lunedì 23 agosto 2010

Danger Mouse and Sparklehorse – Dark Night of the Soul

Questo disco è uno di quelli su cui c’è già un sacco da raccontare ancor prima di ascoltarlo, per cui mettetevi comodi.
Innanzitutto gli autori sono Danger Mouse e Sparklehorse.
Il primo è un personaggio eccentrico come è quasi normale (bell’ossimoro, vero?) che siano certi artisti. Il suo debutto sulle scene , quello che l’ha reso di colpo famoso, è stato The Grey Album, disco prodotto come mashup tra il White Album dei Beatles e The Black Album di Jay-Z.
Bianco+Nero=Grigio, voilà.
Peccato che alla EMI siano piuttosto sensibili al tema Beatles e che mal tollerino chiunque faccia uso non autorizzato della loro gallina dalle uova d’oro. Allora ne è nata una di quelle dispute piuttosto tipiche e delicate in cui la potentissima major blocca la distribuzione di un disco che però in questo modo riceve molta più pubblicità di quanto avrebbe mai potuto sperare e quindi più successo e boomerang per la major e grane per il musicista, però una certa fama e rispetto underground e così via.
Sparklehorse è invece un personaggio decisamente tragico. Nel ’96, durante una tournee con i Radiohead (non ancora famosissimi) si rifilò una bella strippata di valium, alcool e eroina nella sua stanza di albergo e perse conoscenza per 14 ore schiacciandosi le gambe con il proprio corpo (sto provando a immaginare cosa voglia dire questa frase che ho preso da wikipedia, ma faccio un po' fatica... Il meglio che mi viene è una posizione inginocchiata e piegata in avanti. Terribile...). Finì anche in coma e al risveglio rischiò di perdere l’uso delle gambe e rimase su una sedia a rotelle per 6 mesi.
Durante quel periodo di depressione gli amici gli fecero ascoltare un sacco di musica e pare che sia proprio durante questi ascolti che fu folgorato dal Grey Album e che sia nata l’idea della collaborazione che ha portato a questo disco, che sarà poi di fatto il suo ultimo lavoro.
Nel marzo di quest’anno si è infatti suicidato con un colpo alla testa.
Lo dicevo che la vicenda era tragica.

Comunque, tornando a momenti più ameni, per la produzione dell’album il duo Danger Mouse+Sparklehorse si è avvalso della collaborazione di autentici pezzi da 90 del mondo indie, musicale e non solo, riuscendo a coinvolgere nientepopodimenoche:
- James Mercer (The Shins)
- I Flaming Lips
- Gruff Rhys (Super Furry Animals)
- Jason Lytle (Grandaddy)
- Julian Casablancas (The Strokes)
- Frank Black (The Pixies)
- Iggy Pop
- Nina Persson (The Cardigans)
- Suzanne Vega
- Vic Chesnutt
- Scott Spillane (Neutral Milk Hotel e The Gerbils)
- David Lynch
David Lynch (sì, proprio il regista) ha collaborato girando alcuni video delle canzoni, creando un centinaio di immagini a corredo del CD e mettendo la voce su un paio di brani (non ho la più pallida idea di quale sia il rapporto che lega il regista con i 2 personaggi autori del disco, ma deve essere piuttosto intenso, dato che si tratta non propriamente di un cameo).
Tutti gli altri artisti ci hanno messo la voce e/o hanno collaborato alla produzione dei brani, per cui non è stupefacente apprendere che nell’imminenza della sua pubblicazione venisse già indicato come evento musicale dell’anno (almeno in un certo ambiente).
Non è finita, però, perché alla EMI quella storia dell’album grigio devono essersela legata al dito, per cui, poco prima della pubblicazione, in base a qualche cavillo legale (i dettagli, che io sappia, non sono mai stati divulgati dalle parti in causa) riescono a bloccarne l’uscita.
Immancabilmente tutti quanti tornano a interpretare i loro ruoli: il pubblico grida allo scandaloso ennesimo sopruso della Spectre-EMI e parteggia per gli artisti imbavagliati i quali a loro volta, oltre all’ennesima dose di pubblicità insperata (a questo punto viene il dubbio, però), pubblicano lo stesso il CD, perché il lavoro grafico di Lynch vale davvero la pena, ma invece del CD vero inseriscono un CD-R vuoto con l’indicazione di farne quel che si vuole (e l’implicito suggerimento di scaricarsi gli mp3 da internet, che da qualche parte si trovano… e registrarselo sopra, alla facciazza della major). Questa trovata, manco a dirlo, ha un irrazionale successo e l’oggetto va presto esaurito e diventa un cult.
Poi alla fine, luglio 2010, qualcosa si sblocca e l’album viene pubblicato, con buona pace di tutti.
Tranne che del povero Mark Linkous (aka Sparklehouse) che nel frattempo, ma non certo per questa vicenda, si è tolto la vita.

Ah già, il disco, com’è?
Come prevedibile: molto bello ed eclettico. In tale varietà di teste pensanti è inevitabile trovare dei momenti meno gradevoli, ma il complesso rimane sempre comunque molto, molto alto.
Personalmente trovo bellissime l’iniziale Revenge (te pareva, è quella con i Flaming Lips, dei quali sono un noto piccolo fan), la saltellante Little Girl, Everytime I’m with you e Grim Augury (in cui compare Vic Chesnutt, personaggio dal destino non molto distante da quello di Sparklehorse e di cui posso dirmi anche di lui piccolo fan, un po’ più mestamente dei Flaming Lips, però).
A questo punto non so se sia l’evento musicale del 2010, forse ormai si sono spese troppe chiacchiere e vicende, però è un gran bell’album. Vale davvero la pena.
Questo l'elenco dei brani con le collaborazioni:

1. "Revenge" (featuring The Flaming Lips) – 4:52
2. "Just War" (featuring Gruff Rhys) – 3:44
3. "Jaykub" (featuring Jason Lytle) – 3:52
4. "Little Girl" (featuring Julian Casablancas) – 4:33
5. "Angel's Harp" (featuring Black Francis) – 2:57
6. "Pain" (featuring Iggy Pop) – 2:49
7. "Star Eyes (I Can't Catch It)" (featuring David Lynch) – 3:10
8. "Everytime I'm with You" (featuring Jason Lytle) – 3:09
9. "Insane Lullaby" (featuring James Mercer) – 3:12
10. "Daddy's Gone" (featuring Nina Persson) – 3:09
11. "The Man Who Played God" (featuring Suzanne Vega) – 3:09
12. "Grim Augury" (featuring Vic Chesnutt) – 2:32
13. "Dark Night of the Soul" (featuring David Lynch) – 4:38

martedì 17 agosto 2010

Arturo Stalteri - Half Angels

Confesso: non ho alcuna competenza per recensire seriamente questo disco. Ho una collezione risicatissima di musica pianistica (qualcosa Tsabropoulos, Tiersen, Mirabassi jr...), non capisco una beata cippa di armonia, insomma, sarebbe molto meglio non sproloquiare e richiudersi in un educato silenzio. Ma sono giorni che sento e risento questo album grazioso e garbato, moody (un anglicismo che da tono alla recensione) senza essere cupo, abbordabilissimo anche da orecchie incolte come le mie senza essere banale. Magari Abo o altri uomini di musica me lo stroncheranno, chissà, intanto Stalteri resta li nel cassettino del CD. Insomma, tutta sta sbrodolata per dire "mi piace" senza un perchè. Forse non il massimo come recensione, però sincera.

lunedì 16 agosto 2010

versi prima di coricarsi - SULUTUMANa, Il tuo culo


Vorrei esser la tua pancia, l'onda del tuo respiro
Vorrei essere l'oceano calmo che ti attraversa
Vorrei essere il tuo centro, il bottone del tuo ventre
Il tuo braccio che mi abbraccia
Vorrei esser la tua mano quando stai sotto la doccia
E vorrei essere il tuo suono, le tue lacrime di gioia
Vorrei esser le tue gambe che si immergono nel mare
Ed il tuo vento nei capelli, il tuo collo nella sciarpa
Vorrei essere il tuo piede quando esce dalla scarpa
Vorrei essere il tuo naso impreciso sinuoso
La tua bocca il tuo riso ah ah ah ah fragoroso
La tua lingua mentre scioglie il gorgonzola
Vorrei esser le tue orecchie quando è festa e c'è la banda
Per le strade e nelle piazze, vorrei esser la tua schiena
Per un'ora di carezze, vorrei essere ciliegie
Sulle cime dei tuoi seni, vorrei essere i tuoi occhi
Che si riempiono di cielo
Vorrei esser la tua pancia, l'onda del tuo respiro
Vorrei essere l'oceano calmo che ti attraversa
E vorrei essere il tuo suono, le tue lacrime di gioia
Vorrei esser le tue gambe che si immergono nel mare
Ed il tuo vento nei capelli, il tuo collo nella sciarpa
Vorrei essere il tuo piede quando esce dalla scarpa
Vorrei essere i tuoi sensi, il tuo gioco preferito
Vorrei essere i tuoi occhi quando si aprono al mattino
E si riempiono di cielo, mentre schiudi le persiane
Vorrei essere il tuo culo

Vinicio Capossela, "Da solo", 2008

Siamo tutti accesamente devoti di San Vinicio, per aver italianizzato la lezione di Tommaso Waits e svecchiato (e, diciamolo, reso più accattivante) quella dell'Avv. Conte, insomma per essere Capossela. E quando Vinicione si è messo a mescolare altre influenze (la musica mariachi, quella bandistica) abbiamo plaudito riverenti. Ma se Capossela smettere essere Capossela e comincia a fare Capossela, ecco che i conti non tornano più. Come in questo "Da solo", più ombroso del precedente e già troppo compiaciuto "Ovunque proteggi", in cui il Vinicio gigioneggia più che mai, sbraca nella misura dei brani e non produce il gioiellino che si staccchi da una generica mediocrità. Troppe marcette, troppe leziosaggini fanciullesche, eccessivo il ricorso al nonsense dei testi. Nostalgici dell'ironia di "Marajà", del lirismo assoluto di "Ultimo amore" dell'immediatezza giocosa di "Allora mambo", imploriamo accorati San Vinicio per un sano ritorno alle origini. Da solo, appunto, può fare benissimo.

