domenica 28 febbraio 2010

Versi prima di coricarsi - Alexandra Leaving, Leonard Cohen

Volevo selezionare un verso, un distico, una frase di significato. Ma mi sono reso conto chr non riuscivo a scegliere un brano e lasciarne fuori un altro. Quindi, in omaggio a Cohen, ma soprattutto a Kavafis, da cui è tratta, la offro tutta (qui in audio). Poesia pura.

Alexandra leaving

Suddenly the night has grown colder.
The god of love preparing to depart.
Alexandra hoisted on his shoulder,
They slip between the sentries of the heart.

Upheld by the simplicities of pleasure,
They gain the light, they formlessly entwine;
And radiant beyond your widest measure
They fall among the voices and the wine.

It's not a trick, your senses all deceiving,
A fitful dream, the morning will exhaust -
Say goodbye to Alexandra leaving.
Then say goodbye to Alexandra lost.

Even though she sleeps upon your satin;
Even though she wakes you with a kiss.
Do not say the moment was imagined;
Do not stoop to strategies like this.

As someone long prepared for this to happen,
Go firmly to the window. Drink it in.
Exquisite music. Alexandra laughing.
Your firm commitments tangible again.


And you who had the honor of her evening,
And by the honor had your own restored -
Say goodbye to Alexandra leaving;
Alexandra leaving with her lord.

Even though she sleeps upon your satin;
Even though she wakes you with a kiss.
Do not say the moment was imagined;
Do not stoop to strategies like this.

As someone long prepared for the occasion;
In full command of every plan you wrecked -
Do not choose a coward's explanation
that hides behind the cause and the effect.

And you who were bewildered by a meaning;
Whose code was broken, crucifix uncrossed -
Say goodbye to Alexandra leaving.
Then say goodbye to Alexandra lost.

Say goodbye to Alexandra leaving.
Then say goodbye to Alexandra lost

giovedì 25 febbraio 2010

Talk Talk - Spirit Of Eden

I Talk-Talk sono uno dei pochi gruppi la cui carriera discografica è andata migliorando con il passare del tempo e forse sono l’unico caso di un cambiamento tanto repentino e radicale da aver lasciato tutti a bocca aperta ai tempi e ancora oggi talmente raro da lasciare increduli.
Agli albori degli anni ’80 i nostri si conquistarono un certo successo commerciale con brani quali It’s my life o Such a shame, canzoni di pura natura pop che si contendevano le classifiche con i campioni dell’epoca. Erano i tempi dei primi video musicali, nasceva VideoMusic, dopo pranzo ci sciroppavamo la programmazione di DeeJay Television (con Linus e Albertino ragazzini!) che mandavano in onda gente come Duran Duran, Spandau Ballet, Pet Shop Boys, Level42, Howard Jones, Paul Young e appunto i Talk-Talk. Puro pop commerciale, e se gli anni ’80 sono stati l’apoteosi di quel genere effimero e artefatto, i Talk-Talk ne costituirono giocoforza una delle massime espressioni di sempre.
Era ancora l’epoca dell’equazione successo=un sacco di soldi per sé e per la casa discografica e quest’ultima, dopo un paio di LP di sempre crescente consenso, concesse fiducia e diede carta bianca ai quattro ragazzotti londinesi: fate quel che volete, per il prossimo disco prendete quel che vi pare. Paghiamo noi.
E mal gliene colse.
I Talk-Talk si chiusero in un casolare in campagna e iniziarono a comporre e a suonare liberi da ogni pressione e condizionamento di produzione. Si dice che suonassero in una stanza illuminata solo da lumi di candela per raggiungere il massimo dell’ispirazione e concentrazione.
Quello che consegnarono fu un lavoro tenue e sofisticato che lasciò sbigottiti discografici e grande pubblico, segnandone inevitabilmente il crollo delle vendite.
6 brani bellissimi, che partono da movimenti minimi degli strumenti, tutto sussurrato e appena sfiorato, salvo essere di preludio per occasionali e intense esplosioni pronte a rientrare nella quiete dopo poco. Via gli strumenti elettronici (synth e drum-machine, i caratteri distintivi della musica del tempo), via i ritmi dance, via le melodie appiccicose e avanti con elegantissime e suggestive linee appena abbozzate e scarne, appena sufficienti a sostenere l’armonia, pochi tocchi di chitarra, qualche accordo di pianoforte, la batteria solo quando serve ed un cantato gentile e non invadente.
Una delle frasi celebri di Mark Hollis (il leader) pare che fu: “Prima di suonare due note, impara come suonarne una sola. E non suonare una nota finché non hai una ragione per farlo”. E in effetti siamo lontanissimi sia da virtuosismi prog che da qualsiasi baldoria dance.
Non pensate però a musica minimale o triste. Si tratta invece di composizioni seducenti e distese, con momenti di sospensione e cadenze risolutive, tutto ampiamente sostenuto da un magistrale buon gusto.
I nostri fecero poi ancora un altro album Laughing Stock, bellissimo anch’esso, con un’altra etichetta (Verve-Polydor, la EMI li scaricò dopo il flop commerciale di Spirit of Eden) e poi scomparvero come gruppo.
Col senno di poi (ma così è troppo facile) si può anche andare a scovare nei singoli di inizio carriera una certa inquietudine, un certo barlume di acuta originalità che li poneva un passettino più avanti ai loro antagonisti commerciali del tempo. È troppo facile in effetti, ma si può fare, provate.

Questo è un altro consiglio per gli acquisti. Per conto mio, al di là della storia ranocchio-principe, si tratta di un disco bellissimo, godibile e ancora totalmente fruibile dopo più di vent’anni dalla sua pubblicazione, uno di quelli che, in spirito con l’idea di questa rubrica, è assolutamente regalabile. Magari e soprattutto a chi di quei tempi ha ricordo dei Talk-Talk come una delle tante plastic-band dell’epoca.

Have One On Me

È uscito il nuovo album di Joanna Newsom.
E ne dicono un gran bene.
Fico.

update: minchia! è un CD triplo!

lunedì 22 febbraio 2010

Sulla semplicità

Si discuteva qualche giorno fa di musica e annessi e connessi, e il tema era quello vecchio e stantio della perizia tecnica. Io sono un fermo sostenitore della non necessità di un gran bagaglio tecnico per essere in grado di produrre gran musica.
Mi si contestava, e non proprio del tutto a torto (anche se io sul momento mi sarei fatto scannare piuttosto che ammettere una briciola di sensatezza in chi dialetticamente mi si opponeva), che la mancanza di capacità può di fatto tarpare le ali all’artista, che si trova vincolato ad esprimersi all’interno dell’angusto perimetro della propria (im)perizia.
Ribattevo che troppe volte invece il desiderio di produrre qualcosa di “difficile”, che non appaia banale, si traduce in un virtuosismo fine a se stesso. Invece di fare l’accordo X, che ci starebbe bene, ci metto una cascata di 227 (numero primo!) di note con contrattempi e sincopi a manetta, così tutti rimarranno a bocca aperta a dire quanto sono bravo.
Chiaro che a dirla così è ovvio che la ragione stia dalla mia parte, mentre alla fine, come spesso capita, credo la verità si trovi più o meno nel mezzo.
Nel mezzo più vicino alla mia parte, però!
Naturalmente la discussione si è poi spostata sugli esempi. E vai di Nirvana vs. Dream Theater, CCCP vs. PFM, e così via, perfino un Tricarico (giuro!) vs. Giorgia, con io che ovviamente sostenevo la netta superiorità dei primi contro i secondi.
Beh l’ora era tarda, la lucidità vacillava.
Poi ho avuto il colpo di genio, e ho tirato fuori questa canzoncina qua. Semplice semplice, appena sussurrata, ma meravigliosamente più bella di qualsiasi cosa progressive metal incisa negli ultimi 1000 anni:

Inutile dire che il mio antagonista non l’aveva ben presente (leggi: non la conosceva), per cui il mio coup de grâce è andato decisamente a vuoto.

Poi però me la sono riascoltata, e benché per me sia una cosa da torcerti le budella, devo riconoscere che l’arrangiamento, per quanto delicato e minimale, non è poi così banale. Cioè il buon Eno è uno sofisticato mica poco, solo che ha il pregio di non mettere la sua tecnica a servizio dello stupore, ma solo della musica.
E in realtà, questo sostiene ancora di più la mia tesi.
In un certo senso.

venerdì 19 febbraio 2010

Sade - Soldier of Love

Vi ricordate Sade? È una cantante anglo-nigeriana che negli anni ’80 ha fatto alcuni dischi, Diamond Life, Promise e Stronger than Pride, che in quel periodo ebbero anche un gran bel successo, poi per tanti anni sono stati solo Best Of e qualche album passato abbastanza inosservato. Faceva musica, raffinata, vellutata, elegante, calda, sensuale, suadente, tutti aggettivi che si adattano benissimo anche alla sua voce. La definizione più bella è secondo me “musica da BMW”. Insomma, musica ideale per macchinoni tedeschi potenti e silenziosi, da ascoltare comodamente seduti su sedili in pelle. Un po’ da sottofondo, quindi.
Beh, Sade ha fatto un nuovo disco.
E la notizia è che questo disco è immediatamente balzato in testa alle classifiche di iTunes in U.S.A, Italia e Inghilterra.
L’ho sentito e siamo ancora lì: musica da BMW. Se vi piaceva Sade, vi piacerà anche questo disco. Per quanto mi riguarda direi che non è affatto male, nel suo genere. Un paio di brani sono piuttosto belli, l’ultimo, The safest place, su tutti. Ottimo sottofondo.

