di candele...) con strofe in arabo. Dove le abbiano recuperate non si sa... In breve, il disco natale per certo, se non volete la solita compilation celtica o jazzoira che avete già sentito da quel giorno che la cometa solcò la Palestina...

giovedì 23 dicembre 2010

Parole famose - 2 - Enzo Bearzot

"Se io ascolto I'm coming Virginia, il mio pezzo preferito di Bix Beiderbecke, mi vedo davanti agli occhi una straordinaria squadra di calcio. La batteria dà i tempi di fondo, un po' come il regista che detta le cadenze del gioco, il sax può essere il fantasista, il contrabbasso è il libero, capace di difendere ma anche di offendere, la tromba è il goleador" Enzo Bearzot. Ciao, Vecio

martedì 21 dicembre 2010

Antony and the Johnsons - Swanlights

Solo una nota, ma doverosa.
Stamattina, per vari motivi (non gravi, eh), sono partito di casa incazzato come una scimmia.
Perfino il recitare di Mimì Clementi mi avrebbe dato sui nervi, e questo la dice lunga, dato che è noto quanto io sia un piccolo fan dei Massimo Volume.
Ho ficcato nel lettore il nuovo disco di A&tJ e l'ho lasciato girare continuando a pensare ai cazzi miei. Dopo un po' mi sono accorto che Antony stava gorgogliando i suoi vocalizzi in vibrato, gli ho prestato un minimo di attenzione e mi son detto "Questo no, eh. Hai rotto proprio i coglioni con 'sta voce!" e ho solo immaginato, ma già con una bella soddisfazione, di premere il tasto eject, prendere il cd e scagliarlo a mo' di frisbee fuori dall'auto in corsa, a schiantarsi contro il ruvido muro che sfilava a fianco strada.
Non l'ho fatto, naturalmente, e non ne ho neanche interrotto la riproduzione.
E ho fatto bene, anzi, benissimo.
Antony è un grandissimo che sa usare quella voce insolita in modo magistrale. In quest'album poi lo stile è molto melodico e solare, meno cupo del precedente. Più pop, insomma e il vocalizzo di cui dicevo è solo un intermezzo nel primo brano, anche bello da ascoltare per bene.
In ogni caso alla fine è riuscito a rasserenarmi, a cullarmi beatamente nel viaggio verso il lavoro, a sciogliere quel nodo di incazzatura che avevo nel gozzo.
Poi magari, riascoltato con animo più tranquillo, potrebbe rivelarsi troppo accessibile, ma per il momento va benone, è un disco davvero piacevolissimo.


Non ho ancora finito di ascoltarlo, volevo solo riportare questa prima impressione perché almeno per me è più determinante che una critica a freddo.

lunedì 20 dicembre 2010

Matteo Negrin, Le lacrime di Giulietta, 2010

L'Italia è una repubblica fondata sui cognati, chiosava con amara sagacia Michele Serra, svariati anni fa. Puntava il dito contro il familismo imperante, le cattedre ereditarie, i ministeri e le aziende invase dai famigli del capo di turno, ma anche sull'abitudine del Belpaese di costruire in famiglia partiti, cordate economiche, fabbriche e fabbrichette, raccomandandosi vicendevolmente. Non è difficilissimo tenersi lontani da questo malcostume, a meno che non si possegga un parente veramente di talento. A quel punto si è rosi dal dilemma, è meglio rendere il giusto onore e rischiare di passare per l'ennesimo  maneggione italiota  o elegantemente tacere le virtù di amici e congiunti proprio meritevoli? Intrappolato in questa dolceamara situazione mi sono risolto a pubblicare il video del singolo di Matteo Negrin, come se non fosse il marito di mia sorella o il padre di mia nipote. Perchè? Perchè mi piacciono sia la musica, che mi riporta a quegli strumentali mediterranei di casa Egea stile Enrico Pieranunzi, i Mirabassi e compagnia bella sia il video, un timelapse disegnato in sincro con il brano. Il resto del disco (Glocal sound) non l'ho ancora ascoltato (la famiglia viene sempre in secondo piano..) e non so dirvi come è (siamo gente riservata) ma se volete accattarvelo, online c'è.  Così non dite che faccio pubblicità.

mercoledì 8 dicembre 2010

Sempre in memoria di Fra Giovanni Lennon

LEspresso o Repubblica o qualche altro cospiratore pubblica una saporita antologia di foto tratta dalle Getty Images di musici caschettati dai sixties in poi. Beatles e Getty Images, 2 garanzie al prezzo di una. Vedere a
http://static.repubblica.it/repubblica/gallerie/john-lennon/index.html?ref=HRER3-1.
Poi emozionarsi.

domenica 5 dicembre 2010

30 anni fa, John Lennon...

30 anni fa, a Nuova York, tal Mark Chapman, pazzariello scombinato, sparava al Sir John Lennon, trasfigurandolo per sempre da beneamato maestro musico a supersantone, mega-icona, ultra-guru. Su Rai5 il tutto viene commemorato con un'agiografica colata di miele, contrappuntata dalle ciance di Tony Sheridan (e passi), Edoardo Bennato (nooo...), Renzo Arbore (e bastaaaa!) che padrepiizza il buon Giovannino. Il malnatobennato si lancia pure in una partenopea "uendennait es-cam, endelén is-dàc" che sta agli anni 60 come Giorgio Faletti sta a Tacito. E a noi che abbiamo sentito Billy Shears guidare la banda di cuori solitari, marcettato agli ordini del Sergente Pepper, cercato campi di fragole eterni, a noi residenti occasionali in Penny Lane, non resta che la dimensione privata del ricordo. See you, John, e una maledizizone a tutti quelli che hanno fatto di te un eroe.

martedì 30 novembre 2010

Buon compleanno!

Siamo così intenti a sparare cazzate, a sbrodolare aneddoti e dissennatezze paramusicali, a informare un piccolo mondo delle nostre piccolissime paranoie che non ci siamo accorti che Monsieur le Blog ha compiuto un anno.
E allora

domenica 28 novembre 2010

Zaz - Zaz

Una specie di Jovanotta transalpina, zazzeruta e fricchettona, che gigioneggia con la musique d'oltralpe. Vai di bal musette, fisarmoniche tziganeggianti e melodie jazzatine, con produzione minimale, quasi in presa diretta. La batteria spazzolata e le guitares semiacustiche  reggono brani che occhieggiano a Vian e la  Zaz (vero nome Isabelle)  ci ricama dei melismi che non entrano nella storia . In Francia è diventata un caso, alcuni giornali l'hanno incensata come il futuro incarnato, les inrockuptibles ed altri la stroncano come banalità regnante,  e la sua "Je veux" è stata issata su tutte le radio a vessillo anticonsumista.  Nuova bandiera di una musica che torna all'artigianato o ennesimo equivoco? Probabilmente la verità sta, come spesso, in mezzo: la ragazza è bravina, la voce è così così, la minimalità della produzione sapientemente studiata ed il prodotto finale garbato, ma di genio ce n'è poco. Meno ruspante e schierato delle grandi  Femmouzes T (a proposito, la loro "On parle de parité" è veramente un inno), meno intrigante delle varie Keren Ann o Francoiz Breut, la Zaz sembra un po' la sorella francofona di Amparanoia. Buona lena, ritmo e gusto, una centrocampista dai piedi appena discreti, ma inventiva poca. Per noi quarantenni, sarebbe Tresor o Giresse, non  certo Platini.

sabato 27 novembre 2010

La vecchiaia dei Kinks e il fantasma degli UB40 - Ray Davies "See my friends", Ali Campbell "Great British Songs", 2010)

