venerdì 20 maggio 2011

Erotismo, poesia, anarchia - la clamorosa modernità di Georges Brassens.

Georges Brassens lo ascoltavano i miei. Mi ricordo ancora, nella loro collezione, i vinili spessi e pesanti e le copertine tutte invariabilmente marroncine con questo curioso individuo con la pipa e l'aria furbetta. La musica era anche essa datata, con formazione fissa a 2 chitarre e contrabbasso. Nell'iconografia generale ricordava  più commissario Maigret che un cantante e, comunque, non era decisamente cosa "da giovani". Poteva anche essere simpatico il vecchiettino francese, ma non rientrava nei miei gusti dell'epoca. Come poteva rientrarci uno che era nato nel 1921, che a differenza dei suoi emuli italiani non aveva mai usato (e forse nemmeno visto) strumenti elettrici, ma in compenso era già morto da tempo?
Ieri ho acquistato un triplo cd che contiene i suoi primi 6 LP, che peraltro ben ricordavo dagli ascolti su vinile e, complice forse una miglior comprensione dei testi, sono rimasto incantato dall'attualità delle sue opere. Le sue canzoni, melodicamente elementari, hanno un poetica semplice ma fortissima che mescola vette di lirismo assoluto e momenti scherzosi, prendendosi gioco scanzonato della vita e della morte. In tutto Brassens c'è un amore incondizionato per la vita in tutte le sue forme e le sue gioie, che porta ad una spaventosa bellezza, un coraggio incendiario, una negazione ostinata del compromesso. 
C'è una carnalità assoluta, una sessualità innocente, primitiva e paritaria in brani come "Dans l'eau de la claire fontaine" - che da sola è più erotica di tutte foto di Hamilton o Dahmane messe assieme - "La nonne", "Brave Margot", in cui descrive, con una grazia da raffaellita i ragazzi di un paesello che si ferma per guardare le tette di Margot che allatta un gattino.
C'è una demolizione sistematica delle istituzioni ("Le gorille", che, attenzione, è sua, non di De Andrè, "Hecatombe"), della Storia dogmatica ("La guerre du 14-18"), della società perbenista ("la mauvase reputation", "la mauvaise herbe", "le mauvais sujet repenti", quante volte torna l'aggettivo "mauvais", eh?)
C'è una critica feroce alla religione ed un irredimibile, positivo ateismo in ("Le mécreant",  "L'assassinat", "Je suis un voyou") e c'è l'ossessivo scherno alla morte ("Oncle Archibald", "Le fossoyeur").
In sostanza un gioioso, ribaldo, cane sciolto, anarcoide, allegro, ottimista, che sapeva parlare al contempo di cosce e di lacrime, di fiori e di chiappe, con uguale intensità ed eleganza. Ha cantato di suore licenziose e di adulteri, di prostitute e di sbronze, di ladruncoli e poliziotti (lui tifava ladruncoli, ovviamente) senza mai cadere nel cattivo gusto ma senza mai negarsi il diritto di dire quello che voleva. In "Hecatombe" racconta di una rissa tra prostitute e poliziotti in cui le donne mettono in fuga "gli sbirri" a colpi di tette mentre lui, da buon cliente, le incita dal balcone a menare gli agenti e si compiace per la vittoria finale. La scrisse nel 1952. Sì, avete letto bene, 1952! Provate ad andarla a proporre oggi alla nostra bella società liberata. Nella sua compostezza di modi, nel suo aspetto démodé, Brassens è ancora più che mai attuale (chi non vorrebbe un po' meno preti ed un po' più di gioia panica nella nostra vita?) anche perché non c'è più stato nessuno che ne avvicinasse il talento ed il coraggio. In Italia l'hanno tradotto ottimamente Nanni Svampa, Fausto Amodei e De Andrè, ma la fruizione dell'originale resta la cosa migliore. Se voleste cominciare a farvi una buona idea del soggetto, www.georges-brassens.com, con tutte le liriche e molti video dell'epoca è un ottimo punto per cominciare.