N.B. Naturalmente “musica da BMW” in genere ha un’accezione piuttosto negativa, che parte dal presupposto basato su chissaquali evidenze che i possessori di macchinoni eleganti e potenti siano musicalmente incompetenti e che la musica che esce dalle casse hi-fi dei loro mezzi sia solo un ulteriore accessorio elegante. Massimi alfieri del genere pare che siano i Dire Straits, degna regina è appunto Sade. Con rispetto parlando.

giovedì 18 febbraio 2010

Herbie Hancock - Maiden Voyage

Una delle cose più impressionanti di questo disco, “una delle”, è che l’autore, Herbie Hancock, aveva 25 anni quando l’ha registrato. 25 anni! A quell’età creare un simile capolavoro, un tale prodigio di equilibrio, fantasia, profondità e semplice bellezza è davvero impressionante.
A dire il vero siamo nel 1965 e il ragazzo militava già da un paio di anni nel fenomenale secondo quintetto di Miles Davis, quello che a mio avviso è stato il punto più alto della carriera di uno dei più grandi musicisti del secolo. Ed è tutto dire.
E di quel quintetto in questo disco c’è quasi tutto: Herbie Hancock al piano, George Coleman al sax tenore, Ron Carter al basso, Tony Williams alla batteria. E alla tromba, al posto del meraviglioso suono del divino Miles, Freddie Hubbard, che se non era alla stessa altezza per quanto riguarda l’ispirazione, poco ci mancava e la tecnica era perfino superiore.
Cinque musicisti strepitosi dunque e questo album è uno dei loro gioielli (ne registrarono altri insieme, Empyrean Isles su tutti, anche questo bellissimo). Una sorta di concept-album dedicato al mare (maiden voyage è il viaggio inaugurale di una nave, ma maiden sta anche per inviolato, incontaminato, come le terre esplorate da questo vascello) e al mare, ai suoi abitanti, ai suoi paesaggi nascosti, si viene trasportati durante l’ascolto dei 42 minuti e rotti della sua durata.
Il primo brano, la title track è programmatico fin dalle prime note: un ritmo semplice e ripetuto sostenuto da tutti gli strumenti che evoca il movimento periodico e incessante delle onde del mare, presto impreziosito dalle trame sinuose e contorte prima del sax e poi dalla tromba prima di essere sommerse dallo spumeggiare delle note sparse a pioggia dal pianoforte di Hancok per poi richiudersi sullo stesso tema iniziale.
Dopo si scatena l’uragano, ed è proprio The Eye of the Hurricane a travolgere con la sua energia circolare, mettendo in luce il solido e non fine a se stesso virtuosismo di tutti gli interpreti che si mettono in fila per investirci con veementi cascate di note.
Segue Little One ed è una piccola ballad tenue e delicata, quiete dopo la tempesta, che lascia il tempo necessario a rifiatare, a riprendersi dalle peripezie del brano precedente.
La successiva Survival of the Fittest richiama un quadro di darwiniana lotta per la sopravvivenza, dove creature diseguali (ritmi e temi) si affrontano, si alternano, si scontrano e si incontrano in un caos quasi primordiale, alternando momenti furiosi a improvvisa quiete, voli pindarici e ritmi arcaici, ronzii di insetti e furia di fiere.
Infine la danza dei delfini, Dolphin Dance, appunto, un quadro incantevole, di quelli da ammirare al tramonto con le sagome dei cetacei che saltano nel mare rosseggiante. Rilassante e sublime, con gli strumentisti che si godono a loro volta la quiete con fraseggi melodici e rilassati come non avevano ancora fatto nel resto del disco.

Beh questo è il mio primo consiglio per gli acquisti, ed è un consiglio che do veramente a cuor leggero, tanto stupendo è questo album. Ho deciso di non fare classifiche: quando si tratta di capolavori per me è troppo difficile stabilire un qualche ordine di preferenza, ma se proprio venissi costretto, Maiden Voyage figurerebbe senza dubbio tra le primissime posizioni.
Ah, poi come consiglio d’acquisto è veramente poco impegnativo: queste cose ormai si trovano a circa 5 euri. Spesi benissimo.

mercoledì 17 febbraio 2010

Consigli per gli acquisti

Quali sono i dischi per cui provate l’inderogabile urgenza divulgativa? Detto in altre e meno pompose parole: quali sono i dischi di cui a cuor leggero consigliereste l’acquisto a parenti e soprattutto amici?
Quei dischi che sono stati una folgorazione e che reggono il passare del tempo. Quei dischi che ogni volta che li mettete su lodate l’inventore della musica. Quei dischi che però, ripeto, regalereste a gente dai buoni gusti ma con poca voglia di condividere le vostre manie più estreme, quelli che donereste senza covare il timore di sentirvi dire “ma che è ‘sta merda?”, che poi magari non ve lo direbbero perché sono amici o parenti, appunto, ma che potrebbero portarvi ad essere guardati in modo strano e preoccupato o, cosa ancora peggiore, condiscendente.
Liberi da ogni vincolo temporale o di genere o di classifiche, utilizziamo questa bacheca, commenti compresi, per segnalare gli inestimabili gioielli della nostra discoteca, i tesori da condividere, da diffondere, da tramandare.
Allons enfant!

Ok Go - Of The Blue Colour Of The Sky

Degli Ok Go si è parlato diffusamente a mo’ di messaggio virale circa un mese fa, quando sono stati protagonisti dell’ennesimo caso ‘Davide vs. Golia’ con la cattiva major discografica. In pratica quest’ultima aveva impedito la pubblicazione in embed del loro ultimo video su YouTube a difesa di un’assurda ed antiquata forma di protezione del copyright. Cioè, per spiegarmi: non è che non fosse possibile vedere aggratis il video, solo che non lo si può pubblicare direttamente nelle finestrine dei blog come ogni tanto facciamo anche qui dentro. Quel che si può fare è pubblicare il link al video e mandare i lettori del blog a vederso sulla pagina ufficiale di EMI.
I ragazzotti americani per tutta risposta hanno pubblicato il video anche su Vimeo, un altro sito di pubblicazione di filmati, dove l’embed rimane possibile nonostante le proteste della casa discografica.
Beh, questa vicenda, piccola baruffa in qualche modo interna, ha scatenato il tifo degli utenti del mare-internet a favore dei coraggiosissimi artisti indiependenti e creato un tam-tam tale da portare benefici sia a loro che alla casa discografica.
E vissero tutti felici e contenti. Tutti. Tanto da creare perfino qualche sospetto dietrologico: tutto calcolato? Siamo diventati sospettosi e vediamo il complotto dietro ad ogni cosa, per cui nulla sembra più genuino, tutto sembra architettato in maniera infallibile e soprattutto sempre a nostre spese.
Boh, non lo so, io per natura non sono diffidente fino a questo punto. Tanto più che il danno che me ne viene è praticamente nullo. Una piccola presa in giro, ma vabbè, ne subiamo di ben peggiori di questi tempi.
Comunque mi sono preso il piacere di ascoltare l’intero disco. E che dire? Bello, mi è piaciuto.
Un album di power-pop interessante e gradevole, senza picchi esorbitanti, ma sempre piacevole e costruito con intelligenza non banale e a volte anche intraprendente.
Echi di Beck, Prince e poi elettronica e distorsioni di voci e strumenti, qualche momento straniante, ma sempre rimanendo in ambito pop, non si devia troppo dall’orecchiabile.
Ci sono quindi alcuni elementi per renderli sgraditi ai duri e puri dello snobismo musicale: l’appartenenza ad una major, le campagne di marketing furbette (il precedente singolo, Here we go again, si era giovato di una pubblicità fatta di passaparola e milioni di contatti su YouTube), l’attitudine pop ed un certo successo commerciale (nicchia eh, mica sono gli U2), ma tutto sommato un ascolto se lo meritano e sono ideali per farci compagnia e dare un po’ di verve a certe giornate grigie, fredde ed umidiccie come quelle di questo periodo.