Per le rockstar e per i calciatori, come spiegava Cicerone nel De Senectute, la gestione del proprio invecchiamento non è certo un problema da poco, specie dopo che hanno vissuto giorni di gloria con folle acclamanti e critici benevolenti. E così, constatare che la vena artistica si è inaridita (o è diventata varicosa), che la cassiera del supermercato non solo non ti chiede l'autografo ma proprio non ti riconosce, che non stai più sulla cresta dell'onda ma su una poltrona coi nipotini, fa proprio male. Sono pochi quelli che portano con orgoglio e saggezza la propria canizie e che hanno fatto della vecchiaia un evoluzione e non un involuzione. I senescenti più saggi diradano le loro produzioni e spesso cesellano artigianato di nicchia, magari collaborano con giovani promettenti e spesso muovono verso uno stile magari più quieto ma affascinante e colto. Esempi? Che so, Peter Hammill, Robyn Hitchcock, Laurie Anderson, lo stesso Knopfler. Altri anzianotti faticano invece a cedere la ribalta e spesso reinventano adunate stile Pavarotti & Friends (& incasso, beninteso) o si lanciano in penose rivisitazione aggiornate della loro produzione passata (venghino siore e siori, rifamo tutto in versione techno!) o cercano di sbancare il botteghino con una confezionata antologia delle grandi canzoni, da loro opportunamente rivisitate.
Due casi recenti. Di Ray Davies, voce, chitarra, songwriter ed anima degli immensi Kinks, abbiamo amato tutto. Quoto nonno Bertoncelli: della cucina di casa Davies avremmo mangiato anche gli avanzi, ed è vero. Anche perché i loro piatti si conservano bene: a distanza di 40 anni il gusto è quasi inalterato e Sunny afternoon è seducente, amara e ironica come nel 1965. Per questo spiace un po' che il Ray abbia sentito la necessità di trovarsi con un orda di "amici", guarda caso uno per brano, per rifare insieme le sue cose più belle, tutte in rigoroso duetto.  Il risultato però è tristarello, nessun brano è orrendo, ma sono tutti costantemente inferiori agli originali, cui la memoria corre inevitabilmente. Beh, no, a ripensarci quello Paloma Faith è proprio orrendo. Al di là della selezione dei brani (manca la già citata Sunny Afternoon, mancano Dandy, Dedicated follower of fashion, ma queste sono preferenze personali) o della selezione degli amici (ognuno ha i suoi, tra quelli di Ray c'è gente degnissima, beninteso, da tal Bruce Springsteen a Lucinda Wiliams a Jackson Brown ad Alex Chilton, ma anche gente che avrei lasciato fuori dalla porta, tipo i Metallica o Jon Bon Jovi) quello che lascia perplessi è che non c'è risposta alla più semplice delle domande: perché? perché rifare con i friends famosi brani che hanno avuto veste migliore, molto migliore? Chi ama i Kinks cosa se ne fa di Victoria cantata dai Mando Diao, peraltro uguale all'originale? o di Lola nasaleggiata  brutalmente da Paloma Faith? e chi non li conosce che idea se ne fa? Sembra tutto un grande tributo all'ego di Mr. Davies che, intendiamoci, sta otto gradini sopra chiunque altro nel pop inglese anni 60, eccezion fatta per 4 liverpudliani, probabilmente però in fase carenziale di riconoscimenti. Sarebbe stato probabilmente meglio che il Ray avesse  preso alcuni (pochi) veri amici, attempati come lui, e dopo la cena ed il whiskino di rito, si fossero messi a registrare su un 4 piste delle versioni casalinghe dei brani, con quel suo vocione caldo e furbetto, un unplugged di coscritti, della prestigiosa leva del '46. Senza fare tardi beninteso, che l'età è quella. L'antologia si chiama See my friends ("guarda i miei amici") ma, se proprio dobbiamo restare nei titoli kinksiani, "Autumn almanac" poteva starci benissimo. Peccato.
E nella foga revivalista si rifà vivo anche Ali Campbell, bianco dalla voce nera e la faccia facciosa degli UB40, quelli di Red red wine, Rat in the kitchen e un altro migliaio di regghettini, alcuni  suadenti superdanzerecci che sono stati colonna sonora a fenomeni di ipersecrezione ormonale, altri poderosi inni libertari (Sing our down song!), tutti comunque godibilissimi.
Mr Campbell aveva già prodotto la sua personale duettata con amici nel 2007 (aveva tirato dentro, con il gusto dell'ossimoro Smokey Robinson e Mick Hucknall e Katie Melua) e allora ritorna con un idea un po' banalotta ma potenzialmente simpatica, cioè cantarci alcune grandi canzoni inglesi (Great British Songs si chiama l'album). Peccato che il non più giovane Campbell sappia solo quella musica là, anni 80-82 ed in questa noiosa chiave ci ripropone Beatles (got to get you into my life, a hard days  night) Stones, Kinks, Hollies, Free. Il tutto però registrato nel 2010, quindi con dovizia di campionatori e ammennicoli elettronici e Sly &Robbie alla consolle. Da psicoanalisi poi che per Campbell non ci siano grandi canzoni britanniche negli anni 80 mentre già così, a me, due o tre titoli verrebbero. Al netto è un pastiglione molto uniforme, con la voce non brutta ma neanche epocale - non è Paul Robeson o Marvin Gaye, e si sente -, che potrebbe essere ballabile ma che sentito a volumi onesti diventa musica da sfondo di supermercato. Riesce facile immaginarsi al settore surgelati a chiedersi, ma di chi è sta versione reggae di Paint it black?  Ci si avvia mestamente alla cassa e se davanti non avete Ali Campbell in persona, nessuno  risponderà. Comunque non chiedete alla cassiera, lei Campbell non lo conosce. 
PS: mentre redigevo questa biliosissima tirata, colto dal dubbio di essere eccessivo nelle mie  osservazioni ho surfato il www alla ricerca di altre, più dotte e più posate recensioni. Con grande gioia scopro che il sito della BBC è più sarcastico di me.

sabato 20 novembre 2010

frasi famose - take 1

Tut lon ch'a sai nen lon ch'a l'è, mi lu ciamu "new wave". Giorgio "Giors" Prigione, richiesto del perchè un disco dei Big Daddy fosse nello scaffale dedicato alla new wave,  attorno al 1985.

giovedì 18 novembre 2010

Klezmatics, Wonder Wheel (2008)

Tra le tante cose che il grande Woody Guthrie ha lasciato dietro di sè c'è anche una corposa raccolta di testi scritti e mai musicati. I suoi eredi, per musicarli, hanno coinvolto una prima volta Billy Bragg ed i Wilco, con ottimi risultati. Correva il 1998 e la combinazione del inglesissimo Bragg e degli americanissimi Wilco  aveva portato ad un album molto intenso, sicuramente di successo (per quel che vuol dire, una nomination ai Grammy), certamente sbilanciato sul versante a stelle e strisce, con gran dovizia di steel guitars, banjo, organi hammond.
Adesso, su impulso di Nora Guthrie, ci riprovano i Klezmatics, con ingredienti, questa volta, completamente diversi. Anche se di americani di passaporto, i Klezmatics provengono da un area culturale abbastanza distante dal country-folk americano e la curiosità su come avrebbero potuto applicare i loro stilemi klezmer e jazz sulle rime baciate dei versi di Guthrie era pari solo alla perplessità sulla riuscita. Ammetto di aver comprato il CD con qualche titubanza, e l'idea di trovarmi con un album di covers di Guthrie in versione klezmer mi atterriva proprio. Ma con una gran mossa i Klezmatics spiazzano tutti e offrono un caleidoscopio melodico che di klezmer ha poco e di jazz niente. Come un'insalatona in cui alla fine tutti i gusti si armonizzano bene i Klezmatics spaziano dalle ninne nanne a Morricone, dalla musica celtica a quella mediorientale transitando per la psichedelia, piazzano vocalizzi estatici e chitarre distorte, ingaggiando un ottima vocalist di formazione celtica (Susan McKeown) ed un chitarrista che più americano non si può (Boo Reiner). Ci vogliono ben 7 brani per arrivare alla primo ed assaggio di klezmer vero, e nel frattempo si è transitati per violini arabeggianti, nebbie scozzesi, trombe mediterranee e fiati tropicali. Difficile identificare un brano preferito, forse l'accorato gospel di "Holy round" o la concitata "Mermaid Avenue" in stile zydeco- calypseggiante, alla fine la cosa più gradita è la sensazione di un meticciato culturale inebriante, di una musica che come un immenso baobab ha così tante radici che non vale più la pena contarle. Ah, e poi ha anche vinto il Grammy.

domenica 14 novembre 2010

Guarda che luna!

Praticamente, dalle mie parti è un evergreen.
Ho tre figli e con ognuno di loro sono dovuto a scendere a inevitabili e comprensibili compromessi per quanto riguarda la musica da ascoltare insieme. Loro tirano per La vecchia fattoria ia-ia-oh, io magari mi orienterei verso uno Stooges d'annata.
Va da sé che che di una mia vittoria in questa diatriba non se ne parla neanche e l'unica alternativa ad una mia completa capitolazione è il compromesso, costituito da brani che non mi dispiacciano ma che possano nel contempo suscitare un loro interesse, ché poi, una volta che la melodia gli è entrata in testa, è fatta, sono capaci di canticchiarti pure i Talking Heads (gli Stooges no, non c'è verso).
Comunque, quel che volevo dire è che con un brano in particolare ho sempre riscosso un successo (leggi: approvazione) incredibile: si tratta di Guarda che luna interpretato da Petra Magoni&Ferruccio Spinetti.
Lei penso che sia una delle migliori voci presenti in Italia (non me ne intendo, ma potrebbe benissimo essere La migliore), lui è un altrettanto valente contrabbassista, già in forze agli Avion Travel, e insieme hanno formato questo duo, a nome Musica Nuda appunto, in cui le canzoni sono interpretate solo da loro due. Contrabbasso e voce dunque, nient'altro.
Questo era il loro primo album e fu una vera rivelazione, canzoni d'ogni dove e tempo (da Eleanor Rigby a Prendila Così a Monteverdi) reinterpretate in questa forma piuttosto inusuale. Tra l'altro pare che l'intero album sia stato registrato per gioco in un pomeriggio, e non è difficile crederlo tanto palesemente traspare la spontaneità di certi momenti.
Poi hanno pubblicato altri album, altrettanto belli e con qualche concessione in più alle collaborazioni (Stefano Bollani, per esempio) ma che semplicemente erano meno sorprendenti nella formula del primo.
Quel brano, Guarda che luna, è pure diventato un classico delle mie interpretazioni a cappella (robe che solo i miei parenti più stretti ed innocenti possono sopportare) e l'altra sera mi è venuto in mente di proporlo al più piccolo dei miei pargoli. Mentre mi ascoltava cantare quelle parole, i facili riferimenti alla luna e al mare, la notte, l'amore... sembrava rapito.
Oggi ho rispolverato il cd e gliel'ho messo a disposizione sulla sua malandata radioCD.
Risultato: unica canzone ad essere ascoltata da quell'essere smisuratamente impaziente dall'inizio alla fine. Di solito lui di una canzone ascolta i primi 7-10 secondi, poi skippa alla successiva. Con questa invece no, dall'inizio alla fine e poi di nuovo.
Devo dire che oggi l'avrò sentita 30 volte e che quindi mi sta venendo un pochino a noia, ma tutto sommato, paragonata alla Vecchia fattoria, è un gran bel passo avanti.
Per Down on the street c'è tempo.

venerdì 5 novembre 2010

Massimo Volume - Cattive Abitudini

Sono tornati.
Uno dei gruppi italiani migliori di sempre, di quelli che ci si può osare a fare ascoltare anche ad amici e colleghi stranieri, convinti di riuscire a strappargli un cooool! o un parbleu e di levargli dalla faccia quell'aria da voi italiani tanta melodia e serenate e tarantelle, ma il rock non lo sapete fare neanche un po'.
Avevano anche l'aria del mito bruciato in fretta. Tre album magnifici tra il '95 e il '99, poi lo scioglimento alle prime avvisaglie di cedimento. Ritirati prima del declino, insomma.
Scelta talmente saggia da valergli per più di 10 anni il titolo di mai abbastanza rimpianti. Erano diventati i mai-abbastanza-rimpianti Massimo Volume, insomma.
E invece, dopo qualche avvisaglia (un reunion-tour nel 2008, qualche colonna sonora), hanno pubblicato un nuovo album.
E siamo di nuovo lì. Chi già li conosce , li ritroverà in pieno: raffinato, semplice, ma non banale rock, chitarre-basso-batteria a pulsare e disegnare trame sofisticate ed avvolgenti in zona post-rock e su tutto la voce recitante e profonda di Emidio Clementi a narrare squarci di vita, di sogno, di riflessioni.
Come 15 anni fa, ma suonato ancora meglio, ancora più fluido, ancora più amalgamato ed orchestrato con precisione impressionante.
Chi non li conosce invece, li conosca. Ne vale davvero la pena.