domenica 15 maggio 2011

The Unthanks - Last

È un disco indubbiamente fuori stagione. Un disco come questo è l'ideale durante la stagione fredda, da ascoltare affacciati alla finestra del proprio cottage con in mano una tazza di tè caldo, osservando i nostri amati foxhound che giocano rincorrendo una beccaccia in giardino, e, oltre il muretto in pietra, la brughiera su cui sale la nebbia al tramonto.
Scemenze a parte, questo disco evoca almeno l'immaginario di quelle atmosfere lì, e non solo perché le Unthanks sono due sorelle che arrivano proprio dalla campagna del nord Inghilterra, ma soprattutto perché il genere di musica che fanno ben si adatta a quegli scenari.
Musiche malinconiche, lente e molto melodiche, cantate ora a due voci, ora a voci alternate dalle due sorelle, accompagnamenti sofisticati e non invadenti, ritmi lenti e sognanti.
Qualche tempo fa (qualche??? Parlo dei tempi del David Sylvian di Secrets of the beehive, quasi 25 anni!) adoravo questo genere di musica, su un album così avrei speso pomeriggi interi di spleen adolescenziale. Ora sono un po' più tiepido nei confronti di questo genere, trovo che sia una bella sfumatura della musica, ma troppo spesso un po' troppo ruffiano, troppo abile a toccare corde facilmente sensibili delle nostre emozioni.
Però, tutto sommato pur prendendolo cin atteggiamento guardingo e sospettoso, devo ammettere che le due sorelline riescono a produrre belle canzoni, piacevolissime ballate che si fanno ascoltare volentieri quando si vogliono distendere un po' i nervi.
In rete è pieno di assaggi della loro musica. Datemi retta: ascoltatele e procuratevi quest'album. Al peggio può sembrarvi un po' lagnoso, ma solo se questa è l'impressione che avete dell'intero genere a cui appartengono, altrimenti è molto difficile che possa non piacervi.

venerdì 6 maggio 2011

J Mascis - Several Shades of Why

Scrivo un po’ poco da queste parti ultimamente. Non mi piace scrivere male di quel che ho trovato brutto e faccio una fatica enorme a descrivere ciò che non mi ha particolarmente colpito e in effetti è capitato che ultimamente gli ascolti oscillassero tra il “non mi piace” e il “non mi dice un granchè”, da cui la latitanza…
Però oggi ho sentito questo disco. Si tratta del lavoro solista di J Mascis, il prepotente leader dei Dinosaur Jr, una band che ha fatto della violenza di suoni sporchi e duri un marchio di fabbrica.
In questo disco invece il capelluto cantante&chitarrista imbraccia la chitarra e canta. Punto.
Poi, vabè, c’è anche qualche seconda voce (Sophie Trudeau su tutti) e qualche altro ospite, ma comunque tutto il disco si riduce fondamentalmente a quei due ingredienti lì, chitarra e voce.
Come in spiaggia, se il chitarrista di turno si fosse portato pure un amplificatore e se non fosse sempre costretto a cantare Margherita e Albachiara.
Ah, si, certo: e se avesse un talento enorme.
10 canzoni bellissime, che in bilico tra folk e rock, scivolano spesso verso il rock, come i Dinosaur Jr spogliati del casino frastornante. Che sembra ovvio pensando a chi è l’autore, ma l’effetto rimane comunque molto molto bello. C'è pure qualche assolo di chitarra, merce che sta timidamente tornando in voga.
Unico neo: è troppo corto, meno di 40 minuti, quando uno vorrebbe poterne avere molto di più.
Scrivo queste righe dopo averlo sentito solo una volta, ma è una di quelle occasioni in cui mi accorgo al volo di avere a che fare con qualcosa di raro, talmente bello da farmi dire: “ah sì, questo sì, ne devo assolutamente parlare sul blog!”.

Concludo, perché merita, con una bella foto del bell’autore. Imprescindibile:

domenica 1 maggio 2011

Ciao Poly Styrene - Donna vera, non c'è dubbio, e pure atipica.