martedì 16 febbraio 2010

Il cassettone - parte 2

Il cassettone postato da Luca ha avuto l'inevitabile effetto di farmi sentire obsoleto. Inadeguato ai tempi moderni. Infatti non saprei dare una corretta definizione di podcast, nè posseggo un account rapidshare per il download veloce e mi inquieta, pur nel mio internazionalismo convinto, usare 4 parole di inglese nella stessa frase. Ma soprattutto sono stato troppo a lungo artigiano meticoloso di quel reperto vintage che è il cassettone per non sentirsi beatamente un residuo di un'epoca passata. Non per reducismo d'accatto ma per gioioso omaggio, mi piace rivedere come si costruiva il cassettone suddetto. Innanzitutto occorreva acquistare il nastro della lunghezza desiderata, designata dalla lettera C seguita dalla durata: C46, C60, C90 e poi le improbabili C120 che notoriamente si strappavano presto ingorgando il registratore di lembi di nastro massacrato. Vista la minima differenza di prezzo quasi sempre la prescelta era la C90, che se la si usava a fini di archivio (cioè si copiava un vinile) conteneva un LP per lato. Ma se l'obiettivo era la compilation un ora e mezza da riempire voleva dire prepararsi ad almeno 2-3 ore di lavoro, a mettere e togliere i vinili dal giradischi, regolare ogni volta il volume di registrazione, sfumare dove necessario, brigare perchè non si sentisse il click di pausa registrazione (NB: gli audiofili usavano cassette cosiddette Metal o Cromo, più costose e secondo noi taccagni non è che ne valesse la pena, anche se qualunque orecchio avrebbe apprezzato la differenza). Il primo problema rilevante era la scelta dei brani, che ovviamente dipendeva, come per i quadri rinascimentali, dal committente. Se era un amico, passi, mettevi i pezzi nella sequenza più comoda, senza mettere e togliere 8 volte lo stesso disco dal piatto, fregandosene se la chiusura di una canzone non stava proprio bene con l'inizio della successiva e se il pezzo richiesto era a metà della seconda facciata. Attenzione, stiamo parlando di un epoca in cui il tasto “skip” non esisteva. Se invece, come talvolta succedeva, la committenza era una fanciulla che ci aveva chiesto un solo brano e cui abbiamo promesso una sapida cavalcata nei territori del pop da lei inesplorati , ecco che si faceva necessario un accurato lavoro di selezione e disposizione dei brani. Facciamo l'ipotesi che la proposta di redigere la preziosa antologia fosse partita dopo la richiesta di sdoppiare, che so, Enola Gay degli OMD. Siamo sul pop elettronico intelligente, con deciso piglio discotecaro. Si poteva partire dagli OMD per sfociare nella new wave darkeggiante e sperare che la affascinante ombrosità di Siouxsie &The Banshees, Psychedelic Furs, Cure e compagnia bella riverberasse su di noi e ci facesse sembrare, agli occhi della tipa in questione, turbati e conturbanti come degli Ian Curtis locali. Oppure si poteva arrivare al pop raffinato, transitando per qualche accattivante riempipista, a testimonianza del garbo mondano che ispirava i nostri gusti. O ci si dedicava dichiaratamente alla dance music secca, ovviamente cercando di cesellare le scelte sul meglio del ballabile. Ma poi sorgeva inesorabile il dubbio: se piazziamo Enola Gay come primo brano, poi tutto il resto della cassetta, con le nostre raffinate selezioni, lo sente? Magari no, e allora valeva la pena di tormentarsi se mettere o no i Prefab Sprout e se The Wait è veramente il miglior singolo dei Pretenders? E se invece mettiamo Enola Gay a metà della seconda facciata, dopo averle strapazzato le palle con un sacco di roba che lei NON ci ha chiesto, non è che a metà della prima si rompe e ci registra sopra EroZero e Zerolandia?
Da qui deriva la prima regola fondamentale: piazzare il brano richiesto nel luogo giusto (più o meno metà del lato A)
Altra regola: non svisare troppo sui contenuti. La richiesta sono gli OMD. Va bene che vogliamo dimostrare la nostra cultura enciclopedica, ma siamo certi che un raga di Ravi Shankar sia gradito, specie dopo il 12° minuto di assolo di sitar? Vale anche l'opposto, se la richiesta è stata una zuccherosa Woman (Lennon in fase calante, ma ottima soundtrack per primi approcci), proseguire la selezione con gli Einsturzende Neubauten o Terry Riley, sicuramente evidenzia il nostro lato oscuro e turbolento ma può proprio rompere i coglioni. Infine esiste un debito che dobbiamo agli dei della musica e dell'armonia: la cassetta deve avere una sua coerenza. Proprio perchè non c'è lo skip, perchè non basta schiacciare un tasto Del per cancellare dalla playlist dell'iPod il brano fuori luogo, non possiamo avere Giorgia e Prokofiev, Albinoni e le Spice Girls, Frate Cionfoli e i CCCP sullo stesso nastro. Sarebbe come tifare Juve e Toro contemporaneamente. Alla fin fine i cassettoni migliori erano quelli che ciascuno si componeva per proprio diletto, senza soggiacere a richieste esterne, e appena li riesumo da qualche vecchio baule dove sono stati tumulati, giuro che ve li propongo. Come playlist, ovviamente.

giovedì 11 febbraio 2010

Consigli per le giovani generazioni - Lino e Mistoterital


Una volta, molto impropriamente, tutto il pop che cercava di far ridere, veniva etichettato "demenziale". Era demenziale la musica che sciorinava parolacce (che so, Bottana, Tony Tammaro, Non ho più piume sul culo, Freddy Copertone, la discografia intera degli Squallor , vedi qua) o doppi sensi (Il clarinetto, Arbore Chinotto, degli Skiantos), chi si occupava apparentemente di cose di particolarmente ridotta rilevanza (Accessori Auto, Marco Carena, Una fetta di limone, JaGa Brothers) e chi elevava peana allo sterco (L'inno del corpo sciolto, Roberto Benigni), chi trattava argomenti canonicamente amorosi ma con taglio "inconsueto" (Mi piaccion le sbarbine, sempre Skiantos, Cara ti amo, Elio e le storie tese, Se potrei avere te, di nuovo Tony Tammaro, Ti amo, di nuovo Carena). Erano anche catalogate demenziali le covers fatte sovrapponendo a musiche celebri testi incongrui (M'é morto il gatto, superba rendition di With or without you da parte di Edipo ed il Suo Complesso, C'è da spostare una pecora, Benito Urgu, Lato B -Let it be- dei Powerillusi). Insomma, un gran marasma, degno di analisi in molteplici post. In questo calderone vennero gettati immeritatamente Lino e Mistoterital, geniale band bolognese il cui surrealismo letterario venne scambiato per semplice gusto della comicità a tutti i costi. Al di là del sapido gioco di parole del nome (i nomi del gruppo e dei componenti erano mutuati dall'industria tessile, basti ricordare il cantante Phil Anka e il batterista Paul Syno) LMT offrirono ottimo artigianato musicale, che circolò dapprima solo su nastro (veramente sembra di parlare di un altra epoca..) e poi approdò al vinile con due album gustosissimi, specie il primo (Bravi ma basta, cui seguì Altri nani). Partendo di necessità dagli schemini punk in vigore all'epoca, assolutamente evidenti in Sbarbe della bassa, Tienti le tue trote (che meravigliosa allitterazione...), Hai torto marcio, Addio vecchia stufa, i LMT hanno saputo produrre ottimo pop con venature sixties (Verdura sulla luna sembrano veramente gli Hollies impazziti, Maledetta domenica sa proprio di Fab Four, Cacca cacca ha un attacco che cita zio Elvis, Sono peso sono obeso ha un impasto vocale inequivocabilmente sixties) che combinavano ad uno spiccato gusto per l'autoparodia ed il nonsense, elevato, una volta tanto in Italia, a cifra letteraria e non a semplice svago. Noi, che un Lewis Carroll o un Lear non li abbiamo mai avuti, abbiamo qualche difficoltà a riconoscere che "Zio Mostarda sposerà la figliola di Don Cristobal e seduto su un cornflake parlerà con l'ispettore Fern" o "spalanco una sguardo al sherry, con borse a ispettore Derrick, uno storico mi spieghi che ci fatto qua" siano testo degno di nota. Ma soprattutto non siamo abituati che a testi ridanciani venga abbinata una musica che non sia solo mero supporto al testo o che il gusto per il calembour ("Spara Juri spara" diventa "stira mamma stira") altro non sia che il paravento dell'insipienza musicale. LMT sono stati la contraddizione vivente di questi assunti. Il loro pop allegramente fuori dagli schemi è ancora oggi godibilissimo, nonostante tutti gli anni sulle spalle, anche grazie a quella dimensione artigianale, quasi casareccia, che emana da ogni loro produzione, video incluso (vedi sotto). Su tutto, l'amore per i Beatles è plateale, dai video che riecheggiano i film dei suddetti alle citazioni di "storie di vent'anni fa" fino alla parodia geniale della roof session di "Get back", rivisitata in chiave bolognese con live in mezzo al traffico di "Sbarbe della bassa".

LMT ebbero un successo di nicchia, con un pubblico certo non oceanico ma affezionatissimo ed un fanclèb notevole. Ora, a distanza di tempo, tutto o quasi il loro repertorio è disponibile per il download gratuito a www.linoeimistoterital.com/songobucco (ossia songbook, ma è probabile anche un riferimento a Longobucco) per la gioia di grandi e piccini. Sul sito, una pletora di gadget, ricordi ed aneddoti che danno l'idea della stravaganza nonchalante della cricca. Sicuramente hanno avuto molto meno successo di quello che meritavano, anche per quell'etichetta "demenziale" inadeguata. Adesso il grande ventre del www offre un'altra possibilità

lunedì 8 febbraio 2010

Il cassettone

È un tipo di nostalgia già stra-raccontato, ma per l'occasione lo rievoco pure io.
Sul finire dello scorso millennio vigeva l'usanza di scambiarsi i cassettoni, cioè delle cassette (Audio-Cassette è il termine esatto) registrate con il best-of delle proprie collezioni musicali.
In pratica si riversavano su cassetta le migliori canzoni dei migliori album (in genere dischi, quelli in vinile, quelli neri insomma, o anche da altre cassette) in proprio possesso e si praticava quello che poi, su scala mooooolto più estesa, è diventato il file-sharing. E tanto per ricordare che non tutto viene inventato ora, sappiano i giovani che questa abitudine era già lo spauracchio dei discografici al tempo:
Ad ogni conto, mi piacerebbe provare a rievocare quella sanissima abitudine tramite questo blog, per cui ho provato ad approntare un podcast composto da un po' di brani sparsi.
Il genere su cui mi sono orientato 'stavolta è grossomodo il folk-rock, ma si varia. E come primo brano mi è parso doveroso omaggiare l'album che da il titolo al blog con quella che per me è una delle canzoni più bella di quel disco, dei Beatles e della storia del pop in genere.
Qui sotto l'elenco dei brani, sotto ancora dovrebbe comparire il player per ascoltarlo:

1-The Beatles - While My Guitar Gently Wheeps (1968)
2-Grant Lee Buffalo - Fuzzy (1993)
3-Larkin Grimm - Ride That Cyclone (2008)
4-Cat Power - Good Woman (2003)
5-Eddie Vedder - Long Nights (2007)
6-Eels - Railroad Man (2005)
7-Beth Orton - Stolen Car (1999)
8-Calexico - The Black Light (1998)
9-The Black Heart Procession - It's A Crime I Never Told You (1999)
10-The New Pornographers - The Bleeding Heart Show (2005)
11-Sodastream - Tickets to the Fight (2006)
12-Pontiak - Aestival (2009)
13-Microphones - You'll Be In The Air (2008)
14-Kevin Ayers - Cold Shoulder (2007)
15-Sufjan Stevens - JOHN WAYNE GACY, JR. (2005)
16-Vic Chesnutt - Glossolalia (2007)

*UPDATE: E invece no, non ho ancora trovato il modo di fare comparire il lettore qui sotto.
Per il momento il file si trova su Rapidshare a questo indirizzo, poi cercherò di sistemarlo.

venerdì 5 febbraio 2010

Versi prima di coricarsi

When love calls me, I will be running swiftly,
To find out,
Just what all the fuss is all about,
Unrelentless, deep in the strangest feelings,
Believe me,
Love is full of wonderful colours
(Icicle Works, Love is a wonderful colour)

giovedì 4 febbraio 2010

Ciao Lux... un anno dopo


Un anno fa oggi se ne andava Lux Interior, al secolo Erik Lee Purkhiser, cantante dei Cramps, un icona per tutti noi dell'Album Bianco che però all'epoca non esisteva ancora. In omaggio al compianto Lux, e non solo per malcelato narcisismo, riposto il commiato che scrissi l'anno scorso, poco dopo la sua dipartita. Chi l'avesse già letto su facebook è pregato di perdonare.

"Lux Interior, cantante e frontman dei Cramps è morto improvvisamente all'età di 62 anni..."
Altro tassello che se ne va, altro segno nemmeno troppo indiretto della nostra età che avanza. Non è poi così strano (non credo che si griderà alla malasanità) che defunga un tipo che si è iniettato svariati sacchi di eroina, che ha bevuto molto di tutto e nel cui naso è entrata più roba di quanta ne sia uscita.... Però noi a quest'ometto dal soprannome platealmente roboante, la Luce Interiore, e a sua moglie Poison Ivy, l'Edera Velenosa, eravamo sinceramente affezionati, se non altro per la sua sessualità scurrile eppure gioiosa, esagerata e ridanciana. Anche se è già un miracolo che abbia superato i 40, per tutti noi che abbiamo pogato su What's inside a girl, Goo Goo Muck, Can your pussy do the dog? (capito il calembour?) e Kizmiaz, che l'abbiamo visto al Big in Corso Brescia a "giocare" con il microfono (vedere foto e immaginare altro) e accoppiarsi con i Marshall, è un piccolo lutto, prevedibilissimo ma sentito. Ciao Lux, e magari adesso riguardati un po'....






martedì 2 febbraio 2010

Versi prima di coricarsi

Will the wind ever remember
The names it has blow in the past?
And with this crutch, it’s old age, and it’s wisdom
It whispers no, this will be the last
And the wind cries mary
(Jimi Hendrix, The wind cries Mary)

Tre versi prima di coricarsi

Spalanco uno sguardo al sherry
con borse a Ispettore Derrick
uno storico mi spieghi che ci faccio qua

(Lino e Mistoterital, "Zazzera", da "Bravi ma basta" scaricabile, nella piena legalità, qui)

lunedì 1 febbraio 2010

Consigli per le giovani generazioni - Camper Van Beethoven, "Popular songs..."

Se andate in un megastore musical-tecnologico con un nome di 4 lettere a capitale francese (F**C), nel settore offerte, alla misera cifra di 4,90 € potrete trovare un CD di un semisconosciuto gruppo californiano di fine anni '80, buffi sin dal nome, Camper Van Beethoven (spiegazione: "van" in inglese significa "camper"). Altro non è che un canonico "meglio di", la compilation più o meno postuma ad illustrare quanto di buono avevano combinato costoro, all those years ago. Sia chiaro, a meno che non siate la mamma o la fidanzata di uno dei membri, questo dischetto non raggiungerà la vostra personale top ten, ma se volete un'oretta buona di musica molto americana senza compiacimenti shoegaze oppure se avete bisogno di prove della fantasia che regnava sulla costa ovest prima dell'avvento del grunge, questo cd fa per voi. Allora, tossite 5 euro e vi portate a casa "Popular songs of great enduring strength and beauty", cioè canzoni popolari di grande e persistente forza e bellezza. I CVB sono stati geniali interpreti del momento post-punk, incarnandone la assoluta libertà di stili, da loro mescolati con genio, anche grazie al produttore Eugene Chadbourne. Per intenderci, la pagina Wiki definisce il loro stile " pop, ska, world music, punk rock, folk, alternative country, and acid rock". Provate lo ska di Skinhead Stomp o Border Ska, la tirata di Take the skinheads bowling (poi resa famosa da Teenage Fanclub nella colonna sonora di Bowling a Columbine, di Michael Moore), la psichedelia reinventata di "Pictures of Matchstick Men and You", primo singolo degli Status Quo, gli straniti strumentali di "ZZ Top Goes to Egypt" e "Opi rides again", il valzer sghembo countrieggiante di "Sad Lovers' Waltz", la dylaniana "Good guys and Bad guys". Non è un bignami di musica americana, ricorda di più quei potpourri di semi profumati che ti propinano al ristorante indiano con strani gusti mescolati. Una menzione a parte meritano i testi, surreali e nonsense (chi chiamerebbe un album "Vittoria schiacciante con chiamata gratuita"?), che rendono ancora più di nicchia un prodotto che di massa non fu e non sarà mai, tutto giocato tra il serio ed il faceto. Che non può non chiudersi, ovviamente, che con "Ambiguity song". Per 4,90 € non trovate di meglio

Charlotte Gainsbourg - IRM

Io francamente devo ancora decidere se Charlotte Gainsbourg mi stia sulle palle o no. Affascinante lo è senza dubbio, ma ha un po’ troppo quell’aria da “io sono affascinante” per essere anche piacevole.
E tutto sommato trovo che non sia nemmeno così tanto brava da fugare del tutto il dubbio che la sua fama non sia sostanzialmente dovuta all’essere “figlia di” e che il suo fascino ambiguo non sia dovuto più che altro all’avere cantato quella canzone là con il suo papà.
Però poi tutto sommato è davvero affascinante e brava, allora oscillo indeciso...
E nonostante questa mia diffidenza, quando era uscito lo scorso disco (5:55), l’avevo comprato abbastanza prontamente, dopo avere letto una sola recensione favorevole scritta in un posto di cui in genere mi fido. Poi non mi era piaciuto un granché. Ma lì c’era lo zampino degli Air che a mio avviso meriterebbero un posto di riguardo nella classifica dei sopravvalutati.
Ora è uscito un nuovo disco e questa volta lo zampino è quello di Beck.
Va detto che la formula è la stessa dell’altra volta: Charlotte mette la sua voce a servizio di melodie semplici e lineari, il fido Beck ci mette l’estro.
La voce è quella che è, poco più che un sussurro, che può essere irritante o incredibilmente sensuale, a seconda dell’umore, ma alla fine si incastra alla perfezione nelle melodie che le sono state costruite intorno.
E poi c’è l’impronta di Beck, e qui il registro cambia. Come l’altra volta l’impatto è sostanziale, ma in questo caso il cantato misurato della francesina ne guadagna e risalta in negativo sulle trame vivaci intessute dal camaleontico californiano.
Lo scaffale su cui posizionare il disco è quello del pop, ma le sfumature sono piuttosto varie: si va dai ritmi afro di Master’s Hands, alla litania ipnotica della title track, alle atmosfere dark di Le chat du Cafè des Artistes, a quelle languide ed orchestrali di Vanities, al pop più classico (Time of the Assassins), e così via, passando per il blues di Dandelion e alla durezza elettrica di Trick Pony
Insomma, questa volta il risultato è di tutto rispetto, per me sicuramente meglio di 5.55, non solo per la varietà degli stili ma pure per un certo coraggio nel deviare dal prevedibile.