Infine: il 18 novembre parte il tour da Torino, assieme ai Bachi da Pietra, altro notevolissimo gruppo nostrano, pure loro con un disco appena pubblicato. Se capitano dalle vostre parti approfittatene.

giovedì 28 ottobre 2010

A day in the life of the Beatles

Roba forte per nostalgici da competizione, assatanati del vintage, melomani e/o fotomani inguaribili. L'altroieri, nel medio 1968, i 4 liverpudliani famosi dovevano comparire sulla copertina di Life, che avrebbe cominciato a pubblicare a puntate la loro biografia. Rifiutando i fotografi ritrattisti più à la page, che so, Avedon o Irving Penn o il super-sixties Lewis Morley, scelsero di posare per Don McCullin, reporter di guerra, passando con lui un intera giornata "normale". Adesso tutti gli scatti di quella normale domenica sono stati pubblicati in un libro "A day in the Life of the Beatles" (triplo gioco di parole, apperò...) uscito uora uora per Rizzoli USA. Le foto sono, ovvio, di McCullin, il testo di tal Sir James Paul McCartney. Un assaggio prelibato è disponibile qui, ma, ulteriore strenna per i nostalgiconi, qui c'è tutto il numero di Life con cui inizia la storia.

sabato 9 ottobre 2010

Versi prima di coricarsi - Peter Hammill, Man-Erg.

I'm just a man, and killers, angels, all are these,
dictators, saviours, refugees in war and peace
as long as Man lives...
         

giovedì 7 ottobre 2010

Antony in preview

Non state più nella pelle, eh? Non ne potete più dell'attesa? Avete consumato le unghie a furia di rosicchiarle?
Sfogatevi allora. Il Guardian ha messo in streaming l'intero nuovo album di Antony and the Johnsons, la cui uscita è prevista per l'insopportabilmente lontano 11 ottobre.
(NB Se vi interessa, la traccia in cui duetta con Björk è Flétta)

giovedì 23 settembre 2010

Grinderman - Grinderman 2

Per conto mio, per un musicista che è stato “grande”, esistono fondamentalmente due modi per invecchiare, uno cattivo e uno buono.
Il primo, che è, ahimè, il più seguito è quello dell’inseguimento del successo a tutti i costi, misurato in termini esclusivamente quantitativi (leggi: soldi) a scapito di qualsiasi velleità qualitativa. La star vuole continuare ad essere una star, e per fare questo deve vendere miliardi di copie dei suoi cd, deve riempire stadi con miliardi di persone che paghino biglietti dai prezzi esorbitanti per mantenere in piedi carrozzoni colossali dai costi colossali. E per fare questo si devono fare campagne promozionali martellanti, manifesti giganteschi, comparsate in TV, presenza nei tigì, poster, dvd, heavy rotation in radio, riviste, interviste, scandali sessuali, paparazzi, gossip, matrimoni, risse e ubriachezze. E dato che tutto questo costa a sua volta tantissimo, non c’è scampo: le vendite di tutto ciò che si può vendere (non solo i CD, quindi) devono raggiungere dei volumi mastodontici, altrimenti il bilancio va in rosso e tutti a casa (e quei “tutti” sono una quantità a sua volta spaventosa di persone).
In tutta questa sarabanda sembra che la musica diventi un dettaglio quasi insignificante e in effetti è così, ma solo quasi, non del tutto. La musica va sullo sfondo, in sottofondo come quella nei supermercati, deve essere sempre non-disturbante sia nel senso basso (non deve cioè fare troppo schifo) che nel senso alto, cioè non deve rischiare di diventare una questione troppo complicata da disorientare quella massa di pubblico ai cui portafogli si sta mirando. In questa zona di equilibrio tra i due estremi la star si crogiola dunque beatamente, più attenta al look e all’immagine in generale che alla musica che produce.
Chi come noi (plurale non tanto maiestatis quanto comprendente i frequentatori a vario titolo di questo blog) tende ad impipparsene dell’immagine, al punto da non sapere bene neanche che faccia abbiano alcuni dei propri artisti preferiti, si ritrova quindi ad avere in mano, o anche solo nelle orecchie, della musica concepita più come contorno che come piatto principale.
E smadonna.
Perché, oltre a essere musica di lega veramente bassa, ricordo che sto parlando di musicisti che un tempo furono “grandi” e su di cui le aspettative continuano a rimanere tutt’ora legittimamente alte.
E non si pensi che il discorso valga solo per quei gruppi in grado da fondare dei veri imperi mediatici (via, facciamo un esempio: U2), ma pure per tutti quelli che ne hanno l’atteggiamento e che a quei livelli non ci arrivano solo perché non ci riescono, mica perché non vogliano, ma che comunque continuano a galleggiare su melodie commercialotte per sbarcare il lunario di una quanto più possibile agiata senescenza (un altro esempio: Pinodaniele).

Esiste poi il secondo modo di invecchiare, quello buono.
In questi casi l’Artista, che ha capitalizzato una fortuna sulla propria arte, si ritrova con l’invidiabile possibilità di poter reggere da solo la barra del timone, o, più prosaicamente, a poter fare il cavolo che gli pare. E lo fa.
Ma lo fa da artista, da uno che dimostra di amare quello che ha sempre fatto, che ci crede, che pensa che dal frutto della musica si possa spremere ancora qualcosa di prezioso, di raro. E si impegna per farlo, trova piacevole o almeno interessante dedicarsi anima e corpo a inventarlo, a creare. Con buona pace del pubblico, se non gradisce. E delle case discografiche e dei negozi e delle riviste e di MTV.
S’intenda: non sono così ingenuo da pensare che a questi signori il successo non interessi, ci mancherebbe. Però sentendo certe cose viene proprio da pensarlo, anche se forse sotto sotto c’è un comunque un’ambizione di successo, solo che è giocata su tempi un po’ più lunghi, più piccola in termini immediati, ma più duratura. La gloria eterna, insomma. Come quell’album là della banana, venduto inizialmente a poche centinaia di persone, ma ancora considerato dopo quarant’anni un capolavoro assoluto.

Questi personaggi sono rari, ma per fortuna ci sono. E oggi mi rendo conto che questa categoria ha a sua volta due sfumature.
(Il discorso sta diventando macchinoso, lo so, ma sono quasi arrivato al punto)
Semplificando, la prima sfumatura è quella dell’Artista che decide di sperimentare, di battere nuovi sentieri. Le cose diventano ostiche, difficili da digerire, quasi incomprensibili, ma non importa, lui prova a indicare una direzione diversa, poi se porterà da qualche parte, bene, altrimenti chissenefotte. Un esempio: David Sylvian. Provate ad ascoltare i suoi ultimi lavori.
L’altra sfumatura è quella in cui l’Artista decide di divertirsi, di giocare con la propria abilità e competenza e fare di getto ciò che più gli piace, anche in questo caso fottendosene non solo di tutto il carrozzone commerciale di cui sopra, ma pure della critica più cerebrale, quella che si sdilinquisce per l’altra sfumatura (quella sperimentale) che gli permette di compiacersi di ascoltare roba indigeribile a chiunque.
Questi qua possono per esempio imbracciare una chitarra e mettersi a urlare in un microfono come facevano nel garage prima di diventare le star che sono diventati. E piegarsi dalle risate al termine di un pezzo, euforici per essere riusciti a esprimere un’energia che pensavano di avere esaurito. E dato che sono musicisti coi fiocchi, il risultato di questi sfoghi può essere davvero buono, ottimo. In questo caso l’esempio è proprio quello in questione: Nick Cave.