Aiuto! Il mio pantheon punk si sta inesorabilmente trasformando in un popolatissimo cimitero. Se ne andata anche Poly Styrene, e posso capire che a molti il nome dica poco. Punk della prima ora, voce degli X-Ray Spex, mezza scozzese e mezza somala, Marianne Elliott Said, in arte Poly Styrene, ha avuto, a dispetto della scarsa fama, un ruolo importante e merita un posticino nemmeno secondario tra le icone del punk. Piccolina, certo non graziosissima e nemmeno ammaliante, si è ritagliata un ruolo di front-girl atipica, ricodificando il ruolo riservato alle donne nella musica pop.  Antisessuale senza essere androgina - famosi le bretelle e l'apparecchio dentario sfoggiati nei concerti -, aggressiva senza essere maliarda, molto esplicita nei testi senza essere cinica. Non una seduttrice alla Siouxsie, non una mangiauomini stile Slits, non una teatrante alla Nina Hagen, Poly ha cercato di puntare il dito contro il consumismo, i clichès sessuali e di rendere scoperto il "gioco" del punk. L'ha fatto supportata da un gruppo di cui non ricorderemo le doti melodiche ma solo un pugno di canzoni brevi e feroci, con il cantato distorto della Poly ed il sax di Lora Logic (e poi di Steve Rudi) a connotarne pesantemente il sound. Per capirla e renderle merito, valgono il testo e la musica di "I am a poseur". Testo attualissimo, musica onestamente passatella.  Ciao Poly.

I am a poseur and I don't care
I like to make people stare
I am a poseur and I don't care
I like to make people stare

Exhibition is the name
Voyeurism is the game
Stereoscopic is the show
Viewing time makes it grow

My facade is just a fake
Shock horror no escape
Sensationalism for the feed
Caricatures are what you breed

Anti-art was the start
Establishments like a laugh
Yes we're very entertaining
Overtones can be betraying

martedì 26 aprile 2011

Rum, sodomia, frustini e musica per sentirsi a casa - "Dirty Old Town", 1985, The Pogues

Nel lontanissimo 1985, io ed il mio amico S., vagabondando per le isole egee, sbarcammo  in quel di Ios, che cominciava allora ad essere isola eccessivamente incasinata nonchè centro di riferimento regionale del sesso occasionale alcool-indotto. Sovrappopolata di adolescenti in preda ad un tornado ormonale, fiorita di un numero incongruo di locali ammiccanti,  - uno sfoggiava come insegna due paia di labbra stile  Stones affacciate con le linguone tumide intrecciate - tutta la movida, anche se allora non la chiamavamo così, si svolgeva transumando come una processione di disco in disco fino all'alba, alimentata da ingresso gratuito ovunque e bevande a prezzi stracciati. La prima sera avevamo seguito il preciso rituale bevi-balla-ribevi-riballa-tribevi-balla sul tavolo-caduta-vomito-nanna-sveglia al pomeriggio-cefalea-ematoma gluteo (la caduta, ricordate?). Alla seconda sera,  mentre si bighellonava in viuzze buie per tenerci altezzosamente a margine del casino, finimmo davanti ad un locale squallidino, niente insegne, niente decori, due clienti, solo uno stereo stile ghettoblaster giamaicano appeso al soffitto. Da cui, però, si diffondeva "Dirty Old Town", suonata dai Pogues.