giovedì 12 agosto 2010

Unwoman, "Casualties", 2010

Erica Mulkey, violoncellista e cantante, darkeggia su melodie sinuose e tristarelle, stendendo su un tappeto di tastiere il suo violoncello, il cui lamento connota in maniera marcata tutta la sua produzione musicale. Il supporto dell'elettronica è invece variabile, talvolta praticamente assente. Nonostante i natali californiani, Unwoman (come tradurlo? boh, "anti-donna" "de-femmina", ...fate voi) guarda decisamente a modelli britannici, su tutti alla diva Siouxsie, di cui riprende anche il look oltre che il cantato, ma è anche chairo che la signorina ha sentito a lungo Kate Bush. Il risultato è assai buono, particolarmente gradito a palati nostalgici del dark che fu, con l'unico limite di una certa eccessiva omogeneità, che sfocia in monotonia. Pezzo preferito: "Pillars of salt".

giovedì 5 agosto 2010

Podcast, ci riprovo

[UPDATE del giorno dopo: forse ho risolto le difficoltà del caricamento dell'mp3, ma continuo a bisticciare con le tabelle. Torno alla lista classica, che va benone.]

Penso di avere trovato una soluzione un po' più stabile e funzionale per il "cassettone". Quindi ripubblico qui sotto lo stesso podcast che avevo cercato di creare allora, poi se la cosa funziona, potrebbe diventare un appuntamento periodico con il "meglio di" quanto ascoltato ultimamente.
La lista dei brani è questa:

1-The Beatles - While My Guitar Gently Wheeps (1968)
2-Grant Lee Buffalo - Fuzzy (1993)
3-Larkin Grimm - Ride That Cyclone (2008)
4-Cat Power - Good Woman (2003)
5-Eddie Vedder - Long Nights (2007)
6-Eels - Railroad Man (2005)
7-Beth Orton - Stolen Car (1999)
8-Calexico - The Ride, pt.II (1998)
9-The Black Heart Procession - It's A Crime I Never Told You (1999)
10-The New Pornographers - The Bleeding Heart Show (2005)
11-Sodastream - Tickets to the Fight (2006)
12-Pontiak - Aestival (2009)
13-Microphones - You'll Be In The Air (2008)
14-Kevin Ayers - Cold Shoulder (2007)
15-Sufjan Stevens - John Wayne Gacy, Jr. (2005)
16-Vic Chesnutt - Glossolalia (2007)

e il podcast vero e proprio è questo qui:

Voilà.

mercoledì 21 luglio 2010

Angus & Julia Stone - Down The Way

Coppia di fratellini australiani alle prese con pop melodico e sentimentale. Ascolto rilassato e rilassante piuttosto piacevole e senza particolare impegno. Belle le voci, arrangiamenti chitarra+archi per momenti melanconici.
Niente di che strapparsi i capelli, ma se volete qualcosa con cui svagarvi, questo è perfetto.

sabato 10 luglio 2010

Pausa

L'Album Bianco nasce come sfogo agli spasmi scrittori di una truppa mal definita di melomani, la cui presenza, di alcuni occasionale, di altri costante, non è mai stata soggetta a regole, precetti, schemi. Ci siamo sempre detti che scrivere, sussurrare o abbaiare le nostre pensate non doveva avere ritmi prefissati,  e quindi il blog è geneticamente predisposto a pause e vacanze di ogni sorta. In corrispondenza di quelle estive, poi, il singhiozzo che ha ritmato i posts si vieppiù disorganico. Con questa premessa, seguo Luca e fuggo in vacanza anche io. non ho scelto un disco per l'estate, ne rippati in mp3 una cinquantina, raccolti su un HD portatile. I  titoli? Dai Sigur Ros a Cecilia Pitino, dai New Pornographers a Les Anarchistes (immancabili!). Sarà una bella estate, a presto. Marco
PS: a differenza di luca non ho scelto neanche una meta, ma va bene così.

mercoledì 7 luglio 2010

Happy birthday, dear Ringo

Oggi compie 70 il baronetto Richard Starkey, MBE, meglio noto come Ringo Starr, batterista dei Beatles. A tutti gradito per la proverbiale bonomia, per la sua assoluta normalità a fronte dell'eccentricità del Giovanni Lennon, del talento da predestinato di Sir James Paul Macca, dell'ombrosità harrisoniana. Festeggiamolo tutti, perchè il Ringo è un simbolo. E' l'icona dell'uomo normale, imbarcato in avventura molto più grande di lui, che resiste nonostante parecchie avversità (nella prima registrazione lo sostituirono con tal Andy White e lo relegarono al tamburello) e senza diventare divo. Niente bizzarrie, niente crisi mistiche - si diceva che in India dal Maharishi si rompesse abbastanza i coglioni - niente svarioni con droghe pesanti, l'unica stravaganza che si è concesso è chiamare il figlio Zack, come lui si faceva chiamare da piccolo. Musicalmente, oltre a quello che gli hanno porto John &Paul, su tutto una certa Yellow submarine,  non ha lasciato tracce memorabili, una versione reggae di Only you e poco altro. Ma ci rimangono le sue facce sornione, le sue pose da rocker innocente, conscio della propria liverpooliana mediocritas. E, quoto, cito, rubo dal grande Phil Anka, i suoi occhioni da cagnone sperduto. Cheers, Ringo.

venerdì 2 luglio 2010

Il Disco dell'Estate

Fra qualche giorno me ne parto per le vacanze. Niente di che, vado qui a scrocco di Ma&Pa. Lo dico non tanto per raccontare i fatti miei quanto per avvisare della mia futura latitanza da queste parti.
Ho scelto con un po’ di difficoltà il Disco dell’Estate, cioè quel disco che potenzialmente dovrebbe accompagnare i miei scorrazzamenti in ciabatte, bermuda e occhiali scuri sotto il solleone.
Poi chi conosce la mia caotica situazione familiare (moglie ciarliera e 3 figli ipercinetici) ben capirà che, soprattutto in vacanza, quando il nucleo familiare è ben compatto, le mie possibilità di ascoltare la musica che mi piace si riducono al lumicino. E qui casca a fagiolo il disco dell’estate. In quei rarissimi momenti di “ora ascolto quel che mi pare” ho bisogno di un riferimento da individuare al volo, senza tentennamenti. Qualcosa che poi sia abbastanza piacevole e solare per adattarsi alla stagione, ma anche non troppo stupido, che di musica infantile ne ascolterò già fin troppa.
E il prescelto di questa Summer2010 è:
Fever, degli Sleepy Sun

Gli Sleepy Sun fanno un rock psichedelico, piuttosto datato come genere in sé, ma mantenuto piuttosto fresco da un approccio moderno e scanzonato. Strumenti elettrici, voci maschili e femminili, lunghe cavalcate lisergiche, melodie piuttosto accessibili.
Non che sia un miracolo eh, anzi, forse il loro precedente Embrace era un po’ meglio in generale, ma tutto sommato, se si cerca qualcosa di leggero (come nel mio caso per il Disco dell’Estate) direi che è l’ideale.
Poi vengono dalla California, e si sente. Più estivo di così…

A presto.

martedì 29 giugno 2010

Scaruffeide

Allora, alzi la mano chi non ha mai letto una recensione di un disco su internet. Che sia su quotate pagine culturali o su qualche oscuro blog  di qualche oscuro figuro (questo, ad esempio), il ricorso al www per conoscere l’ultima novità di ambient croato o per sapere se vale la pena anche solo di scaricare la centesima raccolta degli Stones, l’abbiamo fatto tutti. E surfa che ti surfa, oltre agli approdi più canonici (last.fm, myspace, e similia) talvolta il destino spinge il server un qualche luogo virtuale ameno o comunque curioso, che magari adesso organizzeremo nella sidebar. Un sito cui invece si è invariabilmente indirizzati con una frequenza inquietante è il leggendario scaruffi.com, dell’omonimo Scaruffi Piero. L’ansia che assale l’internauta melomane più avveduto deriva dal fatto che se digitate qualunque, ripeto, qualunque nome, dai Green Telescope a Ed  Banger and the Nosebleeds, dagli Holy Modal Rounders a Letizia e la Band, il link a scaruffi.com c’è sempre. E non è un link a vuoto. Non esiste gruppo, solista, musicista, artista di strada, corista, session man su cui lo Scaruffi nazionale non abbia detto la sua, sovente con distruttiva severità. Come una maestrina incazzata Scaruffi dispensa voti, sovente gravemente insufficienti, senza guardare in faccia nessuno, rifilando impietoso a molti monumenti della musica critiche feroci e accordando risicate sufficienze a veri capolavori (opinione personale, quindi fallace, ok?). Per contro, esalta con peana smodati lavori discutibili di artisti che forse non passeranno alla storia (i Royal Trux, ragazzi!), si spella le mani gridando al capolavoro imperdibile per album che non sorpassano il primo ascolto, ma questa, forse, è solo la sua originalità di fronte al mio conformismo poppeggiante. Ora, lo confesso, io con Scaruffi ho un problema personale, e, sia chiaro, lui non ce l’ha con me. E avere un problema con qualcuno che non conosci, è grave. Primo, abbiamo dei gusti simmetrici, nel senso che ogni disco che mi lascia in deliquio, che alberga nella mia top ten, che è in cima ai miei sogni,  è da lui invariabilmente condannato  alla mediocrità, spesso con il corredo di pesanti rampogne. Tanto per dare un idea ecco i voti assegnati alla mia top ten da isola deserta
Siouxsie and The Banshees - Twice upon a time (non recensito ma di Siouxsie il nostro dice “Dark-punk's most overrated artist, Siouxsie has left behind very few compositions that deserve to be remembered.” Ammazza...)