Per quanto mi riguarda Nick Cave è un Grandissimo (superlativo e maiuscola intenzionali), c’è tutta una discografia a testimoniarlo, con tanti alti e pochi bassi, ma sempre a un livello impensabile per quasi chiunque. Ultimamente (dal 2006) ha dato vita al progetto Grinderman che di fatto è una costola dei Bad Seeds (i tre elementi oltre a Cave fanno parte dei BS, tanto da essere soprannominati i mini-Seeds), con cui Cave riprende certe sonorità vicine ai suoi esordi con i Birthday Party, cioè in poche parole, roba sporca e cattiva. Un rock molto in linea con l’idea di sangue+sudore.
Questa linea è stata seguita soprattutto nel primo lavoro, l’omonimo Grinderman. In questo album, semplicemente Grinderman 2, i toni si sono appena appena mitigati, ma l’approccio impulsivo rimane fondamentalmente lo stesso.
Pezzi molto duri (Evil), altalene emotive tra quiete e tempesta (Mickey Mouse And The Goodbye Man), tenui ballate degne di Springsteen epoca Nebraska (What I Know), qualche concessione più morbida (Places of Montezuma), slanci corali ed elettrici (Bellringer Blues) sono alcuni degli ingredienti che compongono questo gustoso piatto, tutti accompagnati dalla voce magicamente espressiva di Cave che in questa formazione suona anche la chitarra.
In poche parole, quando la classe c’è, ed è tanta, basta lasciarla libera di sfogarsi. I risultati non possono che essere magnifici.
Lunga vita.

mercoledì 22 settembre 2010

Antony and the Johnsons - Thank You For Your Love EP

Il nuovo album di Antony Hegarty e i suoi Johnsons uscirà il prossimo 5 ottobre, e questa è già una bella notizia.
Nel frattempo è appena uscito questo EP che ne anticipa un brano (la title-track) e che contiene altri 4 pezzi, di cui 2 sono cover, una di Bob Dylan (Pressing On) e Imagine (sì, quell’Imagine là).
Per quel che mi riguarda i pezzi meno belli sono proprio Thank You For Your Love e Imagine.
Gli altri, come quasi sempre succede quando Antony ci mette lo zampino (e soprattutto la voce), sono dei piccoli deliziosi gioielli.

martedì 21 settembre 2010

Podcast 02

Il vero senso di questo tentativo di podcast, al di là dell'esperimento iniziale della volta scorsa, è quello di pubblicare una raccolta delle cose più fruibili tra quelle che ho ascoltato ultimamente.
Si noti, fruibili, non il meglio di. E per me la differenza, se frega a qualcuno, sta nel fatto che io sono il primo a non credere molto nei singoli, o nei "best of".
Non so se ne ho già parlato -nel caso mi scuso per la ripetizione-, ma io ho un approccio piuttosto rigido all'ascolto degli album musicali: per me un CD va ascoltato nella sua interezza, dall'inizio alla fine, senza salti, cambi di ordine, ripetizioni, partenze a metà e così via. Cioè si mette il CD nel lettore, si schiaccia PLAY e lo si ascolta fino alla fine. Solo dopo ripetuti ascolti si è autorizzati a skippare quel che proprio non ci piace o andare a beccare il brano che più ci garba.
Sono infatti piuttosto convinto che un album sia un prodotto unitario, frutto di un certo lavoro e che pure l'ordine dei brani sia una scelta ponderata dall'artista con un suo significato non casuale e quindi credo che, per poterla correttamente valutare, un'opera debba essere fruita come l'artista la propone.
Poi naturalmente esistono miriadi di eccezioni, sia da parte mia che degli artisti che confezionano il CD, per cui non sono sempre così intransigente, ma il mio approccio in genere è proprio quello: PLAY e ascolto. E basta. Pure sorbendomi i passaggi sgraditi, come in un film in cui non è detto che i momenti di stanca non siano funzionali all'opera nel suo insieme.
Una conseguenza di questo modo di ascoltare la musica è che non sempre c'è coincidenza tra quelli che io reputo i momenti migliori di un album (che magari consistono nella sequenza di due o tre brani) e le canzoni che più volentieri potrei voler divulgare singolarmente.

Detto questo, qui di seguito violo il mio approccio offrendo un assaggio delle cose che ho sentito, suggerendo poi a chi dovesse fare qualche gradita scoperta, di procurarsi il CD e di ascoltarselo tutto, dall'inizio alla fine.
PLAY e ascolto.

La lista dei brani:
1-Danger Mouse and Sparklehorse - Little Girl (2010)
2-Angus & Julia Stone - For You (2010)
3-The Black Keys - Too Afraid To Love You (2010)
4-Arcade Fire - The Suburbs (2010)
5-Perturbazione - Cimiterotica (2010)
6-Laurie Anderson - My Right Eye (2010)
7-Current 93 - The Nudes Lift Shields for War (2010)
8-M.I.A. - Tell Me Why (2010)
9-!!! - Jump Back (2010)
10-Blonde Redhead - Love Or Prison (2010)
11-Chumbawamba - Voices, That´s All (2010)
12-The Books - We Bought The Flood (2010)

E il podcast:

Grinderman

Nick Cave è un Grandissimo.
È uscito il suo nuovo lavoro a nome di Grinderman, ed è davvero una bomba.
Per ora può bastare, ma ne riparleremo senz'altro.

lunedì 20 settembre 2010

Blonde Redhead - Penny Sparkle

I Blonde Redhead sono Kazu Makino, chanteuse giapponese (almeno di origini), sexy come un sospiro di Jane Birkin, e due gemelli italiani (ma canadesi-americani di adozione in tenera età) che suonano e talvolta cantano anche loro (uno di loro, ma son gemelli…).
Sono in giro dall’ormai lontano 1993 e questo è il loro ottavo album.
Anche loro hanno subito nel tempo una netta metamorfosi tra quelle che furono le attitudini iniziali piuttosto rumorose (epigoni dei Sonic Youth, li avevano definiti) e i successivi ammorbidimenti pop.
Quest’ultimo album sancisce infatti definitivamente una deriva verso lidi melodici che era già iniziata qualche album fa, ma che ora appare definitivamente compiuta.
Melodie soffici e orecchiabili, la voce di Kazu, un tempo troppo acuta per qualcuno, ha guadagnato un po’ di profondità, le tastiere e l’elettronica la fanno da padrona, mettendo da parte chitarre e batteria analogica, accenni di ballate e splendidi arrangiamenti, in bilico tra suggestioni anni ’80 (a volte ricordano certe sonorità dei Pet Shop Boys) e sofisticato dream-pop.
Splendido disco da viaggio, in questo periodo di (troppi) viaggi in macchina, riesce a riempirmi i panorami autostradali di tinte tenui e colorate cullandomi, a volte pericolosamente, con le sue atmosfere delicate e coinvolgenti.
Qui sotto un video con un brano di questo album, tanto per farvi un’idea:

giovedì 16 settembre 2010

Victor Jara, in memoriam

Il 16 settembre del 1973 veniva ucciso dai militari di Pinochet Victor Jara. Aveva 41 anni, aveva scritto una marea di canzoni meravigliose, (Luchin, Zamba del Che, Plegaria ad un labrador, e, su tutte, Te recuerdo Amanda) e cambiato in maniera definitiva la canzone latinoamericana.
Prima di fucilarlo gli massacrarono le mani. Perchè questo dettaglio raccapriccianti, che personalmente aborro raccontare? Perchè il dettaglio in questo caso vuol dire tutto. Le mani, con cui Jara suonava e componeva, erano le nemiche prime della repressione, il simbolo della libertà della creazione. Sua moglie Joan scappò dal Cile occultando le matrici con le registrazioni di Victor Jara, che il regime cercava di sequestrare. Grazie quel contrabbando adesso tutti possono conoscere Jara, ed il suo impatto sul mondo musicale è stato assai rilevante. Solo di "Te recuerdo Amanda" ne hanno fatto covers Robert Wyatt, Mercedes Sosa, Joan Baez, i Nomadi,  Daniele Sepe (che a Jara ha dedicato un cd intero) . L'hanno omaggiato gli Ska-P (Juan sin tierra), gli U2 (One tree hill) e i Calexico (Victor Jara's Hands, appunto). A 37 anni dalla morte la sua musica e la sua poesia non sono state offuscate dal tempo, e questo è un mezzo miracolo.

¡Canto que mal me sales Canto, come mi vieni male
cuando tengo que cantar espanto! quando devo cantare la paura!
Espanto como el que vivo Paura come quella che vivo,
como el que muero, espanto, come quella che muoio, paura.
de verme entre tantos y tantos di vedermi fra tanti, tanti
momentos del infinito momenti dell'infinito
en que el silencio y el grito in cui il silenzio e il grido
son las metas de este canto. sono le mete di questo canto.
Lo que veo nunca vi. Quello che vedo non l'ho mai visto.
Lo que he sentido y lo que siento Ciò che ho sentito e che sento
hará brotar el momento... farà sbocciare il momento...



Victor Jara

!!! - Strange Weather, Isn't It?