Nel nostro infinito ateismo lo prendemmo per un segno del destino, e anche se assomigliava più all'antro di Polifemo (eravamo in Grecia e studentelli del classico) che ad un locale per giovanotti, entrammo, per scoprire che 
a) gli unici altri due clienti erano due trans 
b) l'unico nastro che c'era nel radiolone appeso era l'intero album "Rum, sodomy & the lash" - per i non anglofoni lash significa frusta  - quindi nel locale si sentivano ESCLUSIVAMENTE i Pogues
c) non ci sarebbero stati altri avventori nella nottata
d) ad accentuare l'aspetto grandguignolesco il padrone era un nano, che per cambiare il lato della cassetta che suonava doveva salire sul tavolo, operazione che compieva quindi ogni 20 minuti.
Il titolo dell'album poguesiano fu fortunatamente profetico solo per un terzo. Evitammo contatti attivi o passivi così come il BDSM ma ci annegammo nella vodka per alzarci quasi con il sole, dopo una  notte spesa in chiacchiere futili tra di noi. In segno di spregio rivoluzionario contro il casino organizzato, con il beneplacito della nostra omerica timidezza, tornammo tutte le sere a bere nell'infame localaccio, ribattezzato Mr. Pogues.
Ora, a ripensarci, quello che più mi colpisce è il ruolo di conforto offerto dalla musica. Diciamocelo, senza i Pogues non saremmo mai entrati. Gli altri locali erano buissimi e congestionati, potevi anche pisciarti addosso che nessuno se ne sarebbe mai accorto, e la musica non era neppure male. Chez Mr Pogues c'era una sola lampadina che era però sufficiente a descriverne in dettaglio lo squallore e l'ambiguità vagamente sporchiccia.  Eppure il riconoscersi in una musica diffusa forse anche casualmente ci aveva fornito quel quid di familiarità, quell'elemento invitante che non ci aspettavamo. Insomma, se questa gente sentiva i Pogues eravamo a casa, no? Perchè questo è uno dei meriti più alti della musica per noi melomani, la sua universalità ed il processo di identificazione e riconoscimento immediato che comporta. Puoi portartela dietro, per sentire pezzi musicali che sono anche pezzi di casa tua, e questo è stato il successo di walkman  ed ipod. Ma  è ancora più potente quando te la trovi lì, suonata da qualcun altro, come se un pezzo del tuo salotto si fosse materializzato dove sei per acccoglierti  e coccolarti. Mi è capitato altre volte di trovare conforto in situazione di disagio o spaesamento, o solitudine  (o tutti e tre, why not?). Ricordo un Adagio di Albinoni suonato da un violinista sulla Terrazza del Chateau Frontenac a Quebec City, "Red, red wine" - curiosamente uno dei must struscerecci di Ios - in una squallida discoteca nel Sinai, una poliziotta di frontiera di Newark che si complimenta per l'ascolto di "Garageland". Parafrasando una vecchia ed orrenda pubblicità, dove c'è musica c'è casa, o almeno ce n'è una buona parte

domenica 24 aprile 2011

Little America - Marah, The National, Great Lake Swimmers, Bonnie Prince Billy

Probabilmente questo post mi costerà qualche amicizia e qulache fondata accusa di superficialità. Molti compari melomani dedicherebbero, o meglio, hanno dedicato a questi albums taniche di inchiostro. Io mi beo della mia anglofilia e della diffidenza distaccata dal rock ordinariamente 'mericano, e quindi tendo a liquidarlo in poche parole. Volendo emendare le mie lacune nel settore ho scaric.., oops, raccolto alcuni albums di recente uscita made in USA. Confesso, li ascolto e  riascolto con piacere, come fosse una passeggiatina in un quartiere gradevole, ma, con tutte le migliori intenzioni, non riesco ad appassionarmi o a gridare al capolavoro. Alcuni poi, anatema! li confondo pure un po', sembrandomi assai simili e poco distintivi. Cominciamo il giretto dai minimali e vagamente depressivi Great Lake Swimmers (The Legion Sessions EP), che con vocine un po' lagnosette, countryeggiano lungo i sentieri di un milioncino di altri prima di loro (dai Cowboy Junkies in poi, ma si vede, ad esempio in She comes to me in dreams che hanno anche sentito a lungo i maestri REM), ma lo fanno con gusto e garbo. Scrivono belle canzoni, ma manca il pezzo che si stacca dagli altri. Più grinta, più esperienza e ottime frequentazioni (zio Steve Earle) hanno i Marah: pimpanti quanto basta, con un orecchio inequivocabilmente sixties - c'è pure un pizzico di Simon & Garfunkel nella loro With the spirit sagging - sfoggiano un altro bel disco, pieno e croccante, con belle composizioni ed un titolo meravigliosamente ironico, Life is a problem, la vita è un problema. E' un po' vero, ragazzi. Forse il più allegro del lotto.
I The National (High Violet) invece offrono qualche minima contaminazione con materiale non strettamente C&W, c'è qualche timidissimo elemento di elettronica e una voce che ha orecchiato la new wave e Nick Cave. Alcuni brani sono notevoli (The Sorrow è meravigliosa) ma come i precedenti non riescono a tenere viva la (mia) attenzione per tutto l'album, anche qui per una discreta monotonia, soprattutto di mood, che percorre tutto l'album. Ultima panchina della passeggiata oltreoceano è la compilation di Bonnie Prince Billy. Al di là del nom de plume ridicolo (qualcosa tipo "il bel principe Guglielmino"), Mr. Will Oldham produce ottima musica con perizia artigianale. Anche qui, radici solidamente ancorate nel Midwest, produzione minimale, voce roca e un discreto bisogno di antidepressivi. Va bene essere melancolici, ma un minimo.... Da una conversazione col mio amico Daniele (una delle voci mancanti all'album bianco) apprendo che conoscenti suoi si sono accapigliati sul valore dei The National. A me non sembra possibile, ma io sono anglofilo.

sabato 2 aprile 2011

Femmouzes-T - Tripopular. Ok, un po' di nicchia, ma...