REM - Automatic for the people (5)
XTC - Oranges and lemons (6.5)
Billy Bragg - Talking with the taxman about poetry (6)
Zebda - Essence ordinare non recensito
Van der Graaf Generator - Pawn hearts (8)
Robyn Hitchcock - Black snake diamond role (7)
Clash - London Calling (7)< Pogues - If I should fall from grace with god (6,5) Byrds  - Mr tambourine man (6) Icicle Works - Icicle works (non recensito) L’altro problema è la smodata invidia che nutro per lo Scaruffi medesimo. Innanzitutto vorrei avere la sua stessa prosopopea, vorrei non essere sfiorato dal penoso esercizio del dubbio al momento di assestare stilettate feroci, ma soprattutto vorrei riuscire a fare tutto quello che fa lui. Dal suo sito si estrapola una biografia per punti (chi diffidasse vada a  controllare a http://www.scaruffi.com/service/iabout.html) che recita testuale:
piero scaruffi, poeta, scienziato, storico della conoscenza e libero pensatore, e` anche:
* scienziato cognitivo
* scrittore
* poeta<
* storico musicale
* storico cinematografico
* commentatore politico
* artista visisvo
* consulente software
Ora, non so voi, ma io faccio fatica ad a buttare giù 4 righe per questo blog, riesco a sentire bene solo un paio di dischi al mese e spesso la sera crollo sul divano prima che siano le dieci e magari i miei cari mi segnalano pure di non avermi visto molto ultimamente
Mi chiedo, allora, ma come farà Scaruffi a fare tutte ’ste cose? Dove trova il tempo e le energie? Ma in parallelo mi chiedo anche, più semplicemente, come fa a disprezzare Siouxsie e i Chumbawamba e a stracciare (5/10) “Automatic for the people”? e a venerare i Royal Trux? Non ho risposte per nessuna di queste domande. Me ne torno al nostro modesto casalingo blog, alla Siouxsie di Kaleidoscope, agli XTC che adoro in blocco, a Nightswimming e Find the river. E mi rendo conto che sto benissimo così.

giovedì 24 giugno 2010

Un nuovo inno per l'Italia

In epoca di Mondiali di calcio ci tocca , come sempre, sorbirci le eterne questioni sull'inno nazionale. Diciamolo pure, fuori dai Mondiali e dalle Olimpiadi l'inno nazionale non se lo fila nessuno, tanto che infatti viene naturale proseguirne mentalmente l'esecuzione con la formazione della Nazionale che ognuno ha più stampata nel cervello (per il sottoscritto ZoffGentileCabrini, OrialiCollovatiScirea, ...) ed associare alla musica di Novaro la voce di Martellini o Pizzul o Bizzotto, sempre a seconda delle generazioni.  Al punto che, personalmente, mi ha sempre emozionato altrettanto, creando lo stesso senso di attesa  la ormai desueta sigla dell'Eurovisione (Charpentier, Te Deum). Però l'inno nazionale è anche uno dei tanti paradossi italici: possibile che la terra di Cimarosa e Bellini, Puccini e Verdi, Vivaldi e Rossini non abbia trovato nulla di meglio come musica per celebrare le solennità? E poi, intendiamoci, che cazzo vogliono dire le parole?
Insomma, ha sostanzialmente 2 difettacci: primo, è una marcetta che sembra la fine dei cartoni animati di Looney Tunes (e di questo spero si occupi Abo, sicuramente più competente, con una sapida disamina tecnica) e, secondo, ha un testo incomprensibile. Meglio così, perchè se lo comprendi e non sei un nostalgico colonialista  reduce dell'Amba Alagi ti fa vomitare. Tra coorti, elmi di Scipio (Scipione l'Africano, ossia un invasore e massacratore di popolazioni civili) e chiome da porgere da parte della Vittoria (che non è la figlia della tabaccaia), a ricordo della bella e moderna abitudine di rapare a zero le schiave, questa schifezza ottocentesca è sopravvissuta in epoca democratica solo grazie al fatto che durante l'esecrabile ventennio non era molto in voga. Ma il potpourri di richiami imperiali alla gloriosa epoca augustea in cui eravamo aggressivi invasori è davvero emetico ed è infatti strenuamente difeso dai piccoli ducetti contemporanei, e guai a chi non lo canta. Ostili per natura all'integrità della nazione, parecchi leghisti, forti della loro crassa insipienza, propongono come alternativa il "Va Pensiero" dal Nabucco verdiano, musicalmente più attraente e sicuramente più marziale. Anche qui, però, quanto a testo si casca male: non solo è criptico per cervelli istruiti (figuratevi per Cassano e Gattuso) ma, quando compreso, è evidente che parla di esuli che rimpiangono la loro terra bella e perduta,  che non è il massimo per esaltare il morale della nazione. Tra l'altro la terra rimpianta non è nemmeno l'Italia, è Gerusalemme, ma questo è oltre le possibilità di comprensione del leghista e del calciatore medio.
In sostanza o ci teniamo l'inno di Bugs Bunny in versione imperialista o, in ossequio ai rutti padani, fingiamo di essere esuli ebrei o ci scateniamo alla ricerca di un nuovo inno. Che dovrà essere come siamo, simpatico e furbetto, un po' marziale (se giochiamo contro i tedeschi dobbiamo pur spaventarli) e un po' pastasciuttaro, in omaggio all'ambiguità dell'italiota.  E allora via alle proposte. 
La mia candidata? "La terra dei cachi" di Elio e le storie tese. Bel testo, alla portata dei nostri calciatori, realista ("un totale di due pizze e l'italia è questa qua"), melodia accattivante ed orecchiabile, non richiede un intera banda musicale per la sua esecuzione e molto molto ironica. E poi parla anche di sventolare il bandierone allo stadio, attività cui è precipuamente dedicata l'esecuzione dell'inno.
Alternative:
Dolce Italia - Eugenio Finardi. Sdolcinata, parla in realtà malissimo degli italiani, troppo melodica e poco solenne. Potrebbe cantarla Iugìn da solo allo stadio, come alcuni tenori americano fanno, ma non ci darebbe quella gagliardia che cerchiamo. Scartata.
Un italiano vero  - Toto Cutugno. La quintessenza dell'italianità stile raiuno, della italietta dell'autogrill, delle lacrime da coccodrilli professionisti, dei sentimenti da strapaese. Scartata.
La strana famiglia - Jannacci & Gaber. Ecco un'alternativa percorribile, se suonata lenta assume un tono serioso e il ritornello potente inietterebbe di certo morale ed energie nei quadricipiti dei nostri calciatori. Inoltre identifica perfettamente l'equipollenza tra paese reale e paese televisivo, 20 anni prima di Videocracy (peraltro meraviglioso).
Allora, via anche alle vostre candidature, diamo un nuovo inno a questa povera Italietta! E Abo, per favore, il saggio su Novaro!

mercoledì 23 giugno 2010

The Chemical Brothers - Further

Un altro dei termini ricorrenti quando si parla di musica è “bollito”.
È l’epiteto che si guadagnano i musicisti o i gruppi che, dopo avere raggiunto un significativo successo, si adagiano mollemente sugli allori e continuano a produrre album seriali che, ben lungi dal proseguire un qualche percorso di ricerca che li aveva resi quantomeno originali agli esordi, non fanno altro che cercare di consolidare il successo (leggi: le entrate finanziarie) della star.
Ascolti uno di quei dischi e lo senti lontano un miglio, è roba bollita, con la consistenza flaccida di un cotechino e l’appeal gustativo di un finocchio. Ci sarebbero tanti motivi che giustificano questi dischi, l’età che avanza, la pigrizia dell’arrivato, gli obblighi contrattuali che non rispettano i tempi di gestazione artistica e così via.
Ai Chemical Brothers era già successo: alfieri della musica elettronica e esponenti massimi di quel big-beat che caratterizzò gli anni ’90, ultimamente si erano ridotti a pubblicare dischi insulsi e ripetitivi che cercavano di replicare le formulette vincenti dei primi album senza nemmeno sfiorarne la bellezza innovativa.
Per quanto detto sopra, non era stupefacente tutto sommato: i due ragazzotti agli inizi erano riusciti ad impressionare il mondo con quattro macchine di recupero grazie al loro entusiasmo e ad un’ottima preparazione tecnico-musicale. Poi, diventati una discreta macchina da soldi per la Virgin, si sono trovati a disporre di attrezzature che neanche alla NASA e si sa, spesso il troppo stroppia, e i due ragazzotti ormai cresciuti hanno ceduto alla tentazione, diventata troppo facile da seguire con quel popò di armamentario, di produrre il minimo indispensabile con il minimo sforzo. E si sente: bolliti. Basta la parola.
Con queste premesse l’approccio al nuovo album non poteva essere peggio prevenuto. Se mi avessero proposto di scommettere, ci sarei andato liscio quanto su una magra figura dell’Italia nel girone iniziale del mondiale di calcio: sicuramente una ciofeca.
E invece.
E invece lo sto ascoltando a ripetizione e mi pare sempre più bello e intenso. Niente nostalgie per il passato, niente derive commerciali. Un disco onestissimo e molto ben prodotto, con una giusta dose di umiltà da un lato che ci mette al riparo da spocchiose cadute di stile nascoste dietro un “io sono l’Artista e faccio come mi pare” ma con pure una sicurezza dei propri mezzi che evita le strade smaccatamente più semplici.
Per dire, il primo colpo di batteria (o quel che è) arriva dopo oltre 7 minuti, al minuto 2 del secondo brano. E per gli alfieri del big-beat non è affatto poco, soprattutto pensando come si comprano i dischi: ascolto frettoloso alle cuffie del centro commerciale. Se ti piglia subito bene, altrimenti passi all’altro album.
Tutto il disco è davvero ad alto livello (non altissimo eh, ma tant’è), ma gli episodi migliori a mio avviso sono l’iniziale Snow, senza batteria appunto, sorretta da una voce femminile (anonima, stavolta non ci sono neanche le solite grandi ospitate) che ripete le stesse 2 frasi e tutto un gioco di fruscii, sibili e qualche nota a reggere la struttura.
La successiva Escape Velocity è poi un’epopea di quasi 12 minuti con un inarrestabile saliscendi emotivo tra momenti di pura house, frenesie ritmiche e momenti di inaspettata quiete.
Poi Horse Power, qui sì, un vero trionfo big-beat, da sparare a tutto volume, con quella voce in vocoder che ne ripete il titolo ossessivamente (richiamo alla ketamina, farmaco anche veterinario allegramente abusato dai clubbers) e nitriti di cavallo che emergono tra riff ossessivi e ritmi violentissimi.
Insomma, la notizia è buona: oltre ad avere scovato un buon disco da pompare sul fidato stereo (va ascoltato ad alto volume, se no non ne vale la pena) la conferma che non sempre l’età porta obbligatoriamente allo sfacelo: con un po’ di buona volontà si possono fare ancora grandi cose.