P.S. IRM starebbe per Imagerie par Résonance Magnétique (Tomografia a Risonanza Magnetica), a cui la Charlotte si sarebbe sottoposta a seguito di grave un incidente un paio d’anni fa. Ha dichiarato che i suoni e i ronzii che ascoltava chiusa dentro quel tubo sarebbero stati per lei grande fonte di ispirazione che avrebbe riversato in quest’album

Legge di Sturgeon

Ovvero il trionfo dello snob:
“Il novanta per cento della fantascienza è merda.
Ma in effetti il novanta per cento di tutto è merda”

mercoledì 27 gennaio 2010

I 5 gruppi più sopravvalutati della storia della musica

Mi prendo, a beneficio mio e di chi legge, una pausa dai ragionamenti e dalle considerazioni che vogliono, con esito incerto, essere intelligenti e mi dò ai giudizi sputati, ai listini, alle classifiche secche. Top 5 dei sopravvalutati: Dire Straits, U2, Rolling Stones, Doors, Manu Chao. Ok, l'ho detto. Adesso potete spararmi.

lunedì 25 gennaio 2010

The XX -xx

[Poi la pianto con ‘sti Cure, ché qui sta diventando tipo una fanzine]
Come faceva ben notare Marco, una delle parole più abusate in campo musicale, più che altro da chi ne parla, è “seminale” e sarebbe un termine da attribuirsi a chi, con la propria opera, ha deposto un seme che poi è maturato ed è diventato qualcosa di più grande (e chi quella pianticella decide di coltivarla per forgiare il proprio stile musicale diventa a sua volta “derivativo”, che può essere un termine negativo o positivo a seconda dell’umore o dell’intransigenza di chi scrive).
Beh, i Cure in questo caso sono stati seminali, e i The XX derivativi.
Questo disco è stata una scoperta del 2009, sbucato fuori da non so dove (Londra in realtà) con le sue atmosfere di languido pop, ritmi semplici e lineari (la batteria manco la suonano, a giudicare dai video, ma usano quei cosini pieni di tasti per fare tum-cià-tum), qualche tastierina non invadente, la chitarra suonata a ricamare, come quello là, Robert Smith, appunto, doppia voce maschile-femminile e tanto buon gusto.
Certe influenze influenze si sentono eccome, tanto da fargli perdere ogni velleità di originalità: i Cure anni '80 su tutti, poi Young Marble Giants o The Organ, se non fossero già loro piuttosto derivative...
Un disco senza troppe pretese insomma, ma davvero accattivante che si lascia ascoltare innumerevoli volte nonostante la sua semplicità.
Qui un assaggio:

venerdì 22 gennaio 2010

I Cure ed i detersivi, ovvero Adorno aveva ragione

Qualche giorno fa stavo facendo la spesa in uno sfigatissimo Dìperdì di San Salvario, uno di quei luoghi abitualmente inquinati da una musica che non evolve dall'essere solo sottofondo. Spesso poi è solo una radio mainstream accesa, con il solito dj ritardato, il bollettino del traffico e l'ultimo singolo di Marco Carta. Quando si è proprio fortunati almeno il volume è basso, o il brusio dei clienti copre gli altoparlanti. Mentre ravanavo tra sughi pronti e robiole dagli altoparlanti, inattesa e sempre meravigliosa, si diffonde “Lullaby” (dei Cure, casomai qualcuno avesse dubbi e se ne avete ascoltatela). Sobbalzo per la piacevole sorpresa, come se avessi visto un ghepardo in Via Madama Cristina. La magnificenza di uno dei migliori singoli della ditta Smith e coll. ad allietare la perlustrazione di scaffali di pasta e detersivi. Non si potrebbe chiedere di meglio, infatti mi sono subito incantato ad ascoltare, eppure... Eppure qualcosa stonava. C'è qualcosa di inconciliabile tra la sinuosa ed ammaliante Lullaby (letteralmente “ninna-nanna”) ed un non-luogo, anonimo e vuoto, come un supermercato. Va bene sentire una melodia conturbante che induce una fascinazione ipnotica, evoca amplessi incantati (“his arms are all around me and his tongue in my eyes”, la lingua negli occhi, nientedimeno...), tensione e mistero mentre scegli la polpa di pomodoro? “Signore, c'è il 3x2 sui pelati!” e intanto “the spiderman is having you for dinner tonight". Non si incastra bene, vero? Malissimo, direi. E' stata la prima volta che Lullaby, alla fin fine, mi ha dato fastidio. Allora poniamoci il problema: che musica va bene in un supermercato? Non certo una musica attraente o raffinata, infatti nessuno si sogna di mettere Glenn Gould o Rachmaninoff al parcheggio dell'Ipercoop. Stai facendo acquisti, stai scegliendo che dentifricio comprare al bambino, non hai certo tempo per il Clavicembalo ben temperato o per la Sinfonia del Nuovo Mondo. La scelta è allora musica che non incanti, che resti sfondo sonoro e non colonna, che arredi senza proporsi, quindi anonima ed in quanto tale inutile se non sgradevole. Ma a questo punto, non sarebbe meglio il silenzio? Come diceva il buon Moni Ovadia (ma ho il forte sospetto che l'idea originale fosse di Adorno) andiamo sempre più verso una società che aggiunge (opzioni, sensazioni, stimoli) e sarebbe invece bello cominciare ad avere un'estetica del togliere. Sentiamo musica nei negozi e nel metrò (non parlo dell'ascolto in cuffia che escludendo il resto del mondo toglie anziché aggiungere), in banca, in spiaggia e sul posto di lavoro – con esiti nefasti, vedi qui – non rendendoci conto che alla musica buona, così facendo, facciamo un affronto. Chi propone per il Dìperdì i Cure o i Van Der Graaf Generator o i Calexico o chi diavolo volete, insomma qualunque cosa ascoltiate con dedizione, li sta degradando, negando la nobiltà della musica non-classica. Allora Lullaby continuerò ad ascoltarla, a subirne la ombrosa malìa, tutte le volte in cui potrà essere protagonista, nell'ipod o in autoradio o in casa mia. Ascoltarla la dove abitualmente dimorano Giusy Ferreri o Richard Clayderman è solo portarla al livello di questi ultimi e se anche i Cure sono stati di certo sopravvalutati, non si meritano tanto.

giovedì 21 gennaio 2010

MdD (luca): fuori tempo massimo #3

The Modest Mouse – The moon and antarctica
Post-rock tra i migliori che mi sia capitato di ascoltare. Teso, nevrotico, profondamente coeso e, sebbene apparentemente essenziale, mantiene una linea di altissimo livello durante tutta l’ora di durata dell’album.
Se vi piacciono certe sonorità tipo Slint o June of 44, ascoltatelo, è musica che fa per voi.
Se non sapete manco chi siano gli Slint o June of 44, ascoltatelo lo stesso. È un gran disco e magari scoprite un genere. Poi andate a recuperare Slint o June of 44.

Qui un assaggio:

mercoledì 20 gennaio 2010

Vic Chesnutt - At the cut

E no, cazzo!!!
Stavo per scrivere un post su questo disco che sto ascoltando in ufficio, quando, cercando qualche ulteriore notizia in rete, vengo a scoprire che Vic Chesnutt è morto lo scorso Natale. Wikipedia dice che è morto di un overdose di muscle relaxants e lascia intendere che si tratti di suicidio.
Che mazzata, maledizione!
Stavo per dire che At The Cut è una delle cose più belle uscite lo scorso anno, e che questa ulteriore gemma rende la sua discografia un vanto per questi vituperati anni zero.
Era di Athens, la città che ha visto nascere anche i R.E.M. e da Michael Stipe era ammirato al punto da indurlo a produrre alcuni suoi album.
Faceva musica bellissima.


Qui una delle sue canzoni più struggenti (l'album è un altro, l'altrettanto bello North Star Deserter):

Ciao Vic, e grazie.

martedì 19 gennaio 2010

Carbon/Silicon - The Carbon Bubble

Vi ricordate di Mick Jones? Era l’altro dei Clash (l’altro era Joe Strummer buonanima).
E vi ricordate di Tony James? Questa è più difficile: era uno dei (il leader in realtà) Sigue Sigue Sputnik, un gruppo glam-techno-punk che ha fatto qualcosa negli anni ’80, poi scomparve, a quanto ne so io (ma francamente di ‘sti SSS ricordo a malapena una canzone, Love missile F1-11, e quindi magari sono stati attivissimi, ma io non lo so).
Ad ogni modo: questi due hanno fatto combriccola e fondato un gruppo, i Carbon/Silicon che a oggi ha già pubblicato tre album, l’ultimo dei quali è appena uscito.
La musica che fanno è un buon vecchio punk-rock (più rock che punk per la verità), davvero ben fatto e piacevole.
Non dico molto di più perché lo sto ascoltando proprio in questo momento, ma l’impressione è davvero positiva.
La cosa più notevole di tutte è che questo album viene via aggratis. Sì, proprio così.
L’intero album, traccia per traccia, è distribuito liberamente sul sito del gruppo, con tanto di copertine ad alta risoluzione. La licenza è Creative Commons.L’offerta gratis vale fino a...
Non ho capito.
Penso ci sia tempo, ma approfittatene subito, ne vale davvero la pena (sto continuando l’ascolto e andiamo sempre meglio).