Mr. Gotti, antico amico dei bei tempi , è solito canzonarci amabilmente (leggi: ci piglia per il culo) per i nostri gusti a suo dire un po' di nicchia. Noi abitualmente non raccogliamo la provocazione, riconoscendo che siamo sì antisociali, ma non così originali di gusti.  Ma mentre mi accingo a celebrare un autentico peana per le ormai disciolte Femmouzes-T, temo che il Gotti un po' abbia ragione. Dunque le Femmouzes-T: prendete una fisarmonicista brasiliana e una percussionista francese (ma a buon senso, non dovrebbe essere il contrario?) dichiaratamente lesbiche, unitele nella vita e nella musica, aggiungete un batterista ed un chitarrista e fatele suonare musica francese ed un po' di samba con testi omofili e femministi. Interessante, ma inevitabilmente di nicchia, no? Invece l'album è godibilissimo anche se introvabile, con un sacco di citazioni dotte e un bel po' di buona musica. C'è un po' di Brassens (La femme du soldat inconnu), un po' di Gaber (Chui normal), c'è un che di anarchico nel cantico d'amore per le sigarette (T'es dans ma tête et sous ma peau, con un testo che molti vorrebbero sentirsi dire da una donna...) e un bel po' di Brasile sparso qua e là. C'è l'invettiva anti-omofoba di Homomachine. C'è lo ska acustico (si potrà dire?) di L'estaca, cover di Luis Llach. E soprattutto c'è il merviglioso inno di "On parle de parité", che solo la scarsa distribuzione non ha reso un vessillo della protesta femminista. 


Insomma ci sonto tante belle influenze in un disco che non so nemmeno in che lustro sia uscito, credo attorno al 2005, che ho trovato per vie traverse su ebay. Ripensandoci, è vero, ascolto musica di nicchia e spesso me ne compiaccio, e va proprio bene così.

venerdì 1 aprile 2011

Erland and the Carnival - Nightingale

Come passa il tempo... sembra ieri che Marc's segnalava qui l'album d'esordio di questo trio inglese.
E già è arrivato il momento di parlare del loro nuovo album.
Ah, tempus fugit...

No, scherzi a parte, questi qua sono piuttosto prolifici e in poco più di un anno hanno pubblicato due album, il secondo dei quali, questo Nightingale uscito da pochissimo.
E siamo di nuovo là: folk, pop, rock, un po' di revival ("questa mi ricorda..."), qualche azzardo innovatore, ma soprattutto tanta voglia di accattivare e di sorprendere allo stesso tempo. Per cui, oltre la melodia gradevole e canticchiabile ci si trova spiazzati da un improvviso o sottile cambio di registro, dove già pensavi di prevedere come andasse a finire ti ritrovi piacevolmente ad inseguire nuove direzioni.

Continuate così, boys, un'altra bella segnalazione il prossimo anno non ve la leva nessuno.

domenica 27 marzo 2011

1000 Record Covers - Feticismo impagabile




La Taschen Edizioni (santa subito!) ha già reso felici pareccho fotomani pubblicando a prezzi abbordabili volumi fotografici importanti e curatissimi. Per il suo 25° compleanno (auguri devoti) ha pubblicato a prezzo minimale (9.99€) parecchi volumi in paperback, tra cui questo con 1000 copertine di dischi. Per noi vecchietti, che ricordiamo le copertine che si aprivano a libro o i messaggi scritti nel tondo centrale del vinile, un vero tesoro di ricordi feticisti. Non sono i 1000 dischi più belli del mondo, nè i 1000 che dovreste avere a tutti i costi o i 1000 che salvereste dall'Apocalisse. Sono 1000 copertine bellissime, che raccontano la storia del pop. Se non vi interessa, c'è anche il libro con 1000 cani, 1000 tette, 1000 non mi ricordo che altro (pop, tette e cani sono cose che mi piacciono). Sempre Taschen, beninteso