giovedì 17 giugno 2010

Just Like Heaven - A Tribute To The Cure

Forse in fondo è solo questione di ritarare le aspettative.
Perché tante volte, quando ti aspetti qualcosa, tendi a diventare troppo critico nei confronti dell’oggetto e a sminuirne gli eventuali altri aspetti positivi.
Cioè, uno ti dice ora ti faccio vedere un bel dipinto impressionista, poi quando lo vedi ti accorgi che impressionista non lo è neanche per niente, allora dici che schifezza, quando magari è un bel quadro, puntinista magari, ma tu sei deluso perché ti aspettavi Monet, volevi vedere forme sfocate e colori slavati, invece ti sei trovato di fronte pallini di tutti i colori e ti sei incazzato. Però era Seurat, cavoli, guarda che è proprio bello. Ma tu no, che schifezza.
Pensavo a questo qualche giorno fa, mentre ascoltavo il disco omonimo dei Doors e avrei voluto dire a Marco no guarda che è un gran bel disco. Certo, ti avevano detto che Jim era un genio, un poeta e ti sei trovato di fronte liriche da quattro soldi. E hai ragione, ma tu paragonalo a Michael Stipe per dire, non a Yeats. E forse ti avevano detto che ascoltare la loro musica era tipo un trip lisergico e tu invece ti sei solo rotto le palle. E hai di nuovo ragione.
Ma tu spoglia ‘sti Doors da tutta quella fama alternativa, ribelle, insolente che li hanno resi insopportabili a noi e idoli dei tamarri che vanno a farsi le canne sulla tomba di Jim, mitico Jim. Ascoltali come se li ascoltassi per la prima volta in vita tua, come se ascoltassi qualcosa di nuovo, per quanto l’album abbia abbondantemente superato la quarantina.
Vedrai che ti spiaceranno di meno. Forse. Sappimi dire.
Comunque:
penso a me che ascoltavo i Doors qualche giorno fa, mentre invece sto ascoltando Just Like Heaven – A tribute to The Cure, una raccolta di 16 brani dei Cure reinterpretati da altrettanti gruppi/musicisti.
E scopro che si tratta di gradevolissime canzoni pop.
Cioè i Cure si erano costruiti quell’immagine dark che li ha resi famosi, abiti scuri, capelli cotonati, bambine orfane, suicidi, malesseri, spleen… insomma tutti i deprimenti ingredienti fondamentali nella cucina di quel genere.
Allora uno si mette lì, li ascolta, e si accorge che sotto neanche 2 millimetri di quella patina si celano invece delle canzonette pop, 4/4, strofa-ritornello, giri di quattro accordi e cose così. Vaccagare allora, tutto qui? E così i Cure finiscono nel cestino dei rifiuti, sotto la voce fregature.
E invece:
riascoltando questa raccolta, interpretata da gente che tutta quella patina lì probabilmente non ce l’ha mai avuta (dico forse perché ne conosco giusto un paio), si rivelano per quello che sono nella luce migliore possibile: canzoni pop davvero belle.
C’è da dire che quasi tutti i brani scelti sono quelli che già ai tempi fecero inorridire gli estimatori più dark, che li bollarono quasi come dei tradimenti, ma la vena compositiva di Smith&Co. era quella. Ottima. Pop, forse, non dark, ma ottima.
Non ci giro intorno: questa raccolta non so manco se si riesca a trovare in giro, come CD intendo.
Io l’ho scaricato da qua.
E questa è la lista di brani e interpreti:
1. Joy Zipper - Just Like Heaven
2. Tanya Donelly & Dylan In The Movies - The Lovecats
3. The Brunettes - Lovesong
4. Kitty Karlyle - In Between Days
5. Dean & Britta - Friday I’m In Love
6. Luff - Jumping Someone Else’s Train
7. The Submarines - Boys Don’t Cry
8. Elk City - Close To Me
9. The Rosebuds - The Walk
10. Elizabeth Harper & The Matinee - Pictures Of You
11. Cassettes Won’t Listen - Let’s Go To Bed
12. Devics - Catch
13. Julie Peel - A Night Like This
14. The Poems - 10:15 Saturday Night
15. Grand Duchy (Violet Clark & Black Francis) - A Strange Day
16. The Wedding Present - High

mercoledì 16 giugno 2010

How To Destroy Angels

Trent Raznor non deve avere un carattere molto facile. Almeno per i discografici.
Non ho idea di quale siano le dinamiche, di chi faccia il difficile e chi esageri nelle pretese, fatto sta che da un po’ di tempo in qua, il buon Trent preferisce pubblicare il suo lavoro gratuitamente su internet piuttosto che fare guadagnare un centesimo alle case discografiche.
Dopo avere accantonato (definitivamente?) i Nine Inch Nails, Raznor ha iniziato a seguire alcuni progetti laterali, l’ultimo dei quali è questo How To Destroy Angels che vede coinvolti anche la moglie Mariqueen Maandig (già cantante dei West Indian Girl, che personalmente sconosco) e del suo abituale fido braccio destro Atticus Ross.
Ne è venuto fuori un EP (messo a disposizione per il download gratuito sul sito ufficiale) cupo come tutte le creature del nostro, ma più vicino ai Massive Attack degli ultimi album che ai NIN. Un bel disco comunque, in cui la voce femminile stempera e ammorbidisce il sound altrimenti tetro in cui sono le basse frequenze a farla da padrone, con influssi che vanno dal trip-hop (The Space In Beetween), a echi industrial (Parasite) a un certo funk malato (Fur Lined), techno (BBB, The Believers) , fino ad ammorbidirsi nella conclusiva A Drowning che ricorda un po’ certi Cure di Disintegration.
Viene via a niente, dategli un ascolto.
Qui sotto il video di The Space in Between, tanto per farvi un'idea:

How To Destroy Angels: The Space in Between [HD] from How To Destroy Angels on Vimeo.

sabato 12 giugno 2010

La famiglia Sorrenti

L'Italia è sicuramente uno dei paesi in cui essere figli di, fratelli di, parenti di, amici di aiuta la fortuna professionale e olia i rugginosi meccanismi della carriera. E se molti, troppi, piazzano i loro famigli a dar sfogo alla loro dubbia arte, magari dopo averli coatti alla carriera artistica, non tutte le famiglie di artisti vengono per nuocere. Luca ha giustamente rievocato l'inizio poco conosciuto ma interessante della carriera di Alan Sorrenti; allora già che ci siamo diciamo anche che Alan ha una sorella (Jane, in arte Jenny), preziosa vocalist che ha inciso, da sola e con i Saint Just, alcuni album di buon prog italiano. Melodie folk contaminate da venature classicheggianti, su tutto la voce da virtuosa della Sorrenti, ricordano un po' gli inglesi Renaissance e Pentangle. Ascolto non imprescindibile, ma tutto sommato gradevole.
PS: in epoca in cui i Kevin e le Sharon nascono come funghi anche nella remota provincia, precisiamo che Alan e Jenny devono il nome non all'esotismo improvvisato di un genitore esterofilo, ma da una mamma gallese

venerdì 11 giugno 2010

Alan Sorrenti - Aria

Già, Alan Sorrenti, proprio lui. Quello di Figli delle stelle e Tu sei l’unica donna per me. Vabbè, per averlo davvero presente forse occorre avere qualche pelo grigio ormai, dato che stiamo parlando dei suoi più grandi successi e che risalgono al 1977 e 1979.
Quelle due canzoni lo consacrarono forse per sempre ad autore di canzoni pop da juke-box (esistevano dei cosi così ai tempi, che tu infilavi una monetina e potevi fare suonare un disco. Un 45giri, una canzone insomma) e il fatto di incarnare perfettamente una certa estetica disco-pop anni ’70 lo ha relegato a protagonista di serate amarcord o a rappresentazione allegra dei “come eravamo”.
Difficile quindi sospettare che il buon Alan fosse stato capace di cose eccelse.
E invece.
Il suo disco di esordio, Aria (1972), è sorprendentemente bello, complesso, audace e sofisticato. Il brano omonimo è una suite di oltre 19 minuti che ai tempi del vinile occupava l’intera prima facciata. Lo scaffale in cui inserire questo brano è quello del progressive, ma fortunatamente (per i miei gusti) siamo abbastanza lontani da certe evocazioni fantasy-medievaleggianti che normalmente caratterizzano questo tipo di musica. A farla da padrona in questo brano è la voce, utilizzata virtuosamente come strumento espressivo in modo quasi incredibile. Il paragone più immediato è sicuramente all’inarrivabile Tim Buckley.
Le musiche invece, pur mantenendo una loro originalità, sono più dalle parti dei Van Der Graaf Generator o, per restare più vicini, alla PFM delle Impressioni di settembre.
Date queste coordinate comunque l’ascolto di un pezzo così è in grado dare emozioni tutte sue, arrangiato e suonato magnificamente da ottimi musicisti (Jean Luc Ponty, violinista anche al servizio di Frank Zappa, Albert Prince al piano, e alle percussioni un certo Antonio Esposito che non si faceva ancora chiamare Tony) e come dicevo vocalizzato magistralmente dallo stesso Sorrenti.
Il resto dell’album, pur rimanendo ottimo, è di tono leggermente inferiore. Tre canzoni di durata media, più rilassate e più orientate alla tradizione folk e sinfonica, con sempre la voce a farla da padrona.