Bear In Heaven - Beast Rest Forth Mouth

Solo una segnalazione, ché purtroppo il tempo non è molto:
album godibilissimo di pop psychedelico, sull'onda di Animal Collective e derive analoghe (Fleet Foxes, Grizzly Bear,...) ma pure con venature più vecchiotte, tipo Stone Roses con qualche inserzione di elettronica che non guasta.
Senza troppe pretese, ma di gran buon gusto.
Qui un assaggio (ma su Youtube c'è praticamente tutto l'album):

venerdì 15 gennaio 2010

MdD(luca): fuori tempo massimo #2

Outkast – Speakerboxxx (2003)
L’album in questione in realtà si chiama Speakerboxxx / The Love Below ed è un doppio CD costituito da due album praticamente autonomi. Il primo prodotto da Antwan Patton a.k.a. Big Boi e il secondo da Andrew Benjamin (già Dre, ora Andre3000), i due membri degli Outkast, che di fronte a divergenze artistiche hanno deciso di fare ognuno per conto proprio e di produrre due album al prezzo di uno. Alla faccia dell’opportunismo commerciale.
Per quanto possa riconoscere razionalmente il valore di The Love Below, a colpirmi in pieno stomaco con la sua grandiosità e però per me il solo Speakerboxxx.
Hip-hop potente e trascinante, bassi spaccacasse, campionamenti azzeccati, rap di altissima fattura. 19 brani di hip-hop visionario e funkadelico, alcune derive techno, ritmi violenti e azzeccatissimi. Un discone che da giorni sta ammazzando le casse della mia macchina, vado in giro come un tamarro di quelli insostenibili, ma non posso farne a meno, va sentito così, al massimo volume consentito dall’impianto.

giovedì 14 gennaio 2010

I sopravvalutati - The Rolling Stones (dopo la morte di Brian jones)

"la cosa più salutare è sicuramente iniziare dai propri idoli", L. Croce, op.cit, 2009. D'accordissimo, d'altronde Abramo fonda il monoteismo distruggendo gli idoli del padre Terakh, e da quel gesto deriva quasi tutta la nostra cultura, non solo di musica pop.
Premessa necessaria: da cosa deriva la sopravvalutazione? Dall'aver venduto 38 fantastilioni di copie con meriti artistici discutibili? no, alcuni gruppi hanno un bacino di ascolto maggiore di altri ed il grande pubblico non sempre premia l'arte. Che le Spice Girls vendano di più dei Gravenhurst rientra nella natura delle cose e non necessariamente significa che le Spice Girls siano sopravvalutate. Poi, una carriera chilometrica porta artisti particolarmente longevi a rendere di più al botteghino di gruppi sbandati dopo l'esordio. Bisogna anche tenere conto di quanto il mercato musicale si sia ampliato, e mentre una volta se volevi conocere, che so, i Beatles, per citare un gruppo semisconosciuto, o li ascoltavi su vinile di un amico o li andavi a vedere dal vivo nei pochi concerti, oggi anche i Bastard Sons of Dionysos hanno, tra myspace e last.fm, video e moltiplicazione dei concerti (ormai è tutto un festival, da Roskilde a quello di Tricase), iTunes e ospitate televisive, delle possibilità di marketing inesistenti fino a poco tempo fa. Chi ha più di 20 anni ricorda tempi belli in cui la pubblicità la si faceva ai fustini di detersivo e non all'ultimo, "imperdibile" album di Tiziano Ferro.
La sopravvalutazione, IMHO (in questi tempi di acronimi..), deriva dall'essere creduti o dal farsi credere portatori di valori musicali, artistici, sociali che non si hanno. Ti spacci per il portavoce di una generazione? sei considerato il genio inventore di 3 o 4 generi musicali? rilasci una sola intervista all'anno e solo al New Yorker? beh, se poi non piazzi lì un album meraviglioso e sofisticato, originale e di grande attualità, la diagnosi di sopravvalutazione si fa più probabile.
Ed è ancora più probabile per quei gruppi che magari affondano le radici in altre epoche (i favolosi anni 60, i favolosi anni 70, i favolosi anni 80, i favolosi anni 90, abbiamo sempre vissuto nelle favole ma io di fatine non ne ho mai incontrate) e che oggi sono ancora in circolazione, anche grazie all'ennesima operazione di revival. Ecco che il battage pubblicitario batte la grancassa per gente imbolsita, stanca e senza più niente da offrire alla platea se non i gloriosi trascorsi, attrubuendogli meriti ormai ampiamente demodè. Finita la tirata, passiamo agli idoli.
Sono stati appesi nella mia cameretta per un lustro, assieme ai Beatles, a Stenmark e a Bettega, a rappresentare i turbamenti adolescenziali, nel poster preso da High tide and green grass. Sono stati equivocati per essere l'icona della carnalità, grazie all'adesivo con la linguona che decorava metà delle 2CV e delle Dyane, ai testi ammiccanti ora al sesso ora al diavolo in persona. E come nel film "Il mio amico il diavolo" (peter cook e dudley moore, meraviglioso) si scopre che il diavolo è davvero un tizio qualunque. A dispetto di tutte le pagine sprecate a spiegarci che i Beatles erano l'ala pulita se non sdolcinata della gioventù inglese (infatti McCartney è finito dentro per droga a 40 anni..) e i Rolling Stones la faccia sporca e viziosa, questi ultimi rimangono soltanto una discreta blues-band i cui numeri migliori, per evidente paradosso, sono saltati fuori quando il ritmo si è placato e gli amplificatori spenti. Play with fire, As tears go by, Lady jane, Ruby tuesday, She's a rainbow, Paint it black sono oggi ancora ascoltabili e gradevoli mentre le più diaboliche Jumping Jack Flash o Sympathy for the Devil (tanto per non addentraci negli ingloriosi anni 70 degli Stones, con il caramelloso e indigeribile budino di Angie) sembrano vecchie e datate come una foto in kodachrome. E con l'andare degli anni, impersonare i maudits che celebrano nozze sataniche e ambiguità sessuale è diventato sempre più difficile, con l'inevitabile conseguenza che le facce rugose si sono fatti sempre più ridicolmente aggressive e le capigliature, al limite del posticcio, sempre più incongrue. I Rolling Stones non hanno cambiato il mondo e neppure la musica, hanno fatto un bel malloppo di belle canzoni. Sono stati trasgressivi nelle pose e nella condotta, molto più composti e di maniera nella loro discreta arte. Sono diventati ricchi con produzioni mediocri e ricchissimi con album pessimi, oggi fanno tristezza mentre trascinano in giro il loro cadavere. Sarebbe ora che noi la si smettesse di venerarli come eroi maledetti e musicisti eterni, e si tornasse ad ascoltarne il meglio.

mercoledì 13 gennaio 2010

I sopravvalutati: The Cure – “la trilogia dark”

Perché se si decide di essere iconoclasti, la cosa più salutare è sicuramente iniziare dai propri idoli.
Si navigava nel luccichio degli anni ’80, quelli fatti di spalline imbottite, pantaloni che lasciavano intravvedere il calzino, capelli lunghi dietro e corti ai lati, yuppies e piumini, batterie elettroniche e synth (Yama DX7, un mito) e tutte quelle cose lì che prima o poi verranno rivalutate in modo da diventare pure loro “favolosi”. Beh, tra tutto quel luccicare e quei colori fluo, spiccava per cupezza la mia di allora band preferita, The Cure.
Loro si distinguevano, ah se erano diversi: niente video allegri, niente breakdance, nessun basso suonato col pollice (“sleppare”, si dice “sleppare”!), nessuna copertina su Ragazza In, nessuna foto ufficiale ai caraibi, nessun video su MTV.
Oddio, nessun video… almeno fino a Close to me. Ma lì è dopo, sono diventati commerciali. Via dunque, anatema, si sono venduti!!!
E si diede inizio al rito dell’erano-meglio-i-primi-album.
Si perché la trilogia dark, il trittico Seventeen Seconds-Pornography-Faith era meraviglioso, altro che quella roba commerciale. Vera sofferenza artistica, vera ansia creativa, vero spleen esistenziale, vero viaggio nell’oscuro.

Stronzate.

Con quei tre album (ricordiamo: 1980-81-82) i Cure si fecero la fama di alfieri del dark, pionieri della new wave oscura, inventori di un genere, paladini della musica dalle tinte fosche.
Balle.
Era pop, solo pop.
Pop dei più semplici, senza invenzioni eclatanti, senza dissonanze, senza deviazioni dai 4/4, tutto pulitino e ordinario, per non dire proprio banale. Le atmosfere (leggi: gli arrangiamenti), quelli sì, in effetti erano abbastanza suggestivi e qualche merito occorre riconoscerlo, ma di qui a farne gli inventori di un genere ce ne corre. Tutto quel che fecero fu trasformare un fenomeno sotterraneo (underground si diceva allora) in una moda pop, semplicemente una delle tante divise che si indossavano in quei periodi.
Ora, non che io abbia niente contro il pop, ci mancherebbe. Anzi, pur non essendo in questo periodo esattamente nelle mie corde, ne riconosco sia valore che esempi sublimi. Però, diciamocelo, il pop è il genere più facile da digerire, da diffondere. Da vendere, insomma.
Quindi quello che mi fa schiumare di rabbia è l’atteggiamento di chi da un lato lo snobba (“pop noi? Ma vaffanculo, noi siamo alternativi, a noi il pop ci fa schifo!”) mentre dall’altro lo utilizza ruffianamente per rimpinguare il proprio conto corrente. E anche su questo non ho nulla in contrario. Sono le due cose insieme che non riesco a tollerare.
Mi è capitato infatti di riascoltarli recentemente (ne avevo parlato qua) e mi sono cascate le braccia. Voglio dire, avevo a malapena 15 anni, avevo appena accantonato i dischi dello Zecchino d’Oro, stava iniziando uno dei momenti più esplosivi della diffusione musicale (radio private, ma soprattutto i video) e si veniva bombardati da Duran e Spandau, Wham! e Madonne, per cui non potevo non pensare che quella gente vestita di nero che faceva musica malinconica non fosse qualcosa di veramente diverso. E un po’ lo erano, sì, ma davvero solo un po’. Visti dalla distanza degli anni e delle successive scoperte musicali, tutta quella roba lì, compresi i Cure, si confonde in un unico grosso minestrone.
Pop.
Però mentre un George Michael qualunque non faceva lo schifiltoso e ammetteva tutta la sua pop-itudine (“pop noi? Ma certo, noi siamo pop(oular), noi col pop ci vogliamo fare un sacco di soldi!”), questi qua cantavano di bambine orfane, di atmosfere tetre, di funerali e di foto sbiadite, ma poi, a metterla su uno spartito, si trattava sempre della stessa fuffa.
Solo l’arrangiamento cambiava, come dire la confezione.