lunedì 21 marzo 2011

Varie segnalazioni

Periodo intenso che leva tempo alla scrittura sul blog. Intenso anche di ascolti, però, per cui mi spiacerebbe non accennare a certe cose notevoli che mi sono capitate tra le orecchie ultimamente.
Cristina Donà ha pubblicato un disco davvero molto bello. Canzoni gradevolissime con qualche spunto jazz e tanta classe canora. Arrangiato davvero benissimo da chi non ti aspetti (Saverio Lanza, già al fianco di gente tipo Piero Pelù e Vasco Rossi) è uno di quei rari dischi capaci di mettermi addosso una bellissima allegria. E più che in altri casi, questa volta si tiene costantemente a livelli molto alti.
Anche Caparezza ha fatto un bel disco. Altro genere, altro approccio. Mescola i suoi calembour linguistici a una vena di amara contemplazione dello stato attuale del nostro paesello, ci infila una notevolissima invettiva à la Assalti Frontali (Non siete Stato voi) e per il resto gioca con le rime e suoni anche molto hard (nel senso di rock). Per me paga il prezzo di chiunque sposti troppo il peso sul lato dei testi rispetto alla musica (che comunque è molto buona): dopo averlo ascoltato tre o quattro volte (in realtà piace parecchio ai miei bambini, quindi i miei numeri reali sono molto più alti) il messaggio si è capito. E poi annoia un po’.
Sul fronte anglosassone mi preme segnalare pure Joan as Policewoman. Il suo The Deep Field è uno di quei dischi immensi, senza sbavature. Soul e pop con una spruzzata di rock e funk, gran voce, grande orchestrazione, bellissima musica.
Ci sono poi di nuovo cascato con i Radiohead. Nel senso che quando avevano fatto la loro sparata con In Rainbows (album al prezzo deciso da chi compra, pure aggratis, solo download), io l’avevo preso a scatola chiusa (per 5 euro, per la cronaca). Ora hanno fatto una mossa analoga con The King Of Limbs, solo che il prezzo è fisso (7 euro), poi ancora solo download. E di nuovo ho acquistato a scatola chiusa. E ho fatto bene, credo. Il disco non è un capolavoro (lo dico perché qualcuno dai Radiohead non pretende meno), ma è bello. Non molto semplice senza sbrodolare nell’ostico a tutti i costi, molta elettronica. Per conto mio meglio del precedente, un piccolo ritorno verso i fasti di Kid-A/Amnesiac, anche se non hanno avuto il cattivo gusto del revival.

A presto.