Questo disco mi pare che sia stato recentemente rimasterizzato, o comunque si trova abbastanza facilmente a prezzi decenti. Se vi capita dategli una chance, se la merita.

giovedì 10 giugno 2010

Plastic Ono Band

Alcuni di noi hanno avuto un rapporto un po’ conflittuale con la figura di John Lennon. Io sono cresciuto musicalmente negli anni ’80, nel senso che in quel decennio ho avuto tra i 10 e i 20 anni ed è lì che ho iniziato a scoprire la musica e i suoi protagonisti.
Quando ci ho avuto a che fare quindi, John Lennon era già una leggenda del passato e come dicevo il sentimento che alcuni di noi provavano non era del tutto positivo.
Troppo facile apprezzare John Lennon. Questo era il punto, credo. Si era in quell’età in cui è normale, forse addirittura sano, essere iconoclasti, e quello là coi suoi occhialini tondi era un bersaglio troppo ben esposto per lasciarcelo sfuggire.
Si partiva dai Beatles naturalmente. Della coppia Lennon/McCartney, John secondo una ben diffusa concezione era ritenuto l’anima geniale, quello che andava fuori dagli schemi, mentre Paul più in quadrato e convenzionale era il preciso ed ordinato lavoratore.
A noi questa cosa però non andava giù, era frutto di una visione superficiale ed ingenua della musica. McCartney era un vero genio, capace tra l’altro di tradurre in splendido pop delle idee da cui chiunque altro non sarebbe stato in grado di tirare fuori altro che polpettoni indigeribili. E John faceva parte della coppia o ne era l’alter-ego in certi casi, ma in ogni caso per nulla superiore.
E la prova era palese, e si traduceva in 2 canzoni: Imagine e Give Peace a Chance. John, separatosi da Paul aveva prodotto quelle due brutture che erano palesemente molto inferiori alla produzione dei Beatles.
Precisiamo: non che oggi io pensi che Imagine sia così brutta, quello che ci stava sul gozzo era lo sproporzionato successo commerciale e soprattutto emotivo che aveva quella canzone zeppa di ingenui banalità. Troppo poco sofisticata per i nostri gusti.
Poi il successo della sua immagine tra fricchettoni e post-hippie: troppo amato da chi noi si snobbava per entrare nelle nostre simpatie.
Insomma, John Lennon non rientrava tra i nostri miti (e non starò a dirvi quali invece ci rientravano, la mia predisposizione all’autoflagellazione ha un limite).

Tutto questo blablabla è solo per dire che ultimamente mi sono procurato l’album omonimo della Plastic Ono Band. Ed ho riscoperto che Lennon era davvero bravo e che anche tra quello che ha fatto dopo i Beatles c'è del buono. Questo album, per dire, è veramente molto molto bello.
Lo conosco ancora poco per poterne parlare approfonditamente, ma contiene una bella carrellata di pezzi notevolissimi. Alcune sofferte (l’iniziale Mother, Remember), altre più militanti (Working Class Hero), altre più semplici (Isolation, Love, la bellissima Look at Me), ma sempre in quello splendido bilico tra semplicità pop e profondità sperimentale che caratterizzò gli ormai ex Beatles (I don’t believe in Beatles, dice nella risolutiva God).

lunedì 7 giugno 2010

Dischi da isola deserta - il mio listone

Robert Wyatt - Rock Bottom
Perché questo è il mio album preferito. Perché ogni volta che lo ascolto riesce ad emozionarmi e a darmi sensazioni che nessun altro disco è in grado di dare. Ascolto da centellinare, però, perché ho come il timore che possa perdere smalto. Per questo motivo potrebbe violare il requisito della durabilità, ma è talmente bello che io me lo porto comunque.

Can - Tago Mago
Perché con questo disco ho scoperto che parlare di kraut-rock non era solo un atteggiamento da salotto snob, ma pure gran bella musica suonata in modo perfetto e trascinante, ma sufficientemente sghemba da non appiccicarsi troppo alla memoria. E poi perché qui c’è una delle sezioni ritmiche più fighe che io abbia mai sentito.

Charles Mingus - The Black Saint and the Sinner Lady
Perché questo probabilmente è un disco infinito. Ne avevo già parlato qui. Ora dirò solo che si tratta di un’opera talmente sofisticata, stratificata, eclettica, varia, che non mi basterebbero i 2 anni per digerirla tutta. Ah, naturalmente è anche bellissimo, altrimenti non me lo porterei di certo.

Autechre - Incunabula
Perché pur nel mezzo del panorama tropicale un po’ di sonorità elettroniche possono rivelarsi adattissime. Questo è uno dei dischi più rilassanti e piacevoli che conosca. Da mettere su in quei momenti di pace in cui si desidera farsi trascinare via.

cLOUDDEAD - Ten
Perché è semplicemente bellissimo e ancora ogni volta che lo ascolto si rivela sorprendente.

Joanna Newsom - Have One on Me
Perché secondo me lei è una delle cose più belle che siano uscite negli ultimi anni, e perché i suoi dischi sono un profluvio di idee, invenzioni, variazioni sempre di gusto bellissimo. Se scelgo questo invece che il forse leggermente più bello Ys, è perché qui c’è ancora più varietà. E poi si tratta di un disco triplo, così ci guadagno in tempo d’ascolto.

Sufjan Stevens - Illinoise
Perché su un isola deserta ci va anche un po’ di allegria e questo è uno dei dischi più festosi che conosca, con i suoi cori da cheer-leaders e fanfare squillanti.

Miles Davis - Miles Ahead
Perché Miles Davis è imprescindibile, lo trafugo pure nelle compilation estive da viaggio in famiglia (dove metto la roba che può piacere un po’ a tutti) e ci mancherebbe che debba rimanerne senza per un paio d’anni. Di tutta la sua lunghissima carriera questo disco rappresenta al meglio uno dei momenti più felici.

Fabrizio De Andrè - Non al denaro non all’amore né al cielo
Perché almeno un po’ di lingua italica vorrei portarla con me, e Faber per quanto mi riguarda ne è stata l’espressione più alta. Se scelgo questo disco è perché tra quelli suoi che mi piacciono è in fondo quello che conosco di meno.

Mozart - Concerto per clarinetto in La maggiore, K. 622
Perché voglio fare come Denys Finch Hatton, il Robert Redford de La mia Africa che ascoltava l’adagio di quest’opera per mantenere il legame con la civiltà. E perché è davvero sublime.

giovedì 3 giugno 2010

La mia isola deserta

e voilà, pronto a partire.
Siouxsie and The Banshees - Twice upon a time
REM - Automatic for the people
XTC - Oranges and lemons
Billy Bragg - Talking with the taxman about poetry
Zebda - Essence ordinare
Van der Graaf Generator - Pawn hearts
Robyn Hitchcock - Black snake diamond role
Clash - London Calling
Pogues - If I should fall from grace with god
Byrds  - Mr tambourine man
e se uno di questi si rigasse nel viaggio Icicle Works - Icicle works

martedì 1 giugno 2010

I dischi da Isola Deserta

Oggi faccio l’ennesima proposta di rubrica, i Dischi da isola deserta.
L’idea non è mia, e nemmeno il titolo. Quest’ultimo l’ho preso da BLOW UP, l’idea originale forse non è neanche loro, ma per quel che ne so gliela si può pure attribuire.
L’idea è quella di indicare i 10 dischi che si porterebbero con sé in un isola deserta, pensando che quelli sarebbero gli unici che ci sarà dato di ascoltare per un lunghissimo tempo (si lo so: “e che impianto ci sarebbe su un’isola deserta? E da dove arriva l’elettricità?”. Dai, sospendiamo l’incredulità, ok?). Poi, al di là dell’isola, uno può immaginarsi la situazione che vuole, la domanda a cui rispondere è: “quali sarebbero i 10 dischi che vorresti avere se non potessi avere che quelli per molto tempo?”.
Chiaramente una lista del genere avrà diversi punti in comune alla lista dei “10 dischi preferiti in assoluto” (apropò, lo famo un post così?), ma la differenza fondamentale è la durabilità degli album. Cioè, immaginandosi di avere solo quelli a disposizione per 2 anni, occorrerebbe essere abbastanza sicuri che possano reggere ad un ascolto molto molto ripetuto. Quindi, magari tra i nostri best-of-ever compare quel disco in cui tre note vengono ripetute per 70 minuti. Ecco, chiedetevi se, al di là del vostro giudicarlo un capolavoro, immaginate di poterlo ascoltare un botto di volte senza stufarvi.
Poi magari nessun disco reggerebbe una simile prova, ma il concetto della lista è quello, non facciamo i pedanti.
Ah, non stiamo a mettere nessuna regola rigida, ci mancherebbe, ma siamo ragionevoli: l’Opera Omnia di Beethoven sarà anche stata pubblicata come cofanetto unico, ma non vale.
Come generi invece vale qualsiasi cosa, basta che suoni su un lettore cd, giradischi, grammofono, iPod…

Infine, come informazione generale: quelli di BLOW UP ci hanno pubblicato un libro con la raccolta delle scelte di 116 musicisti/gruppi. Se vi interessa il libro è questo.