Ah, a proposito di erano-meglio-i-primi-album: ora penso che il primo loro disco (Three Imaginary Boys, 1979) sia il loro più bello. Ai tempi ne apprezzavo giusto una canzone o due, ora mi pare che sia stato il loro unico momento davvero originale.

martedì 12 gennaio 2010

Ciao Lhasa...


Scopro tristemente oggi che il 1° gennaio è morta Lhasa. Lhasa De Sela era una musicista statunitense di nascita, messicana di adozione, che viveva in Canada dopo aver girovagato con i genitori fricchettonissimi (l'hanno chiamata come la capitale del Tibet, una sorella si chiama Sky) peregrinando sullo scuolabus trasformato in abitazione tra Stati Uniti e Messico. Ha pubblicato 3 dischi in cui le influenze latinoamericane si sposavano con la strumentazione country e cajun e con venature jazzistiche sperimentate nella francofona Montreal. Parlava e cantava in 3 lingue, Lhasa, con una voce sensuale e ruvida, e scriveva con Yves Desrosiers delle canzoni belle, romantiche il giusto, con delle liriche ricchissime sotto l'apparente semplicità da far pensare che avesse un debole per Garcia Lorca. Se ne è andata a 37 anni, per un tumore con cui ha lottato, per perdere, come molti.
Ciao, Lhasa querida, ti ricordo con una canzone sul ricordare, El árbol del olvido, l'albero dell'oblio.

En mi pago hay un árbol,
Que del olvido se llama,
Donde van a consolarse,
Vidalita,
Los moribundos del alma.
Para no pensar en vos,
En el árbol del olvido,
Me acosté una nochecita,
Vidalita,
Y me quedé bien dormida.

Y al despertar de aquel sueño,
Pensaba en vos otra vez,
Pues me olvidé de olvidarte,
Vidalita,
En cuantito me acosté.

e adesso via con la bile! I 5 album più sopravvalutati della Storia


Evviva! Qualcuno finalmente l'ha detto! Come il rag. Fantozzi a proposito del capolavoro di Ejszenstein (o come cazzo si scrive...), così Luca, sempre sia lodato, coraggiosamente ci spiega che The Dark Side of The Moon, è un album sopravvalutato. E io aggiungo, codardamente secondo, è un album barocco e supponente, pomposo e vuoto, assolutamente sopravvalutato, che vale come constatazione di decesso dei PF migliori. Un album buono per irretire i pischelli, suscitare emozioni da cameretta prima dell'interrogazione di italiano, inquinato da trovatelle banali come l'intro con il cuore battente spacciate per genio, la pseudopoesia finale di Eclipse, in cui persino il buon Wright, abituale compositore di gradevoli ballatone pianistiche (questa, ad esempio, è celestiale), si lascia andare ad un caso di incontinenza musicale e propone il polpettonissimo di The Great Gig in the Sky, col famoso e vacuissimo vocalizzo della meteora Clare Torry che tanti adolescenti ha fatto tremare. Ma se a vendicare la pompa dei Pink Floyd ci ha già pensato Tony Tammaro, - vedi la foto - piccolo eroe partenopeo della controcultura, perchè non scatenarci in una biliosa compilation, la top five degli album (o potremmo farla, pourquoi pas, dei gruppi) più sopravvalutati della storia? Allora, fuoco alle polveri...

lunedì 11 gennaio 2010

Doping

Dilettandomi con la corsa, vengo a sapere che alla maratona di New York, forse la maratona più sognata da qualsiasi corridore del mondo, è vietato l'uso di lettori mp3 durante la corsa.
Avere musica che pompa nelle orecchie è equiparabile a un doping, questo è il motivo.
Questo regolamento aprirebbe una bella discussione su cosa sia da considerare doping, quale sia cioè una definizione generale che permetta di distinguere ciò che è doping e ciò che non lo è. Perché in effetti a basarsi sulla sola affermazione "sostanza che permette di migliorare le prestazioni sportive", si includerebbe pure l'acqua. E in effetti questa distinzione non è semplice, per cui alla fine, invece che utilizzare una definizione astratta, ci si affida a delle liste di sostanze proibite.
Così alla NY Marathon non hanno fatto altro che aggiungere i lettori mp3.
Vabbè, chissenefrega su questo blog, direte.
No, è solo perchè ho trovato questa canzone, che è già piuttosto tamarra di per sé e che per di più è stata remixata da un diggei piuttosto tamarro.
Il risultato è una cosa che senza ombra di dubbio è talmente potente che a pomparselo nelle orecchie sarebbe capace di farti volare, altro che doping.
Si tratta di Brazen (Weep) degli Skunk Anansie remixata da Paul Oakenfold.
Sentite che roba (ma sentitela a volume molto alto) e pensate di stare correndo:

venerdì 8 gennaio 2010

MdD (Marco) fuori tempo massimo anche io.... Barenaked Ladies, Maroon



Luca, vero spirito guida scrive di un disco dimenticato nella compilazione del listone decennale. Ci rimugino, penso a mie eventuali omissioni, controllo le date di pubblicazione e...opperlamiseria! ho dimenticato il mio album di poppino intelligente e garbato, gradevole e raffinato, riascoltato con gran soddisfazione sin dal 2000. Barenaked Ladies (alla lettera le donne proprio nude, ma qui di sesso non si parla), Maroon. Questi ragazzi canadesi non hanno pregi particolari se non quello, non secondario, presente almeno in questo album, di non avere difetti. Suonano bene, pulito, hanno fantasia, sanno scrivere canzoni, cioè quelle cose con una bella strofa ed un bel ritornello, e pure originali, due belle voci, due belle chitarre, testi decisamente intelligenti con occasionali divagazioni surreali. Addirittura pare che Sir Paul McCartney abbia detto (vedi qui) che i BNL abbiano armonie vocali che i Beatles si sognavano. Oddio, contraddire Macca è dura, però...Non sono sempre stati così bravi, i primi album (Gordon, Maybe you should drive), pur con alcune chicche, che so If I had 1000000 dollars, palesavano dei limiti nella scrittura dei pezzi, che risultavano un pò contorti. Invece Maroon si lascia ascoltare dall'inizio alla fine, passando attraverso tutte le sfumature del pop. Dalle tumultuose "Falling for the first time", "Never do anything" e "Go home" alle meditate "Baby seat" e "Conventioneers", dalle melodie accattivanti di "Pinch me" e "Humour of the situation" (che una voce vuole che sia stata registrata dai musici completamente nudi, mah...) le canzoni convincono sempre. Anche se canadesi, le venature prettamente yankee affiorano chiaramente sia in "Sell sell sell", in pieno stile fifties con cantato presleyano che in "Tonight Is the Night I Fell Asleep at the Wheel", ironico lento con cui si conclude (formalmente, c'è una graziosissima hidden track) l'album. Tre quarti d'ora di musica ironica, garbata, originale e ben confezionata. Quando volevamo tutto e lo volevamo subito avremmo forse chiesto di più, oggi mi basta e avanza.

The Flaming Lips and Stardeath and White Dwarfs with Henry Rollins and Peaches Doing the Dark Side of the Moon

Si, lo so che sto assumendo le sembianze del Piccolo fan, ma questi qua sono in un periodo di esplosione creativa come non mai, e a me piacciono un sacco, per cui quando ne combinano una (e ne combinano una dietro l'altra) mi viene spontaneo raccontarlo qua.
Lo so, è una excusatio non petita, ma giuro che non ho la loro maglietta. E neanche un poster in cameretta. E francamente a memoria conosco solo il nome del cantante.
Sì, proprio quello, l'albumone dei Pink Floyd, quello che ha venduto un fantastiliardo di copie. Quello perfetto, quello che ancora oggi si usa per testare la bontà degli Hi-Fi (che di album prodotti così non se ne fanno più, cara signora...), quello che inizia col cuore che pulsa, quello col prisma in copertina.
Quello lì, insomma, TDSOTM.
E i Flaming Lips che del reato di lesa maestà se ne fottono sonoramente, l'hanno rifatto tutto, canzone per canzone, con la complicità di Henry Rollins e Peaches.
E ne è venuto fuori un gran bel disco, finalmente.
Si, finalmente, perché a me francamente l'originale, quello là, aveva davvero rotto le palle.
Il sax à la Fausto Papetti in Us and Them è una cosa rivoltante, e quell'aria leccatina e pulita me lo rende più freddo e indigesto della cucchiaiata di marmellata presa in frigo appena sveglio. Bleah.
Marco nel suo post sulle parole detestabili o abusate in ambito musicale aveva omesso sopravvalutato.
Ecco ora lo dico:
The Dark Side Of The Moon è uno degli album più sopravvalutati di tutti i tempi.
Via, l'ho detta. E ora saltatemi pure addosso.

E invece in questa versione che gli leva lucentezza e levigatezza, ridonandogli un'aura più sanguigna e psichedelica (come i primi album dei Pink Floyd, ah, signora mia, i primi album, quelli sì, signora mia...), sgonfiandolo di quell'aria insopportabilmente pomposa, TDSOTM torna ad essere un disco che merita veramente di essere ascoltato.
Meglio i Flaming Lips che i Pink Floyd, dunque? Andiamoci piano, l'idea originale è comunque degli inglesi e il merito creativo rimane sostanzialmente loro. Ma se la re-interpretazione ha un valore in sé, allora gli sballati americani hanno fatto centro in pieno.
E poi anche solo per avere tolto dalle palle quell'insopportabile sax.