giovedì 17 marzo 2011

Culicchi e Littizzette - Maurizio Blatto, L'ultimo disco dei Mohicani

Maurizio Blatto deve essere proprio un tipo simpatico. Lo avevamo già desunto dalle gustosissime pillole del suo spassosissimo blog (da non perdere, qui) e ce lo conferma l'approccio alla scrittura in questo suo primo libro. L'argomento, camuffato dietro al titolo scherzoso, è la schiera dei melomani, ossia la popolazione che sotto vesti normali, cela una feroce e deviata compulsione all'acquisto, collezione e/o ascolto di musica, preferibilmente in vinile e su impianti che costano cinque stipendi. Attenzione, ci avvisa Blatto, costoro sono fra noi sotto le più mentite spoglie di onesti professionisti e padri lavoratori, e lo fa dalla sua privilegiata torretta di osservazione di venditore di un noto negozio torinese. A metà tra un presepe ed un quadro di Bosch, il bestiario dei musicofili ha i suoi personaggi fissi che declinano le loro esistenze sghembe con il pensiero dominante della musica da collezione. Ed è assolutamente incerto se, come in Bosch, siano mostri o, appunto, innocui pastorelli e lavandaie di Betlemme.
Il libro parte bene, pieno di gags scoppiettanti, descritte con amabile sarcasmo da Blatto, che vedono protagoniste figure umane che, diciamocelo, potremmo benissimo essere noi. Esaurito però  il processo dell'identificazione, il libro comincia ad ingolfarsi, la lettura si fà affaticata e i quadretti si fanno progressivamente ripetitivi  fino a rendersi indistinti. Ed è un peccato, perchè alcuni spunti sono veramente notevoli. 
Da eterno acquirente di dischi e da overquarantenne sabaudo imputo l'impasse a due fattori: il primo, e meno grave, è che nella focalizzazione di Blatto l'empatia che prova per i nevrotici clienti sia un pochettino spuria, e si sente netta la distanza tra il dotto entomologo e l'insettino sotto la lente d'ingrandimento. L'altro fattore, che crediamo sia la malattia esiziale del libro, è che va a cadere oltre la raccolta di aneddoti - si fosse fermato lì  sarebbe stato garbatissimo, al limite un po' ripetitivo - per, interpretiamo noi e magari sbagliamo, una recondita pretesa di essere un affresco della torinesità deviata. Questa è purtroppo una sindrome grave che affligge quasi tutto il panorama degli scribi subalpini. Orfani della premiata ditta Fruttero&Lucentini, tutti  i culicchi e le littizzette e i gambarotti e gli ormezzani  - vedasi il provincialissimo inserto Torinosette - finiscono a  frutterolucentinare ad libitum, col risultato di avere una pletora di quadretti leziosi e risaputi di vita minimale torinese. Ma, ahinoi, l'americanista Bonetto era ben altra cosa.
ps: surfa che ti surfa scopriamo solo lodi al libro, di cui si moltiplicano i readings e le presentazioni. Come la nave dei folli (e come il barcarolo di Lando Fiorini, siamo un blog di musica, perdio!) l'albumbianco prosegue controcorrente. Olè!

lunedì 14 febbraio 2011

Parole famose - In un mondo perfetto...

"Il mondo non è perfetto. In un mondo perfetto Mark Chapman avrebbe ucciso Yoko Ono" - Daniele Lttazzi, (la battuta è registrata come di Luttazzi, ma essendo Luttazzi, non si sa mai...)

venerdì 4 febbraio 2011

Captain Beefheart

È chiaramente un segno dell'inesorabile scorrere del tempo, e tanto varrebbe farci l’abitudine, perché ci sono ben pochi rimedi a riguardo. Però è una cosa che ogni volta che ci penso mi mette addosso un po’ di tristezza.
Man mano che il tempo passa sono sempre più frequenti le scomparse di persone che in varie misure hanno contato qualcosa nella mia vita. E questo blog ne è una prova, anche solo nell’ambito musicale. Li ho contati un po’ alla veloce, ma in poco più di un anno sono 8 i post ad memoriam, uno stillicidio.
E ora è toccato a sua maestà Don Van Vliet, also known as Captain Beefheart.
In realtà è morto un mese e mezzo fa (il 17 dicembre scorso), ma essendo un pelino meno celebre di Michael Jackson, la notizia ha avuto un po’ meno risonanza, e io me l’ero persa.
L’ho scoperto ieri, ed è stata un’altra botta di tristezza.
Lo conoscevo non da moltissimo tempo, da quando ho scoperto che gente come John Peel, Lester Bangs o il nostro Piero Scaruffi lo consideravano autore del più grande disco rock di tutti i tempi: Trout Mask Replica.
Era un periodo in cui cercavo di recuperare la conoscenza sulla musica pre-1980, di colmare lacune che ho poi scoperto essere vere voragini, per cui scoprire che uno di cui manco avevo mai sentito il nome era tributato essere l’autore del Capolavoro Assoluto, non poté che lanciarmi all’acquisto immediato e spasmodico di quell’album.
Credo quindi di avere fatto come tutti: ho acceso il lettore CD e mi sono chiesto cosa cazzo stesse succedendo. Musica fuori fase, scoordinata, fuori tempo, ognuno per i cavoli suoi, quella voce magnetica ma assurda. E questo sarebbe Il-Capolavoro?
Capii solo più tardi di avere tentato un balzo troppo lungo. Ero passato, tanto per fare paragoni, da Calvino a Joyce, da Spielberg a Buñuel, da Caravaggio a Pollok. Avevo piantato una nasata, nulla di cui stupirsi.
Comunque del personaggio Captain Beefheart ho cercato informazioni, critiche, analisi, ho ascoltato gli altri suoi dischi, ho cercato di capirlo arrivando a capire che non c’è da capire. Come spesso succede nell’Arte.
E alla fine mi ci sono affezionato. Come ci si può affezionare ad un tizio burbero e scontroso che però è capace di guardare e vedere cose che tu non sai neanche immaginare.
E poi fece quello che ogni artista degno di questo nome dovrebbe fare invece che sputtanarsi: si ritirò.
O meglio: ci provò ancora per più di 10 anni a fare il musicista, a incidere album che venivano alternativamente stroncati o osannati (ma con quella zavorra di precedente là, vorrei vedere chiunque a reggere il paragone), ma che comunque si rivelavano invariabilmente un disastro commerciale.
E quindi si dedicò alla pittura. Ed ebbe successo, veramente.
Cioè, prendete una star bollita a caso, uno Sting, un David Gilmour e lasciatelo dedicarsi alla pittura. Quante sono le probabilità che venga preso a calci in culo dalla critica unanime? Altissime secondo me.
Be, lui, tornato a chiamarsi Don Van Vliet, no. Ha avuto successo. Ha esposto al MoMa. I suoi quadri costavano un botto quand’era vivo, figuratevi ora.
E non so perché, ma questo successo me lo rendeva ulteriormente simpatico. Un artista vero, di quelli che se gli dai uno strumento espressivo qualsiasi, con quello ci fanno Arte, con la maiuscola.
La sua musica oramai era cristallizzata nel passato, non ne avrebbe fatta più di nuova. Ma mi spiace lo stesso davvero che se ne sia andato. Aggiunge un altro briciolo di tristezza al tempo che passa.
Ciao Capitano.