Leggevo non so dove che inizialmente gli Eels (feconda band di cui è recentemente uscito un nuovo album e di cui converrà parlare) si chiamavano semplicemente E, ma che questo loro nome gli dava problemi nelle organizzazioni dei concerti con molte band:
-Come vi chiamate?-
-E-
-Eh?-
-E-
-Allora, come vi chiamate?-
-Semplicemente E-
-Ok, allora, scriviamo “Semplicemente E”-
-No!-

A questa cosa mi capita spesso di pensare quando ascolto qualcosa dei !!! che come ulteriore difficoltà hanno il fatto che uno si chiede come diavolo si pronunci il loro nome.
Provate ad andare in un negozio a chiedere un loro CD. Io l’ho già fatto e se il commesso che vi da retta non è informato sulla loro esistenza, la situazione si fa davvero spassosa, se non imbarazzante.
-Vorrei l’ultimo dei tre punti esclamativi-
-Eh?-
-Sì, i tre punti esclamativi, sai, la band newyorkese…-
-Non saprei… proviamo a vedere sul pc... Come hai detto che si chiamano?-

Qualcuno dice che il loro nome si pronuncia “Chk chk chk”, grossomodo tre schiocchi di lingua, ma insisto: provate ad andare in un negozio a fare quel verso, e andiamo a ridere.
Loro, i !!!, su questo fatto ci marciano un bel po’ e la cosa li diverte sicuramente, anche perché ormai la fama internazionale che hanno raggiunto gli ha permesso di superare la fase in cui venivano mandati a cagare da chiunque avesse da chiedergli il nome del gruppo. In ogni caso loro dicono che il loro nome si pronuncia con tre suoni a piacere uguali e ripetuti, va quindi bene “Chk chk chk”, ma pure “Pow pow pow” o “Brkst brkst brkst” o “Bu bu bu”, a loro non frega molto e la questione diventa un leitmotiv in ogni intervista che danno.
Inizialmente i !!! facevano un tipo di musica che pure lei ha dato qualche difficoltà alla critica, poi alla fine gli hanno assegnato un’etichetta che avesse qualche parvenza di significato: funk punk.
Tutto in fondo girava intorno ad un singolo, “Me and Giuliani Down by the School Yard (A True Story)”, un pezzo di quasi dieci minuti che all’inizio circolò come singolo e successivamente inserito in Louden Up Now il loro secondo album, il primo pubblicato con un’etichetta importante (Warp, mica ciufole).
Da lì in poi sono state sempre delusioni.
Cioè quel brano era talmente figo, innovativo, provocatorio, multiforme, trascinante e coinvolgente da lasciare sbalordito chiunque ebbe modo di sentirlo. -Se questa band di pischelli- si diceva, -si presenta in questo modo col primo pezzo pubblicato, chissà che sfracelli sarà in grado di fare d’ora in poi-.
E invece, manco a dirlo, nulla è più stato all’altezza di quell’esordio:
Louden up now: sì, sì, bello, ma gli altri brani non reggono il confronto con “Me and Giuliani…
Il terzo album, Mith takes: non male, ma rispetto a Louden up now si sono un po’ sputtanati, scelte banali, commerciali insomma (orrore!!!).
E ora Strange weather, isn’t it?: il tracollo. Cioè, no, non esageriamo, però andiamo maluccio. Troppo dance, troppo facile, dicono.
A me invece questi cazzoni americani continuano a piacere un casino. Sì, e vero, forse Me and Giuliani… costituisce una vetta mai più eguagliata, ma tutto il resto si è continuato a mantenere a livelli elevatissimi. E comunque, che io sappia, il loro modo di suonare è rimasto sempre inimitato. Cioè, se quel genere vi piace, dovete ascoltare loro, non ci sono alternative.
Ma di che genere stiamo parlando, insomma? Si parte, come dicevamo, dal funk-punk, che grossomodo dovrebbe significare qualcosa che come atteggiamento sta al funk come il punk sta al rock, ma senza quella semplificazione. Quindi sono ritmiche e pulsazioni tipiche del funk, ma sporcato da un atteggiamento irriverente e caotico.
Poi i nostri sono migrati verso lidi più dance, i ritmi si sono fatti più regolari, il cantato più pop, l’atmosfera in genere più ballabile. Io li ho visti dal vivo in questa fase e il clima sul palco era davvero festaiolo. L’aggettivo che ho usato qualche riga fa, “cazzoni” assumeva l’accezione più divertente-divertita possibile.
Ora questo ultimo album, sembra essere una sintesi dei due atteggiamenti. Le pulsazioni sono ancora piuttosto dance, ma le sonorità richiamano spesso quelle degli esordi.
Ho avuto modo di ascoltarlo a ciclo diverse volte e sotto una certa pastosità del suono (strati di cori sopra chitarre funk sopra tastiere a tappeto sopra linee di basso pulsanti sopra batteria palpitante) si scopre un modo di fare musica, e che musica, originalissimo e trascinante.
Non è roba da atmosfera, ma neanche da festa, la incasinerebbe troppo, ma sparato a buon volume rimane ancora accattivante e potente come poco altro. Sì, un po’ della fresca e trasgressiva inventiva originaria è andata persa, ma sono passati 10 anni dal debutto, i ragazzotti sono diventati grandi, sarebbe stupefacente il contrario.
Se vi piace questo genere loro ne sono i massimi alfieri. Forse gli unici, ma davvero notevoli.

lunedì 13 settembre 2010

Beck, Velvet Underground and Nico

C'era una volta un disco famoso, con una famosissima copertina, con una banana sbucciabile e dentro alcune dei brani più belli e più inquietanti dell'epoca. Vi si alternavano, volutamente, melodie dolcissime e trasognate (Femme fatale, I'll be your mirror) e tirate elettriche (Black angel death song, European son). Si parlava di luoghi equivoci (Run run run, Waiting for my man), di vizi trascorsi da poco (Sunday morning) ed altripiù che mai attuali (Heroin, Venus in furs). C'era la voce cupa di Lou Reed, quella spettrale di Nico, la viola di John Cale, c'era la monumentale "All tomorrow's parties", torbida ed epica, forse la vera summa delle divergenti pulsioni dell'album. Con quel disco famoso la musica pop abbandonava ipocrisie ed eufemismi per gettarsi esplicitamente nella tossicodipendenza evidente, nella nevrosi conclamata, nella sessualità equivoca. Che ci piaccia o no, tutti siamo un po' debitori a questa pietra miliare, magari non gradevole a tutti, ed alcuni di noi, incluso chi scrive, questo famoso disco bananato lo amano proprio. Ed è proprio un atto d'amore quello compiuto dal signor Beck, che, radunati un po' di amici, ha deciso di rifarlo tutto e pubblicarlo online in download gratuito (sul suo sito oppure qui). E l'amore non si discute, quindi si perdonano al Beck alcune riproposizioni fedelissime (I'll be your mirror, Femme fatale) e alcune cadute (la sua versione di I'll be your mirror non passerà alla storia), e due versioni di Heroin quando una bastava. Ma in tutto l'album si percepisce la devozione del Beck verso il capolavoro che approccia, ed alcune esecuzioni (All tomorrow's parties, Run run run, una stralenta Sunday morning) sono proprio bellissime. Al cuor non si comanda, per fortuna.

mercoledì 1 settembre 2010

Chumbawamba - ABCDEFG, 2010

"Certo che siamo un gruppo punk, facciamo quello che vogliamo, ed allora siamo punk" - Jazz Butcher, circa 1985

Siamo così appassionati dei piatti migliori della cucina Chumbawamba's che talvolta rischiamo di  apprezzarne anche le briciole cadute ed i rimasugli bruciacchiati. Speriamo che non sia così,  anche perchè fortunatamente ci sembra di riuscire a cogliere i limiti di alcune (rare) produzioni davvero indigeste. Forse dovremmo comunque astenerci da recensirli, per non rischiare di cadere in un turbinoso vortice di lodi sperticate, peana devoti ed applausi aprioristicamente entusiasti. Ma al cuor non si comanda ed eccoci a parlare (col solito ritardo) dell'ultimo album dei Chumbas, ormai stabilizzati come quintetto acustico. Dall'esordio a oggi, che fossero in veste techno (Tubthumper e dintorni) o acustica (The boy bands have won) i Chumbas hanno sempre manifestato due doti rare, intelligenza e abilità a scrivere canzoni e ancora non si smentiscono. Anzi, raddoppiano,  e  forse i limiti di questo ABCDEFG stanno proprio nell'essere eccessivamente intelligente e nel loro essere troppo bravi a scrivere canzoni. Possibile? Mmm, sì. Allora, iniziamo col dire ABCDEFG è la scala eptatonica secondo la partitura anglofona (il nostro do-re-mi-fa sol-la-si, per capirsi) e tale titolo rivela l'ambizioso progetto di fare un album di musica sulla musica. Su tutti gli aspetti della musica, dalla gioia del canto al potere palliativo della melodia, dall'anacronismo della filologia musicale all'appropriazione mediatica della tradizione. "Abbiamo passato in rassegna la storia della musica, i suoi aneddoti, i suoi eroi, le sue canaglie. Una cavalcata attraverso svariati secoli per vedere che valore ha la musica e cosa significa per la gente" dice Boff, conscio della pretenziosità della cosa. Se volete una spiegazione brano per brano, necessaria alla comprensione completa dell'album, la trovate qui. E ogni brano, oltre a sfoggiare testi ammirevoli e complessi, si caratterizza per la musica così aderente allo spirirto dell'epoca cui si riferisce. E così "The same so-so tune", ambientata nell'Inghilterra bellica degli anni '40 è un meraviglioso assaggio di musica dell'epoca (charleston? fox-trot? non sono abbastanza studiato per dire..), "Singing out the days" che racconta di soldati al fronte, ha una struttura così perfettamente folk da sembrare autenticamente d'epoca e via discorrendo. Gli episodi più felici, "Wagner at the opera", "Torturing James Hetfield", "Voices, that's all" meritano spiegazioni particolareggiate, magari in posts futuri dedicati. Grande eterogeneità musicale, dunque  grande immediatezza, e come sempre, grandissimi gli impasti vocali. Come detto il limite è proprio che tutto sia un pizzico troppo cerebrale e che la magnifica semplicità di The boy bands have won sia un po' offuscata. Ma chiaramente i Chumbawamba se ne fottono, e restano beati nella loro nicchia, consci che di album così intelligenti ne escono pochi.

Calexico live: aggratis!