A già, dimenticavo l'ulteriore ragione che mi rendeva quel disco indigesto: LA LUNA NON HA UN LATO SCURO!!!!

giovedì 7 gennaio 2010

MdD(luca): fuori tempo massimo #1

Mi succede sempre così: quand’è ora di compilare i listoni (in genere quelli di fine anno) con The Best of…, vado pure a sbirciare gli elenchi altrui (siti, webzines, blog, newsgroup, riviste… e ultime solo in ordine di tempo, le segnalazioni degli altri autori qui dentro) e mi capita di fare ulteriori fondamentali scoperte.
Il fatto è che naturalmente non ho modo né tempo di stare dietro a tutto quello che esce in un anno e queste liste le trovo preziosissime per scovare delle autentiche chicche che mi erano sfuggite nelle innumerevoli segnalazioni che arrivano dalle stesse fonti durante l’anno.
Per cui mi ritrovo, dopo avere compilato la mia classifica, a scoprire album che in questa lista ci sarebbero entrati di pieno diritto. E quindi o ribalto la classifica o lascio perdere. In genere lascio perdere (e infatti ho poi smesso di farle), ma almeno mi godo le nuove chicche.
Chiaro che con il listone del Meglio del Decennio le cose si amplificano ulteriormente, essendo molti di più gli ascolti definiti imprescindibili che invece mi sono perso.
In questo caso però devo fare una considerazione un po’ diversa: se il MdD è ciò che io considero significativo per me in 10 anni, per quanto belli siano i dischi che d’ora scoprirò, non potranno mai entrare di diritto lì dentro, non essendo ascolti che mi hanno deliziato tra il 2000 e il 2009.
Una menzione particolare però se la meritano, e con questo post voglio iniziare almeno a citarli.
Via:
The Microphones – The Glow pt.2
Folk-rock strambo, deviato, sghembo e folle. Per il sottoscritto seducente e affascinante come pochi altri. Già solo il fatto che questo pt.2 non sia il seguito di un bel niente...
Melodie intriganti galleggiano su strutture scomposte e rumorose, una sorta di Neutral Milk Hotel, ma ancora più anomalo, poi in altri momenti, tutto viene sussurrato, ma sempre in un modo strano, come se si avesse paura di farlo troppo pulito, poi il rumore esplode ed è shoegaze, ma anche in questo caso lo si sporca (si può sporcare un genere distorto come lo shoegaze? Si può, fidatevi), poi si mette un pulsare fuori tempo sotto la melodia, ma non da fastidio, è strambo, ma ci sta. E così via.
In casi come questi, mi raffiguro l’immagine dell’artista che agguanta il giocattolo (in questo caso quello del folk-rock) e inizia a prenderlo a mazzate, contorcendone l’aspetto, deformandolo e scassandolo, ma lasciandolo ancora per poco riconoscibile, tra momenti intimi e delicati e esplosioni di energia sporca e distorta (il padre di questo ‘metodo’ fu il grandissimo Capt. Beefheart, e mi si perdoni l’accostamento).
Ecco, questo è quello che ha fatto Phil Elvrum nelle 20 canzoni per un’ora abbondante di musica di questo album bellissimo.

lunedì 4 gennaio 2010

MdD (Marco) Sono rimasti fuori e non so bene perchè..

Mi accodo a Luca nel celebrare gli esclusi dal listone del decennio, con lo sguardo interrogativo di chi non sa bene perchè ha scelto l'uno e non l'altro. Comunque mi hanno coccolato le orecchie (ed in parte il cuore) dal 2000 a oggi, come sempre in ordine sparso:

Robert Wyatt - Cuckooland
Rosapaeda - In forma di rosa
Piccola Banda Ikona - Marea cu sarea
Leonard Cohen - Ten new songs
Barenaked Ladies - Maroon
Anouar Brahem - Le voyage de Sahar
Keren Ann - La disparition
David Rovics - Halliburton Boardroom Massacre
Sulutumana - Di segni e di sogni
Sondre Lerche - Two way monologue
Attila the Stockbroker - Zero tolerance
Davide Van De Sfroos - .. e semm partii
Fabularasa - En plein air
Savina Yannatou - Terra nostra
Ska-P - Incontrolable
Les Anarchistes - La musica nelle strade
Peter Hammill - Incoherence
David Krakauer - A new hot one
Vassilis Tsabropoulos and Anja Lechner - Melos
Eleni Karaindrou - The weeping meadow
Cantodiscanto - Malmediterraneo
Francoiz Breut - Vingt a trente mille jours
Yann Tiersen - Goodbye Lenin
Eddie Vedder - Into the wild
AA. VV. - Badlands - A tribute to Bruce Springsteen's Nebraska
Emiliana Torrini - Me and Armini
The Mummers - Tale to tell
Banda Bassotti - Asì es mi vida
Robyn Hitchcock - Goodnight Oslo

Sono rimasti fuori SOLO perchè usciti a fine 99 e affettivamente appartengono a questo decennio trascorso

Armand Amar - La traversée
Idir - Identités

MdD #10 (Marco) Antony and the Johnsons, quello che volete

Se c'è qualcuno che ha rivalutato il ruolo del bel canto in un epoca ipertecnologica questo è proprio l'inquietante Antony Hegarty, ben supportato dai suoi vagamente goticheggianti Johnsons. Anche in virtù del troppo breve ma intensissimo concerto con l'orchestra del Regio, avevo deciso che uno dei loro album sarebbe entrato nella mia top ten, ma il tempo e l'indecisione sono stati tiranni e non ho saputo scegliere prima dei botti di Capodanno. Allora, addentriamoci in questo nuovo decennio con un primo atto di non-definizione, quasi di scarico di repsonsabilità. Sceglietelo voi quale è l'Antony migliore sinora. Il primo omonimo, embrionale e melodico, con le ballate sepolcrali di Rapture e River of Sorrow? il secondo, l'arcinoto "I am a bird now", inserito pure da "Repubblica" (che ci ha copiati) nei candidati a disco del decennio, con le accelerazioni di Hitler in my heart o Cripple and the starfish? O, perchè no, il più meditato "The Crying Light" con le piccole gemme di Kiss my name e Epilepsy is dancing? Fate voi, io non so scegliere.

sabato 2 gennaio 2010

MdD(luca): gli esclusi

Quello che mi ha portato a stilare la classifica del Meglio del Decennio è stato un processo non solo arbitrario, ma pure un po’ doloroso, per i tanti album che ho dovuto escludere. Dieci anni sono tanti, e di musica se ne ascolta tanta, e quella emozionante è pure tanta, e pure il tempo è tanto, sufficiente a cambiare gusti musicali.
E così viene fuori che 10 album siano davvero troppo pochi. In questo post voglio almeno citare quelli che sono stati esclusi dopo la prima selezione, quelli che ho tenuto fuori dalla lista solo perché mi ero imposto il limite di 10, ma che magari se l’avessi stilata in un momento diverso, ci sarebbero anche potuti entrare.
  • Animal Collective - Feels - 2005
  • Antony And The Johnsons - Antony & The Johnsons - 2000
  • Antony And The Johnsons - I Am a Bird Now - 2005
  • Arab Strap - Monday At The Hug And Pint - 2003
  • Bachi Da Pietra - non io - 2007
  • Baustelle - Amen - 2008
  • Beth Gibbons & Rustin Man - Out Of Season - 2002
  • Björk - Vespertine - 2001
  • Blonde Redhead - Misery Is A Butterfly - 2004
  • Cat Power - You Are Free - 2003
  • cLOUDDEAD - Ten - 2004
  • Current 93 - Black Ships Ate The Sky - 2006
  • Eels - Blinking Lights And Other Revelations - 2005
  • Grizzly Bear - Yellow House - 2006
  • LCD Soundsystem - LCD Soundsystem - 2005
  • Lightning Bolt - Hypermagic Mountain - 2005
  • Low - Trust - 2002
  • Micah P. Hinson - Micah P. Hinson and the Red Empire Orchestra - 2008
  • Neutral Milk Hotel - In The Aeroplane Over The Sea - 2005
  • Okkervil River - The Stand Ins - 2008
  • Oneida - Rated O - 2009
  • Panda Bear - Person Pitch - 2007
  • Pere Ubu - Why I Hate Women - 2006
  • Pontiak - Maker - 2009
  • Portishead - Third - 2008
  • Radiohead - Amnesiac - 2001
  • Radiohead - Hail to the Thief - 2003
  • Shannon Wright - Let in the Light - 2007
  • Talibam! - Ordination of the Globetrotting Conscripts - 2007
  • Talibam! - Boogie In The Breeze Blocks - 2009
  • The Books - Lost And Safe - 2005
  • The Fiery Furnaces - Blueberry Boat - 2004
  • The Fiery Furnaces - Bitter Tea - 2006
  • The Liars - They Were Wrong So We Drowned - 2004
  • Throbbing Gristle - Part Two - The Endless Not - 2007
  • Tool - Lateralus - 2001
  • Tv On The Radio - Desperate Youth, Blood Thirsty Babes - 2004
  • Vic Chesnutt - North Star Deserter - 2007
  • Volcano! - Beautiful Seizure - 2005
  • Why? - Elephant Eye Lash - 2005
  • Why? - Alopecia - 2008
  • Woven Hand - Ten Stones - 2008