mercoledì 26 maggio 2010

Consigli per gli acquisti - Ian Dury, Hold on to your structure - Live at Hammersmith Odeon, DVD

Alcuni decenni fa, l'unica data torinese dei Camper Van Beethoven venne funestata da un individuo, palesemente ubriaco, che nella pausa tra un brano e il successivo sbraitava entusiasta "dancedancedance!!", incurante della scarsa ballabilità dei CVB. Nel suo ultimo, peraltro malinconico, romanzo Nick Hornby racconta di un bootleg rovinato da uno spettatore sbronzo che urla nel microfono "rock'n'roll!" per tutto il concerto. Quanta gente c'è che ai concerti si diverte in maniera frenetica, felicemente persa tra urla sguaiate e danze scomposte, fregandosene altamente delle scarse attitudini tersicoree o della poca aderenza al testo del loro cantato? Pur trovandole fastidiose, ho sempre provato una profonda invidia per queste persone, perchè, se anche possono sembrare rozzamente primitive (e magari lo sono, e si ubriacano a casa e picchiano la moglie, però vabbè, questo è un altro discorso..), sono gente che si sta divertendo. Cazzo se si sta divertendo. Ed il divertimento è sicuramente un valore aggiunto della musica pop, anzi nè è forse la cifra che più la distingue dalla classica. Avete mai visto Zubin Mehta ghignare di gusto a metà del Requiem o Uto Ughi fare diving sul pubblico? Divertirsi però è stata storicamente una virtù poco praticata: il prog aveva reso tutti serissimi, poi vennero i punk ma erano troppo incazzati, i dark troppo pensosi, i cantautori troppo adulti e quando qualcuno ha pensato di fare della gioia un manifesto (la 2Tone music, i Madness, lo ska) ha fatto il botto anche con meriti artistici discutibili. Se c'è qualcuno che ha divertito divertendosi questo è stato proprio il compianto Ian Dury, e questo DVD fotografa benissimo la allegra frenesia dei suoi concerti. Sconosciuto ai più, che continuano a citare la frase "sex'n'drugs'n'rock'n'roll" senza sapere che era una sua canzone, penalizzato dal pregiudizio legato alla sua deformità (polio in età infantile) e alla montagna di parolacce e doppi sensi che sovraffollano le sue liriche, Dury è stato tutto tranne che uno zozzone scemotto o un fenomeno da baraccone. Diplomato al Royal College of Arts, anche se ha firmato orgoglioso testi come "Fucking ada", "Billericay Dickie" (ci sono più doppi sensi in questo brano che in tutta la discografia di Elio)  o "Wake up and make love with me", Dury ha avuto modo di celebrare nei suoi testi il difficile rapporto con un padre assente per  lavoro (My old man) e di additare l'ipocrisia dell'Anno del Disabile (Spasticus autisticus), di raccontare il buono ("What a waste") ed il cattivo ("I want to be straight") di una vita sopra le righe. Musicalmente non ha inventato nulla, ma ha sviluppato con ammirevole eclettismo un meticciato musicale ricco di influenze, dal musical al punk nascente. Ma soprattutto è riuscito a suonare sorridendo compiaciuto di quello che lui ed i suoi Blockheads stavano facendo e il filmato nè è prova incontrovertibile. Qui c'è tutto il suo meglio, dalla frenesia di "Sweet Gene Vincent" al rap ante litteram di "Reasons to be cheerful" (che significa, guarda caso, ragioni per essere allegri e che Nick Nornby ha proposto come nuovo inno nazionale inglese) dall'inno pagano di "Hit me with your rhythm stick" all'indimenticabile ed indimenticata "Sex'n' Drugs 'n' Rock 'n' Roll", ovvio bis per chiudere il sipario con un grande sabba finale.
Nella mia vita ho sentito musica più raffinata, più tormentata, più complessa e sicuramente lo fanno altri della nostra ciurma. Ma se mai qualcuno mi chiedesse che cosa è il rock, dato che mi mancherebbero le parole, gli farei ascoltare Sweet Gene Vincent.

PS: nel video linkato di Sweet Gene Vincent alla chitarra c'è ospite Mick Jones dei Clash (e poi Big Audio Dynamite e poi Carbon Silicon....) e il buon Ian lo tranquillizza dicendogli testuale che ci sono solo 4 accordi in tutta la canzone. Chi altri l'avrebbe fatto?

martedì 25 maggio 2010

Miles Davis - Live in Rome & Copenhagen 1969

Per chi apprezza il genere: è stato da poco pubblicato da Gambit un doppio CD contenente le registrazioni di 2 concerti del 1969 del Miles Davis quintet, zona “svolta elettrica”, per intenderci (Davis, Shorter, Corea, Holland, De Jonette ).
È l’occasione di assistere ad un evento altrimenti irripetibile: l’atto creativo colto nel momento in cui si realizza. I brani, come succede quasi sempre nel jazz, ma in questi episodi tendenti al free ancora di più, sono solo un canovaccio, una traccia per i musicisti, ma l’interpretazione di essa è totalmente delegata al loro estro. E che estro!
Più di 2 ore di musica di altissimo livello, oscillante tra tenui rumorismi (l’introduzione è disorientante, per usare un eufemismo), energetiche cavalcate jazz con un Miles Davis in formissima, meditabonde ballads… Un universo musicale contenuto in un jewel-box.
Per chi apprezza il genere.

PS Attenzione, chi poco frequenta il jazz non inizi da questa roba qua. Siamo nell’ostico avanzato.

venerdì 21 maggio 2010

Tum-tà-ratatatatum-tumtà

No, ma io dico:
Suoni la batteria? Bene, anzi, benissimo.
La batteria è colonna portante, motore pulsante di ogni gruppo che si rispetti, l’intelaiatura ritmica senza la quale tutto crollerebbe miseramente. E poi personalmente ho sempre avuto una certa simpatia per uno strumento che si suona con tutto il corpo, invece che con le sole dita o la bocca.
Vabbè, non proprio tutto il corpo, mani e piedi, ma ci siamo capiti. Mi pare che il batterista sia immerso nella musica che fa, che la viva davvero con tutto se stesso.
Poi è vero, il batterista ha due grossi problemi.
Innanzitutto “non fa le note”. Cioè potenzialmente può anche non capirne un tubo di musica, manco sapere dove stanno diesis e bemolle, per dire. Basta che sappia quando picchiare sui tamburi e via, il suo lavoro è fatto.
Un batterista così conciato per quel che ne capisco io è un po’ limitato, però ce n’è tanti così che fanno il proprio lavoro egregiamente, quindi effettivamente funziona lo stesso.
Poi c’è il secondo problema, e sto quasi arrivando al punto.
Il ruolo del batterista è quello del gregario. Esistono eccezioni illustri, Phil Collins o quello degli Eagles che non so come si chiama, ma generalmente il suo posto è dietro le star. Mentre lì davanti si beccano applausi, ovazioni, mutandine delle fan, stage diving e foto a raffica, il batterista sta nascosto dietro piatti e tamburi e mentre la fan scatenata sale sul palco a farsi palpeggiare dal cantante, a lui magari gli dicono di non fermarsi neanche a guardare, che bisogna tenere su il ritmo.
Allora per concedere anche a lui un po’ di luci della ribalta, hanno inventato quella cosa lì, quella che io detesto profondamente: l’assolo di batteria.
Uno, due, anche tre minuti solo per lui, nessuno suona e lui (tu, caro il mio batterista) ha carta bianca per sfogare tutta la sua tecnica eccelsa, per dimostrare a tutti quant’è bravo, che lui tecnicamente vale quanto e magari di più di quei quattro sciamannati che si agitano lì davanti. E così vai con ritmi multipli, rullatoni epici, tempi dispari complicatissimi, e dulcis in fundo il gran finale fatto di una tempesta roboante di colpi su tutto ciò che c’è di percuotibile a portata del nostro batterista.
Ma per noi del pubblico, sappilo caro batterista, è una noia mortale. È il momento giusto per farsi una birretta durante il concerto.
Non per tutti, certo, c’è anche chi si impressiona. Generalmente sono o a loro volta batteristi o giovani musicisti principianti che si inginocchiano estasiati di fronte al dio della “tecnica fine a se stessa”.
Gli altri no, sta sicuro. Si stufano.
Sono venuti lì per vedere un concerto, il risultato di un lavoro di squadra. Coesione, interplay, armonie e melodie, per ballare, cantare o anche inebriarsi dello sguardo torbido del cantante, ma non di certo per farsi sommergere dalle tue rullate. Mi spiace, ma è così.
A volere fare una similitudine è un po’ come se durante una partita di calcio, tutti si fermassero per vedere il portiere che fa un’esibizione di palleggi di 3 o 4 minuti. La prima volta stai a bocca aperta a guardare quant’è bravo, la seconda ti annoi un po’, dalla terza in poi ne approfitti per andare a pisciare.
Infine un’informazione che forse non sarà determinante, ma magari ti dà un’idea di come reagisce l’ascoltatore medio: io quando li sento su CD, skippo.

Ah, poi per non essere accusato di partigianeria:
Bassista: vale anche per te il discorso!

(accidenti che brontolone che sto diventando… sarà l’età?)