A chi piace il genere: i Calexico mettono a disposizione per il download gratuito (o in streaming) una registrazione di un live che hanno tenuto a Nuremberg, in Germania.

mercoledì 25 agosto 2010

Concerto per Lulù

È una cosa che faccio fatica anche solo a pensare, figuriamoci a parlarne o scriverne, senza provare un profondo dolore. Per chi non lo sapesse, il 2 luglio scorso a Niccolò Fabi è morta la figlia di 2 anni per una meningite fulminante.
Inutile provare a immaginare il dolore devastante di una disgrazia di questo tipo, impossibile.
Il 30 agosto nei pressi di Roma (a Mazzano Romano) nell’area turistica del Casale sul Treja si terrà un concertone in occasione del compleanno della bimba il cui ricavato (ingresso gratuito e offerta libera) sarà utilizzato per la ricostruzione di un ospedale pediatrico a Chiulo, in Angola.
Per chi si trova da quelle parti penso che possa essere una buona occasione per una scampagnata.
Questa la lista (a oggi) dei partecipanti al concerto, ce n’è un po’ per tutti i gusti:
Max Gazzé. Daniele Silvestri. Samuele Bersani. Cristina Donà. Simone Cristicchi. Gianni Morandi. Samuel. Boosta. GnuQuartet. Lorenzo Jovanotti. Paola Turci. Alex Britti. Stefano Dibattista. Velvet. Collettivo Angelo Mai. Roberto Angelini. Elisa. Marina Rei. Luca Barbarossa. Neri Marcoré. Pier Cortese. Marco, Claudio e Niccolò Fabi. Rita Marcotulli. Paolo Belli. Paolo Vallesi. Fiorella Mannoia. Franco Mussida. Olivia Salvadori e Sandro Mussida. Giuliano Sangiorgi. Danilo Rea. Roberto Gatto. Cecilia Syria. Manuel Agnelli. Mauro Ermanno Giovanardi. Tosca. Pino Marino. Pilar. Marco Conidi. Awa Ly. Alberto Fortis.

Qui i dettagli sull’iniziativa.

martedì 24 agosto 2010

The Top 50 Music Videos of the 1990s

Quelli di Pitchfork hanno pubblicato la classifica dei 50 migliori (a dir loro) video musicali degli anni '90.
Personalmente non ne so abbastanza da avere alcunché da ridire sulla loro scelta, esclusi, inclusi, posizione in classifica eccetera. Comunque, se è vero (e per me è vero) che alcuni video sono degli autentici gioielli di arte grafica-musicale, qui ce n'è una bella rassegna:
The Top 50 Music Videos of the 1990s

lunedì 23 agosto 2010

Danger Mouse and Sparklehorse – Dark Night of the Soul

Questo disco è uno di quelli su cui c’è già un sacco da raccontare ancor prima di ascoltarlo, per cui mettetevi comodi.
Innanzitutto gli autori sono Danger Mouse e Sparklehorse.
Il primo è un personaggio eccentrico come è quasi normale (bell’ossimoro, vero?) che siano certi artisti. Il suo debutto sulle scene , quello che l’ha reso di colpo famoso, è stato The Grey Album, disco prodotto come mashup tra il White Album dei Beatles e The Black Album di Jay-Z.
Bianco+Nero=Grigio, voilà.
Peccato che alla EMI siano piuttosto sensibili al tema Beatles e che mal tollerino chiunque faccia uso non autorizzato della loro gallina dalle uova d’oro. Allora ne è nata una di quelle dispute piuttosto tipiche e delicate in cui la potentissima major blocca la distribuzione di un disco che però in questo modo riceve molta più pubblicità di quanto avrebbe mai potuto sperare e quindi più successo e boomerang per la major e grane per il musicista, però una certa fama e rispetto underground e così via.
Sparklehorse è invece un personaggio decisamente tragico. Nel ’96, durante una tournee con i Radiohead (non ancora famosissimi) si rifilò una bella strippata di valium, alcool e eroina nella sua stanza di albergo e perse conoscenza per 14 ore schiacciandosi le gambe con il proprio corpo (sto provando a immaginare cosa voglia dire questa frase che ho preso da wikipedia, ma faccio un po' fatica... Il meglio che mi viene è una posizione inginocchiata e piegata in avanti. Terribile...). Finì anche in coma e al risveglio rischiò di perdere l’uso delle gambe e rimase su una sedia a rotelle per 6 mesi.
Durante quel periodo di depressione gli amici gli fecero ascoltare un sacco di musica e pare che sia proprio durante questi ascolti che fu folgorato dal Grey Album e che sia nata l’idea della collaborazione che ha portato a questo disco, che sarà poi di fatto il suo ultimo lavoro.
Nel marzo di quest’anno si è infatti suicidato con un colpo alla testa.
Lo dicevo che la vicenda era tragica.

Comunque, tornando a momenti più ameni, per la produzione dell’album il duo Danger Mouse+Sparklehorse si è avvalso della collaborazione di autentici pezzi da 90 del mondo indie, musicale e non solo, riuscendo a coinvolgere nientepopodimenoche:
- James Mercer (The Shins)
- I Flaming Lips
- Gruff Rhys (Super Furry Animals)
- Jason Lytle (Grandaddy)
- Julian Casablancas (The Strokes)
- Frank Black (The Pixies)
- Iggy Pop
- Nina Persson (The Cardigans)
- Suzanne Vega
- Vic Chesnutt
- Scott Spillane (Neutral Milk Hotel e The Gerbils)
- David Lynch
David Lynch (sì, proprio il regista) ha collaborato girando alcuni video delle canzoni, creando un centinaio di immagini a corredo del CD e mettendo la voce su un paio di brani (non ho la più pallida idea di quale sia il rapporto che lega il regista con i 2 personaggi autori del disco, ma deve essere piuttosto intenso, dato che si tratta non propriamente di un cameo).
Tutti gli altri artisti ci hanno messo la voce e/o hanno collaborato alla produzione dei brani, per cui non è stupefacente apprendere che nell’imminenza della sua pubblicazione venisse già indicato come evento musicale dell’anno (almeno in un certo ambiente).
Non è finita, però, perché alla EMI quella storia dell’album grigio devono essersela legata al dito, per cui, poco prima della pubblicazione, in base a qualche cavillo legale (i dettagli, che io sappia, non sono mai stati divulgati dalle parti in causa) riescono a bloccarne l’uscita.
Immancabilmente tutti quanti tornano a interpretare i loro ruoli: il pubblico grida allo scandaloso ennesimo sopruso della Spectre-EMI e parteggia per gli artisti imbavagliati i quali a loro volta, oltre all’ennesima dose di pubblicità insperata (a questo punto viene il dubbio, però), pubblicano lo stesso il CD, perché il lavoro grafico di Lynch vale davvero la pena, ma invece del CD vero inseriscono un CD-R vuoto con l’indicazione di farne quel che si vuole (e l’implicito suggerimento di scaricarsi gli mp3 da internet, che da qualche parte si trovano… e registrarselo sopra, alla facciazza della major). Questa trovata, manco a dirlo, ha un irrazionale successo e l’oggetto va presto esaurito e diventa un cult.
Poi alla fine, luglio 2010, qualcosa si sblocca e l’album viene pubblicato, con buona pace di tutti.
Tranne che del povero Mark Linkous (aka Sparklehouse) che nel frattempo, ma non certo per questa vicenda, si è tolto la vita.

Ah già, il disco, com’è?
Come prevedibile: molto bello ed eclettico. In tale varietà di teste pensanti è inevitabile trovare dei momenti meno gradevoli, ma il complesso rimane sempre comunque molto, molto alto.
Personalmente trovo bellissime l’iniziale Revenge (te pareva, è quella con i Flaming Lips, dei quali sono un noto piccolo fan), la saltellante Little Girl, Everytime I’m with you e Grim Augury (in cui compare Vic Chesnutt, personaggio dal destino non molto distante da quello di Sparklehorse e di cui posso dirmi anche di lui piccolo fan, un po’ più mestamente dei Flaming Lips, però).
A questo punto non so se sia l’evento musicale del 2010, forse ormai si sono spese troppe chiacchiere e vicende, però è un gran bell’album. Vale davvero la pena.
Questo l'elenco dei brani con le collaborazioni:

1. "Revenge" (featuring The Flaming Lips) – 4:52
2. "Just War" (featuring Gruff Rhys) – 3:44
3. "Jaykub" (featuring Jason Lytle) – 3:52
4. "Little Girl" (featuring Julian Casablancas) – 4:33
5. "Angel's Harp" (featuring Black Francis) – 2:57
6. "Pain" (featuring Iggy Pop) – 2:49
7. "Star Eyes (I Can't Catch It)" (featuring David Lynch) – 3:10
8. "Everytime I'm with You" (featuring Jason Lytle) – 3:09
9. "Insane Lullaby" (featuring James Mercer) – 3:12
10. "Daddy's Gone" (featuring Nina Persson) – 3:09
11. "The Man Who Played God" (featuring Suzanne Vega) – 3:09
12. "Grim Augury" (featuring Vic Chesnutt) – 2:32
13. "Dark Night of the Soul" (featuring David Lynch) – 4:38

martedì 17 agosto 2010

Arturo Stalteri - Half Angels

Confesso: non ho alcuna competenza per recensire seriamente questo disco. Ho una collezione risicatissima di musica pianistica (qualcosa Tsabropoulos, Tiersen, Mirabassi jr...), non capisco una beata cippa di armonia, insomma, sarebbe molto meglio non sproloquiare e richiudersi in un educato silenzio. Ma sono giorni che sento e risento questo album grazioso e garbato, moody (un anglicismo che da tono alla recensione) senza essere cupo, abbordabilissimo anche da orecchie incolte come le mie senza essere banale. Magari Abo o altri uomini di musica me lo stroncheranno, chissà, intanto Stalteri resta li nel cassettino del CD. Insomma, tutta sta sbrodolata per dire "mi piace" senza un perchè. Forse non il massimo come recensione, però sincera.

lunedì 16 agosto 2010

versi prima di coricarsi - SULUTUMANa, Il tuo culo


Vorrei esser la tua pancia, l'onda del tuo respiro
Vorrei essere l'oceano calmo che ti attraversa
Vorrei essere il tuo centro, il bottone del tuo ventre
Il tuo braccio che mi abbraccia
Vorrei esser la tua mano quando stai sotto la doccia
E vorrei essere il tuo suono, le tue lacrime di gioia
Vorrei esser le tue gambe che si immergono nel mare
Ed il tuo vento nei capelli, il tuo collo nella sciarpa
Vorrei essere il tuo piede quando esce dalla scarpa
Vorrei essere il tuo naso impreciso sinuoso
La tua bocca il tuo riso ah ah ah ah fragoroso
La tua lingua mentre scioglie il gorgonzola
Vorrei esser le tue orecchie quando è festa e c'è la banda
Per le strade e nelle piazze, vorrei esser la tua schiena
Per un'ora di carezze, vorrei essere ciliegie
Sulle cime dei tuoi seni, vorrei essere i tuoi occhi
Che si riempiono di cielo
Vorrei esser la tua pancia, l'onda del tuo respiro
Vorrei essere l'oceano calmo che ti attraversa
E vorrei essere il tuo suono, le tue lacrime di gioia
Vorrei esser le tue gambe che si immergono nel mare
Ed il tuo vento nei capelli, il tuo collo nella sciarpa
Vorrei essere il tuo piede quando esce dalla scarpa
Vorrei essere i tuoi sensi, il tuo gioco preferito
Vorrei essere i tuoi occhi quando si aprono al mattino
E si riempiono di cielo, mentre schiudi le persiane
Vorrei essere il tuo culo

Vinicio Capossela, "Da solo", 2008

Siamo tutti accesamente devoti di San Vinicio, per aver italianizzato la lezione di Tommaso Waits e svecchiato (e, diciamolo, reso più accattivante) quella dell'Avv. Conte, insomma per essere Capossela. E quando Vinicione si è messo a mescolare altre influenze (la musica mariachi, quella bandistica) abbiamo plaudito riverenti. Ma se Capossela smettere essere Capossela e comincia a fare Capossela, ecco che i conti non tornano più. Come in questo "Da solo", più ombroso del precedente e già troppo compiaciuto "Ovunque proteggi", in cui il Vinicio gigioneggia più che mai, sbraca nella misura dei brani e non produce il gioiellino che si staccchi da una generica mediocrità. Troppe marcette, troppe leziosaggini fanciullesche, eccessivo il ricorso al nonsense dei testi. Nostalgici dell'ironia di "Marajà", del lirismo assoluto di "Ultimo amore" dell'immediatezza giocosa di "Allora mambo", imploriamo accorati San Vinicio per un sano ritorno alle origini. Da solo, appunto, può fare benissimo.

giovedì 12 agosto 2010

Unwoman, "Casualties", 2010

Erica Mulkey, violoncellista e cantante, darkeggia su melodie sinuose e tristarelle, stendendo su un tappeto di tastiere il suo violoncello, il cui lamento connota in maniera marcata tutta la sua produzione musicale. Il supporto dell'elettronica è invece variabile, talvolta praticamente assente. Nonostante i natali californiani, Unwoman (come tradurlo? boh, "anti-donna" "de-femmina", ...fate voi) guarda decisamente a modelli britannici, su tutti alla diva Siouxsie, di cui riprende anche il look oltre che il cantato, ma è anche chairo che la signorina ha sentito a lungo Kate Bush. Il risultato è assai buono, particolarmente gradito a palati nostalgici del dark che fu, con l'unico limite di una certa eccessiva omogeneità, che sfocia in monotonia. Pezzo preferito: "Pillars of salt".

giovedì 5 agosto 2010

Podcast, ci riprovo

[UPDATE del giorno dopo: forse ho risolto le difficoltà del caricamento dell'mp3, ma continuo a bisticciare con le tabelle. Torno alla lista classica, che va benone.]

Penso di avere trovato una soluzione un po' più stabile e funzionale per il "cassettone". Quindi ripubblico qui sotto lo stesso podcast che avevo cercato di creare allora, poi se la cosa funziona, potrebbe diventare un appuntamento periodico con il "meglio di" quanto ascoltato ultimamente.
La lista dei brani è questa:

1-The Beatles - While My Guitar Gently Wheeps (1968)
2-Grant Lee Buffalo - Fuzzy (1993)
3-Larkin Grimm - Ride That Cyclone (2008)
4-Cat Power - Good Woman (2003)
5-Eddie Vedder - Long Nights (2007)
6-Eels - Railroad Man (2005)
7-Beth Orton - Stolen Car (1999)
8-Calexico - The Ride, pt.II (1998)
9-The Black Heart Procession - It's A Crime I Never Told You (1999)
10-The New Pornographers - The Bleeding Heart Show (2005)
11-Sodastream - Tickets to the Fight (2006)
12-Pontiak - Aestival (2009)
13-Microphones - You'll Be In The Air (2008)
14-Kevin Ayers - Cold Shoulder (2007)
15-Sufjan Stevens - John Wayne Gacy, Jr. (2005)
16-Vic Chesnutt - Glossolalia (2007)

e il podcast vero e proprio è questo qui:

Voilà.

mercoledì 21 luglio 2010

Angus & Julia Stone - Down The Way

Coppia di fratellini australiani alle prese con pop melodico e sentimentale. Ascolto rilassato e rilassante piuttosto piacevole e senza particolare impegno. Belle le voci, arrangiamenti chitarra+archi per momenti melanconici.
Niente di che strapparsi i capelli, ma se volete qualcosa con cui svagarvi, questo è perfetto.

sabato 10 luglio 2010

Pausa

L'Album Bianco nasce come sfogo agli spasmi scrittori di una truppa mal definita di melomani, la cui presenza, di alcuni occasionale, di altri costante, non è mai stata soggetta a regole, precetti, schemi. Ci siamo sempre detti che scrivere, sussurrare o abbaiare le nostre pensate non doveva avere ritmi prefissati,  e quindi il blog è geneticamente predisposto a pause e vacanze di ogni sorta. In corrispondenza di quelle estive, poi, il singhiozzo che ha ritmato i posts si vieppiù disorganico. Con questa premessa, seguo Luca e fuggo in vacanza anche io. non ho scelto un disco per l'estate, ne rippati in mp3 una cinquantina, raccolti su un HD portatile. I  titoli? Dai Sigur Ros a Cecilia Pitino, dai New Pornographers a Les Anarchistes (immancabili!). Sarà una bella estate, a presto. Marco
PS: a differenza di luca non ho scelto neanche una meta, ma va bene così.

mercoledì 7 luglio 2010

Happy birthday, dear Ringo

Oggi compie 70 il baronetto Richard Starkey, MBE, meglio noto come Ringo Starr, batterista dei Beatles. A tutti gradito per la proverbiale bonomia, per la sua assoluta normalità a fronte dell'eccentricità del Giovanni Lennon, del talento da predestinato di Sir James Paul Macca, dell'ombrosità harrisoniana. Festeggiamolo tutti, perchè il Ringo è un simbolo. E' l'icona dell'uomo normale, imbarcato in avventura molto più grande di lui, che resiste nonostante parecchie avversità (nella prima registrazione lo sostituirono con tal Andy White e lo relegarono al tamburello) e senza diventare divo. Niente bizzarrie, niente crisi mistiche - si diceva che in India dal Maharishi si rompesse abbastanza i coglioni - niente svarioni con droghe pesanti, l'unica stravaganza che si è concesso è chiamare il figlio Zack, come lui si faceva chiamare da piccolo. Musicalmente, oltre a quello che gli hanno porto John &Paul, su tutto una certa Yellow submarine,  non ha lasciato tracce memorabili, una versione reggae di Only you e poco altro. Ma ci rimangono le sue facce sornione, le sue pose da rocker innocente, conscio della propria liverpooliana mediocritas. E, quoto, cito, rubo dal grande Phil Anka, i suoi occhioni da cagnone sperduto. Cheers, Ringo.

venerdì 2 luglio 2010

Il Disco dell'Estate

Fra qualche giorno me ne parto per le vacanze. Niente di che, vado qui a scrocco di Ma&Pa. Lo dico non tanto per raccontare i fatti miei quanto per avvisare della mia futura latitanza da queste parti.
Ho scelto con un po’ di difficoltà il Disco dell’Estate, cioè quel disco che potenzialmente dovrebbe accompagnare i miei scorrazzamenti in ciabatte, bermuda e occhiali scuri sotto il solleone.
Poi chi conosce la mia caotica situazione familiare (moglie ciarliera e 3 figli ipercinetici) ben capirà che, soprattutto in vacanza, quando il nucleo familiare è ben compatto, le mie possibilità di ascoltare la musica che mi piace si riducono al lumicino. E qui casca a fagiolo il disco dell’estate. In quei rarissimi momenti di “ora ascolto quel che mi pare” ho bisogno di un riferimento da individuare al volo, senza tentennamenti. Qualcosa che poi sia abbastanza piacevole e solare per adattarsi alla stagione, ma anche non troppo stupido, che di musica infantile ne ascolterò già fin troppa.
E il prescelto di questa Summer2010 è:
Fever, degli Sleepy Sun

Gli Sleepy Sun fanno un rock psichedelico, piuttosto datato come genere in sé, ma mantenuto piuttosto fresco da un approccio moderno e scanzonato. Strumenti elettrici, voci maschili e femminili, lunghe cavalcate lisergiche, melodie piuttosto accessibili.
Non che sia un miracolo eh, anzi, forse il loro precedente Embrace era un po’ meglio in generale, ma tutto sommato, se si cerca qualcosa di leggero (come nel mio caso per il Disco dell’Estate) direi che è l’ideale.
Poi vengono dalla California, e si sente. Più estivo di così…