John Grant - Queen of Denmark

Un bell'album fatto di belle canzoni. Tutto qui.
È la voce a farla da padrona in questo CD, e John Grant (ex leader degli Czars, ma io francamente non li conoscevo), la voce ce l'ha davvero bella. Calda, pulita, intensa.
E le canzoni, pur essendo solo canzoni e pure piuttosto melodiche, sono davvero belle e non banali.
Ai primi ascolti mi sono accorto di essere sempre timoroso per la scivolata nell'ovvio, a dire "adesso se ne viene fuori con la soluzione facile da canzonetta", e invece riesce sempre a mantenersi un pelo al di là, oltre i confini dello scontato.
Poi i riferimenti ci sono, ci mancherebbe, ogni tanto fanno capolino certe atmosfere prog anni '70, ma solo ogni tanto, poi certo cantautorato moderno, tipo Rufus Wainwright o Antony and the Johnsons.
Alle spalle, agli strumenti, ci sono i Midlake, band texana con cui Grant ha condiviso alcune date del tour facendo da spalla nei concerti.
Pare che siano stati incantati dalle sue esibizioni soliste e che avrebbero considerato un delitto non fargliele incidere come si deve.
E per quanto mi riguarda hanno avuto ragione da vendere.

martedì 18 maggio 2010

I 5 migliori fantasmini

Sulla scia dello sfogo luchiano sui brani fantasma o, anglicamente parlando, hidden tracks (qui ben spiegati), dopo essermi perso nei vaniloqui di merceologia sul perchè nascondere un brano, mi/ci tocca ammettere che alcuni brani fantasma sono gradevoli assai. Non siamo i primi a stilarne una classifica (vedi qua) ma, nella nostra logorrea non nascondiamo i nostri preferiti.
Via:
Beatles, Her Majesty (Abbey Road)
Zebda, Dans ma classe (Utopie d'Occase)
Clash, Train in vain (London Calling)
Barenaked Ladies, Hidden sun (Maroon)
Eddie Vedder, Guaranteed (reprise, da Into the Wild)

Cocorosie - Grey Oceans

Avete presente la storiella del tizio che imbocca l’autostrada contromano e pensa che siano tutti quelli che gli vengono incontro ad avere preso la direzione sbagliata?
Beh, è quello che mi è venuto in mente ascoltando questo disco.
Sia in rete che sui giornali non ho trovato una recensione positiva, al massimo dei liquidatori 6,5, mentre a me piace un sacco. E questo, a differenza del tizio della barzelletta, mi ha fatto pensare di essere contromano, soprattutto rispetto alle fonti che solitamente trovo autorevoli.
Invece, per quanto poi mi sia sforzato di essere critico, continuo a ritenerlo un bell’album.
I richiami a cose già sentite sono tanti, la divina Björk su tutti (ma pure Laurie Anderson), ma in fondo inizio a pensare che sia un problema di qualunque cantantessa che provi a pasticciare con la propria voce e utilizzi diavolerie elettroniche per comporre musica: il paragone impietoso con miss Guðmundsdóttir salta inevitabilmente fuori, tanto vale farsene una ragione.
Per il resto, ho ascoltato 11 brani gradevolissimi, in bilico tra il folk intimista e le derive elettroniche, qualche scarto dance e ballate pianistiche. Qualche bella sorpresa imprevista, arrangiamenti particolari e un uso bizzarro delle voci ne fanno un disco gradevolmente insolito.
Da altre parti leggerete di accorgimenti furbetti o soluzioni facilotte. Sarà, però io continuo a pensare che, pur rimanendo in ambito pop, siamo al cospetto di un lavoro interessante e curato, non un capolavoro, no, ma di certo di livello davvero buono.

Ah, la copertina invece fa davvero schifo. A parte la foto, la grafica sembra fatta di corsa con PowerPoint.

domenica 16 maggio 2010

Erland and the Carnival - Erland and the Carnival

Strano album questo. Presentato come folk-rock (nel solito megastore della FN*C è tra le sorprese, descritto enfaticamente come fossero i nuovi Fairport), riserva non poche emozioni di tutt'altra matrice. Molti, è verità, sono brani della tradizione folk, altri sono originali, ma la generale sensazione è che i rimandi siano più a sonorità new-wave che al folk, che sembra essere più una scusa che un vero riferimento culturale, un po' come capitò negli anni '80 con i Big Country. Tastiere ipnotiche e riffs ripetitivi citano i Cure e contribuiscono ad una generale malinconia ambientale, con buoni risultati e senza cadute di gusto. Forse la compattezza, suo primo pregio, è anche il limite di questo disco, in cui  manca il brano che si stacca dal resto. Melodico e tristanzuolo, per pomeriggi piovosi.

venerdì 14 maggio 2010

Gonjasufi - A Sufi and a Killer

Tipico prodotto di casa Warp, in altre parole: una cosa molto difficilmente definibile. Un patchwork di generi e stili, campionati e sporcati, c'è hip-hop e terzomondo, Tricky e la Giamaica, nenie arabeggianti e cavalcate kraut-rock, dub e western.
19 brani che non sono neanche canzoni. Tracce, frammenti.
Un gran casino, insomma. Ma piacevolissimo e molto più ponderato e preciso di quanto possa sembrare, colonna sonora perfetta per le giornate piovose.

Ah, Sumach Valentine, aka Gonjasufi, è questo tizio qua sotto.
Tanto per farsi un'idea.

giovedì 13 maggio 2010

LCD Soundsystem - This Is Happening

Il nuovo album degli LCD Soundsystem spacca.
E di brutto pure.










PS: questo post non vuole affatto essere il prototipo per le "Brevissime segnalazioni", ci mancherebbe. Solo che quella cosa che ho scritto qui sopra è esattamente quello che ho pensato ascoltando quest'album.
Sono un po' tamarro, in fondo. Lo so.

Brevissime segnalazioni

Inauguro oggi l’ennesima rubrica e decido unilateralmente di chiamarla, come da titolo del post, “Brevissime segnalazioni”.
Mi scaturisce semplicemente dal fatto che in questo periodo sto viaggiando parecchio in macchina, il che si traduce in un sacco di musica ascoltata, ma pure in poco tempo per parlarne. Sto quindi ascoltando diverse cose di cui mi piacerebbe almeno dare notizia, per cui mi premurerò di farlo anche se solo con qualche riga invece della solita sbrodolata di recensione.
Amen.

mercoledì 12 maggio 2010

Leddra Chapman - Telling tales

Di Leddra Chapman confesso che non sapevo niente fino a che non ho letto una recensione entusiasta da qualche parte che ora non ricordo (pagina musicale del Guardian? Pitchforkmedia? Corriere di Chieri? Eco del Chisone? Boh..) Ad ogni buon conto, mi sono fidato e mi sono procurato il disco della Leddra (ma che nome è?) e non posso che dirne bene, specie se si tiene conto che è una prova di esordio. La giovane compone e suona brani suoi in piena autonomia e ci riesce davvero benino. Bella la voce, soprattutto bella la joie de vivre che emana dalle sue canzoni, anche dalle più riflessive. Non posso nascondere un amore incondizionato per un orda di cantautrici quantomeno inclini alla melanconia (Marissa Nadler, la prima Torrini, Aimee Mann, Lhasa, la stessa DiFranco) e pure un debole per quelle francamente depressive (Marianne Faithfull, o vogliamo parlare di Nico?). Ma viene un momento in cui qualche raggio di sole non guasta e la Chapman è in grado di fornirlo. Stilisticamente il modello di riferimento è sicuramente Kate Bush, la cui presenza aleggia su tutto il disco, dagli stilemi melodici al gorgheggio che ogni tanto sa di virtuosismo al quasi ubiquitario pianoforte (sentite l’attacco di Edie, per esempio e vi trovate subito dalle parti di The man with the child in his eyes) . Proprio come l’illustre predecessora (ma si potrà dire?) la Chapman si rifà in maniera consistente ad ambientazioni rurali, che fanno molto english, a quell’Inghilterra bucolica e verde, tutta vecchie zie che vanno in bicicletta e tè coi biscotti, forse stucchevole ma sicuramente elegante e affascinante. Beninteso, la Chapman non è Elgar o Britten, è squisitamente poppeggiante e moderna e declina la sua delicatezza su melodie accattivanti. Anzi, a ben guardare non è nemmeno folk, nel senso che sì, è cantatutorato acustico, ma di musica tradizionale neanche l’ombra. Insomma, siamo più vicini a Fiona Apple che ai Pentangle e un altro riferimento, meno netto della diva Bush, potrebbe essere Virginia Astley (e chi non conosce la Astley peste lo colga!). Tante bei brani, meditati e confezionati con gusto – le mie preferite: Picking Oranges, Summer Song, Jocelin, la già citata Edie – ma tutto il disco mantiene un profilo alto, con solo occasionali divagazioni un po’ easy. L’unica cosa da NON guardare, come invece ho disgraziatamente fatto, è il sito internet della Chapman in cui la fanciulla compare imbellettata come una testimonial di una linea di trucchi e dove apprendiamo che la Leddra è una delle Quiksilver Girls. Queste sono una pattuglia di femmine famose che pubblicizzano gli omonimi capi di vestiario, e chi siano le altre costituenti la pattuglia ci è ignoto e indifferente. Certo che tanta grazia e delicatezza, che al primo assaggio hanno un genuino gusto di meditata allegria, stonano non poco con ombretti da cover-girl e con un contratto pubblicitario così pervasivo da comparire nella home page. Va bene che tutti dobbiamo mangiare però che peccato…. Forse è solo uno dei segni della decadenza dei tempi, non credo che  Sandy Denny o Jaqui McShee avrebbero mai fatto la pubblicità dei jeans... Allora chiudete gli occhi, e tappatevi il naso, fate finta di non vedere, tenete vive solo le orecchie e attenetevi romanticamente alla musica. E sarete soddisfatti.