A presto.

martedì 29 giugno 2010

Scaruffeide

Allora, alzi la mano chi non ha mai letto una recensione di un disco su internet. Che sia su quotate pagine culturali o su qualche oscuro blog  di qualche oscuro figuro (questo, ad esempio), il ricorso al www per conoscere l’ultima novità di ambient croato o per sapere se vale la pena anche solo di scaricare la centesima raccolta degli Stones, l’abbiamo fatto tutti. E surfa che ti surfa, oltre agli approdi più canonici (last.fm, myspace, e similia) talvolta il destino spinge il server un qualche luogo virtuale ameno o comunque curioso, che magari adesso organizzeremo nella sidebar. Un sito cui invece si è invariabilmente indirizzati con una frequenza inquietante è il leggendario scaruffi.com, dell’omonimo Scaruffi Piero. L’ansia che assale l’internauta melomane più avveduto deriva dal fatto che se digitate qualunque, ripeto, qualunque nome, dai Green Telescope a Ed  Banger and the Nosebleeds, dagli Holy Modal Rounders a Letizia e la Band, il link a scaruffi.com c’è sempre. E non è un link a vuoto. Non esiste gruppo, solista, musicista, artista di strada, corista, session man su cui lo Scaruffi nazionale non abbia detto la sua, sovente con distruttiva severità. Come una maestrina incazzata Scaruffi dispensa voti, sovente gravemente insufficienti, senza guardare in faccia nessuno, rifilando impietoso a molti monumenti della musica critiche feroci e accordando risicate sufficienze a veri capolavori (opinione personale, quindi fallace, ok?). Per contro, esalta con peana smodati lavori discutibili di artisti che forse non passeranno alla storia (i Royal Trux, ragazzi!), si spella le mani gridando al capolavoro imperdibile per album che non sorpassano il primo ascolto, ma questa, forse, è solo la sua originalità di fronte al mio conformismo poppeggiante. Ora, lo confesso, io con Scaruffi ho un problema personale, e, sia chiaro, lui non ce l’ha con me. E avere un problema con qualcuno che non conosci, è grave. Primo, abbiamo dei gusti simmetrici, nel senso che ogni disco che mi lascia in deliquio, che alberga nella mia top ten, che è in cima ai miei sogni,  è da lui invariabilmente condannato  alla mediocrità, spesso con il corredo di pesanti rampogne. Tanto per dare un idea ecco i voti assegnati alla mia top ten da isola deserta
Siouxsie and The Banshees - Twice upon a time (non recensito ma di Siouxsie il nostro dice “Dark-punk's most overrated artist, Siouxsie has left behind very few compositions that deserve to be remembered.” Ammazza...)

REM - Automatic for the people (5)
XTC - Oranges and lemons (6.5)
Billy Bragg - Talking with the taxman about poetry (6)
Zebda - Essence ordinare non recensito
Van der Graaf Generator - Pawn hearts (8)
Robyn Hitchcock - Black snake diamond role (7)
Clash - London Calling (7)< Pogues - If I should fall from grace with god (6,5) Byrds  - Mr tambourine man (6) Icicle Works - Icicle works (non recensito) L’altro problema è la smodata invidia che nutro per lo Scaruffi medesimo. Innanzitutto vorrei avere la sua stessa prosopopea, vorrei non essere sfiorato dal penoso esercizio del dubbio al momento di assestare stilettate feroci, ma soprattutto vorrei riuscire a fare tutto quello che fa lui. Dal suo sito si estrapola una biografia per punti (chi diffidasse vada a  controllare a http://www.scaruffi.com/service/iabout.html) che recita testuale:
piero scaruffi, poeta, scienziato, storico della conoscenza e libero pensatore, e` anche:
* scienziato cognitivo
* scrittore
* poeta<
* storico musicale
* storico cinematografico
* commentatore politico
* artista visisvo
* consulente software
Ora, non so voi, ma io faccio fatica ad a buttare giù 4 righe per questo blog, riesco a sentire bene solo un paio di dischi al mese e spesso la sera crollo sul divano prima che siano le dieci e magari i miei cari mi segnalano pure di non avermi visto molto ultimamente
Mi chiedo, allora, ma come farà Scaruffi a fare tutte ’ste cose? Dove trova il tempo e le energie? Ma in parallelo mi chiedo anche, più semplicemente, come fa a disprezzare Siouxsie e i Chumbawamba e a stracciare (5/10) “Automatic for the people”? e a venerare i Royal Trux? Non ho risposte per nessuna di queste domande. Me ne torno al nostro modesto casalingo blog, alla Siouxsie di Kaleidoscope, agli XTC che adoro in blocco, a Nightswimming e Find the river. E mi rendo conto che sto benissimo così.

giovedì 24 giugno 2010

Un nuovo inno per l'Italia

In epoca di Mondiali di calcio ci tocca , come sempre, sorbirci le eterne questioni sull'inno nazionale. Diciamolo pure, fuori dai Mondiali e dalle Olimpiadi l'inno nazionale non se lo fila nessuno, tanto che infatti viene naturale proseguirne mentalmente l'esecuzione con la formazione della Nazionale che ognuno ha più stampata nel cervello (per il sottoscritto ZoffGentileCabrini, OrialiCollovatiScirea, ...) ed associare alla musica di Novaro la voce di Martellini o Pizzul o Bizzotto, sempre a seconda delle generazioni.  Al punto che, personalmente, mi ha sempre emozionato altrettanto, creando lo stesso senso di attesa  la ormai desueta sigla dell'Eurovisione (Charpentier, Te Deum). Però l'inno nazionale è anche uno dei tanti paradossi italici: possibile che la terra di Cimarosa e Bellini, Puccini e Verdi, Vivaldi e Rossini non abbia trovato nulla di meglio come musica per celebrare le solennità? E poi, intendiamoci, che cazzo vogliono dire le parole?
Insomma, ha sostanzialmente 2 difettacci: primo, è una marcetta che sembra la fine dei cartoni animati di Looney Tunes (e di questo spero si occupi Abo, sicuramente più competente, con una sapida disamina tecnica) e, secondo, ha un testo incomprensibile. Meglio così, perchè se lo comprendi e non sei un nostalgico colonialista  reduce dell'Amba Alagi ti fa vomitare. Tra coorti, elmi di Scipio (Scipione l'Africano, ossia un invasore e massacratore di popolazioni civili) e chiome da porgere da parte della Vittoria (che non è la figlia della tabaccaia), a ricordo della bella e moderna abitudine di rapare a zero le schiave, questa schifezza ottocentesca è sopravvissuta in epoca democratica solo grazie al fatto che durante l'esecrabile ventennio non era molto in voga. Ma il potpourri di richiami imperiali alla gloriosa epoca augustea in cui eravamo aggressivi invasori è davvero emetico ed è infatti strenuamente difeso dai piccoli ducetti contemporanei, e guai a chi non lo canta. Ostili per natura all'integrità della nazione, parecchi leghisti, forti della loro crassa insipienza, propongono come alternativa il "Va Pensiero" dal Nabucco verdiano, musicalmente più attraente e sicuramente più marziale. Anche qui, però, quanto a testo si casca male: non solo è criptico per cervelli istruiti (figuratevi per Cassano e Gattuso) ma, quando compreso, è evidente che parla di esuli che rimpiangono la loro terra bella e perduta,  che non è il massimo per esaltare il morale della nazione. Tra l'altro la terra rimpianta non è nemmeno l'Italia, è Gerusalemme, ma questo è oltre le possibilità di comprensione del leghista e del calciatore medio.
In sostanza o ci teniamo l'inno di Bugs Bunny in versione imperialista o, in ossequio ai rutti padani, fingiamo di essere esuli ebrei o ci scateniamo alla ricerca di un nuovo inno. Che dovrà essere come siamo, simpatico e furbetto, un po' marziale (se giochiamo contro i tedeschi dobbiamo pur spaventarli) e un po' pastasciuttaro, in omaggio all'ambiguità dell'italiota.  E allora via alle proposte. 
La mia candidata? "La terra dei cachi" di Elio e le storie tese. Bel testo, alla portata dei nostri calciatori, realista ("un totale di due pizze e l'italia è questa qua"), melodia accattivante ed orecchiabile, non richiede un intera banda musicale per la sua esecuzione e molto molto ironica. E poi parla anche di sventolare il bandierone allo stadio, attività cui è precipuamente dedicata l'esecuzione dell'inno.
Alternative:
Dolce Italia - Eugenio Finardi. Sdolcinata, parla in realtà malissimo degli italiani, troppo melodica e poco solenne. Potrebbe cantarla Iugìn da solo allo stadio, come alcuni tenori americano fanno, ma non ci darebbe quella gagliardia che cerchiamo. Scartata.
Un italiano vero  - Toto Cutugno. La quintessenza dell'italianità stile raiuno, della italietta dell'autogrill, delle lacrime da coccodrilli professionisti, dei sentimenti da strapaese. Scartata.
La strana famiglia - Jannacci & Gaber. Ecco un'alternativa percorribile, se suonata lenta assume un tono serioso e il ritornello potente inietterebbe di certo morale ed energie nei quadricipiti dei nostri calciatori. Inoltre identifica perfettamente l'equipollenza tra paese reale e paese televisivo, 20 anni prima di Videocracy (peraltro meraviglioso).
Allora, via anche alle vostre candidature, diamo un nuovo inno a questa povera Italietta! E Abo, per favore, il saggio su Novaro!