Gli odiosi fantasmini

Piccolo, inutile e astioso intervento sul blog dopo un periodo di ingiustificata ma giustificabile latitanza, per sfogare una piccola irritazione che di tanto in tanto mi tocca provare quando ascolto un CD. In sostanza quel che mi chiedo è: ma che cavolo di invenzione sono le ghost-track?
Mi riferisco a quelle canzoni che non compaiono nella lista dei titoli dell’album, e che si vanno a piazzare dopo l’ultima traccia, in coda a questa, dopo un intervallo di vari minuti di silenzio.
Cioè, uno piazza il CD nel lettore, lo ascolta traccia dopo traccia (nota: l’ascolto rigorosamente in ordine di traccia di un CD è una mia ossessione. Io non riesco a saltare da un brano all’altro, per me il CD è un monolito indivisibile. Ne parlerò più nel dettaglio qui. O col mio analista.) e quando arriva all’ultimo pezzo vede una durata intorno ai 12 minuti. “Figata!”, dico io che apprezzo in modo irragionevole i pezzoni lunghissimi (altro argomento da sviscerare), “il CD si conclude con la suite interminabile!”. E invece dopo i canonici 4 o 5 minuti il brano si conclude e poi silenzio. Il contatore va avanti, ma dalle casse non esce nulla. Poi, se uno ha la pazienza di aspettare, a un certo punto parte una nuova canzone: la ghost-track.
Ora, io mi chiedo, e chiedo agli autori del CD: ma se la canzone ti piace e la ritieni degna di pubblicazione, perché diavolo la nascondi? E in un modo così puerile, poi.
E se invece non ti piace, perché diavolo la pubblichi? Lascia stare, la ficcherai poi in un “inediti e rarità” fra qualche anno, quando non saprai più cosa pubblicare.
Qualcuno addirittura la nasconde ancora meglio: nel CD dei Lamb Fear of Fours, c’è addirittura una sorta di traccia 0, a cui si arriva facendo partire il CD sulla traccia 1, mettendolo in pausa e poi insistendo sul rewind prima del secondo 0:00. Una cosa che o la sai o quella traccia non la sentirai mai.
“Regalo per i fan” viene a volte definito, come se i fan di un gruppo fossero una sorta di loggia massonica in cui solo agli iniziati viene svelato il segreto della traccia 0…
Bah. Continuo a non capire.
Poi io, che di pazienza non ne ho, quando arrivo alla fine dell’ultimo brano dichiarato e mi accorgo che il CD non si stoppa o riparte a causa di una misteriosa traccia fantasma, mi incazzo, schiaccio il fast-forward fino a beccarla, la ascolto una volta una, invariabilmente decido che “fa schifo, ecco perché l’hanno nascosta!” e poi non l’ascolto mai più.
Così imparano a non fare i giochini da bambini, che siamo tutti col pelo grigio, qui.

sabato 17 aprile 2010

Versi prima di coricarsi - Nightswimming, R.E.M.

Nightswimming deserves a quiet night
I'm not sure all these people understand
It's not like years ago,
The fear of getting caught,
Of recklessness and water
They cannot see me naked
These things, they go away,
Replaced by everyday

Nightswimming, R.E.M.

venerdì 16 aprile 2010

Baustelle - I Mistici dell'Occidente

Alla fine devo dire che questo disco mi piace.
Dico “alla fine” perché in effetti mi ci sono voluti diversi ascolti per riuscire ad apprezzarlo.
E questo in prima battuta mi è sembrato esiziale per un disco pop. Perché di pop si tratta e, mi dicevo, se il pop non è catchy allora fallisce buona parte del suo compito.
Amen mi era piaciuto perché, nonostante la sua gradevolezza un po’ ruffiana, rimaneva comunque una bella spanna al di sopra della media nel suo genere. Avercene di pop così in Italia. E con spirito pedagogico mandavo giù perfino le pedanti citazioni à la “guarda come sono colto” pensando che non fosse affatto male che la generazione di Amici e Grande Fratello avesse anche questi come riferimenti.
Cioè Amen era un disco buono anche per i suoi “sempre meglio che…”.
I Mistici dell’Occidente invece è molto meno accattivante. Non che me ne intenda molto, ma temo che non scalerà molte classifiche se non per l’inerzia procuratagli dal predecessore.
Il fatto è che sostanzialmente è un disco meno pop di quello. All’inizio pensavo che fosse solo che non gli era venuto bene, poi dopo i ripetuti ascolti (il fatto di non riuscire a disattivare il REPEAT CD dal mio lettore è un indizio a cui faccio attenzione) ho digerito la sensazione di freddezza e mi si è pian piano svelato per quello che è: un disco di belle canzoni, certamente non ostiche ma neanche troppo facili. Un po’ meno canzonette di quel che mi aspettassi, era dovuto a questo forse lo straniamento iniziale.
Alcuni dei difetti che sottolineava Marco ci sono ancora, ma in forma decisamente smussata: le rime stiracchiate, tipo proprietà-animà ci sono ancora, ma rare, il gusto del torbido è ancora preponderante, ma tutto sommato sembra più realismo che posa. E infine le citazioni colte ci sono ancora, ma meno sfacciate, un po’ più sottili.
La cosa più notevole per quel che mi riguarda sono gli arrangiamenti. Sofisticatissimi ed efficaci, con quasi sempre qualche ottimo inserto di gusto un po’ retrò, sono talmente curati da fugare ogni dubbio di una produzione sbrigativa, tanto per fare uscire il disco.
Qualche scivolone c’è, sia chiaro, ogni tanto scappa la cadenza troppo scontata, l’aria si fa banalotta e pure qualche canzone poteva essere sottoposta ad un ulteriore processo critico, ma sono episodi tutto sommato perdonabili.
Sia chiaro, non voglio apparire troppo entusiasta, non è il caso, ma confermo anche questa volta: avercene di dischi così nel nostro patrimonio nazionalpopolare.

lunedì 12 aprile 2010

...A Toys Orchestra - Midnight Talks

Periodo lavorativamente un po’ oberato, per cui latito da questi lidi, ma di musica ne riesco ad ascoltare e quindi mi sento in dovere condividere una cosa che ho scovato.
Una bella scoperta. Anche se da parte mia scoprirli ora è un po’ colpevole, visto che sono in giro già da parecchi anni e hanno ottenuto premi e riconoscimenti più che meritati.
Comunque, questo mese Blowup ha saggiamente deciso di ignorare gli onnipresenti Baustelle (copertina su Mucchio e Rumore, per dire) e di mettere in copertina loro, così il sottoscritto scopre, ascolta, apprezza e qui diffonde.
Fanno un rock-pop gradevolissimo e tranquillamente accessibile, con una miriade di venature retrò che richiamano Pink Floyd (delle origini), Beatles, e anche XTC o Eels, ma il tutto cucinato con sufficiente originalità da non rendere nessun passaggio troppo scontato.
14 brani per 47 minuti sempre in tiro a buonissimi livelli, tra pop psychedelico e ballate corali, accenni folk e virate powerpop.
Se vi piace fare gli originali (ripeto: solo per quanto riguarda la fama degli autori, non per il genere musicale che è fruibilissimo), questo disco secondo me rientra più che onorevolmente tra i consigli per gli acquisti, anche da regalare alla squinzia o al ganzo di turno che da quel momento in poi vi guarderà ammirata/o per le cose belle e dagli altri sconosciute che invece voi conoscete.
Nonostante il nome, la lingua del cantato e l’atteggiamento anglosassone, sono italianissimi, campani di Agropoli. E questa è un’altra bella notizia.

NB Blowup ignora i Baustelle fino a un certo punto: disco del mese sezione rock-pop. Ne parleremo.

giovedì 8 aprile 2010

E' morto Malcolm McLaren


E' tardi, sono stanco e ho voglia di dormire, e temo tanto che questa mia condizione pregiudicherà le parole che scrivo per il fu Malcolm. Se ne è andato in una clinica svizzera, sede un po' chic per defungere, ma in fin dei conti lui un po' snob lo era stato sempre. Non un musicista, probabilmente solo un tizio con un gran senso per gli affari e per la rendita di posizione, tanto è vero che sono qui con le palpebre calanti a imbastire un epitaffio per uno che non ha mai suonato un accidente. Non aveva il punk nel sangue, solo gli affari, e questo sicuramente ha fatto bene, a lui e ai Pistols, che lui vedeva come una sua creatura. Manager, stilista, per la storia della musica i meriti sono pochini. Non ci sarebbero stati i Sex Pistols senza McLaren? O invece sarebbero stati migliori? O sarebbe successo tutto uguale, con un po' meno pelle nera e meno spille? Speculazioni... Adesso anche McLaren se ne è andato, a riprova della nostra senescenza. Parce sepulto, ma sinceramente mi commuove poco.

mercoledì 7 aprile 2010

appuntamento - Les Anarchistes live a Imperia


sabato 10 aprile ore 22 al centro sociale "la Talpa e l'Orologio" di Imperia (sito poco aggiornato qui) concerto dei Les Anarchistes (mia recensione osannante qui), nella formazione:

Alessandro Danelli - voce
Nicola Toscano - chitarre e visioni
Max Guerrero - key, prog, grooves
Alessio Bianchi - tromba e flicorno
Pietro Bertilorenzi - basso
Mirko Sabatini - batteria

versi prima di coricarsi - Between the wars, Billy Bragg

Poi la posterò tutta, nella sua quasi perfezione. Per stasera mi contento della supplica finale.

Sweet moderation,
heart of this nation,
desert us not, we are between the wars.

Billy Bragg, "Between the wars"

domenica 4 aprile 2010

Versi prima di coricarsi - The Funeral, Drugstore

Deliziose, ridanciane, volontà testamentali, con una visione antitragica della morte, intensamente femminili. Di Isabel Monteiro, bassista e vocalist dei Drugstore. E chissà se era veramente d'oro...

I want to see mountains of snow in July
Fireworks crossing across the blue sky
When I go
I'm taking a few things with me
I'd like to go in the late afternoon
With the sun going down
To give way to the moon
When I go
Make sure I don't feel a thing
I want dozens of roses surrounding my bed
Sad looking faces with pain and regret
When I go
I want the whole place painted red
All my ex-lovers will talk through the night
Heart breaking tales of passion and pride
They will say
That I had a cunt made of gold
I wanna go sideways and facing the sun
With money to spend so I can have some fun
When I go
Nothing will matter to me
Please put me somewhere
Near the sea
With one caring angel
Waiting for me
He'll be holding my heart in its hand
But most of all
I'd like to go with a friend

la potete ascoltare qui