Qui sotto è ritratto assieme al suo amico-nemico Frank Zappa.
Signori di Hollywood: se mai decideste di fare un film sul Capitano, e sarebbe proprio il caso, Benicio Del Toro è perfetto per la parte.
Poi non dite che non ve l'avevo detto.

mercoledì 2 febbraio 2011

Anna Calvi - s/t

Credo che sia una questione di sovrabbondanza e anche un po’ di preventiva diffidenza, ma io nella musica più recente, faccio fatica ad avvertire il pulsare del cuore. Intendiamoci, non sono assolutamente uno di quelli che “ah, dopo il 1979 in campo musicale si è prodotta solo merda, il rock è morto e sepolto da allora”, anzi, adoro il presente e cerco per quanto possibile di tenermi un po’ aggiornato.
Però quando ascolto un disco recente, soprattutto le prime volte, è molto raro che riesca a riconoscergli un’anima lampante, un segno tangibile che quelle note e quei suoni sono stati prodotti con il cuore e non solo con la testa (cosa di per sé tutt’altro che disprezzabile, almeno in confronto alla terza alternativa: il portafogli).
Credo che 50 anni di rock abbiano ormai esplorato talmente tante direzioni da porre chi fa musica di fronte ad un dilemma ormai imprescindibile: o far tesoro delle creazioni altrui, e così diventare derivativo, scopiazzatore, già sentito eccetera, o cercare ulteriori nuove strade con il rischio di apparire autore di originalità fine a se stessa.
Così troppe volte ascoltando un disco recente mi ritrovo ad oscillare tra questi due poli senza riuscire ad appassionarmi (nel senso etimologico del termine) veramente e riponendolo poi dopo l’ascolto costretto a ripromettermi di tornarci su per un ascolto più sedimentato.
A volte però no. Il disco mi colpisce immediatamente, si lascia amare da subito, senza tentennamenti.
E questo è il caso di questo esordio omonimo dell’inglese Anna Calvi.
10 tracce di musica sanguinante, altro che col cuore.
Sarà che suona la chitarra in maniera egregia, lasciandole addosso quella patina sporca e cattiva che solo dalle chitarre nude e senza troppi effetti leccati si riesce a tirare fuori.
Sarà che il suo modo di cantare, profondo e caldo, è coinvolgente come pochi, e che evoca solo riferimenti illustri (PJ Harvey e Siouxsie su tutti).
Sarà che i brani non hanno paura di debordare nei meandri cupi ma fertili di un certo rock funereo (Nick Cave & The Bad Seeds dei primordi, Scott Walker,…)
Sarà dunque che la ragazza del rischio di essere accusata di derivativismo (si dice così l’essere derivativi?) se ne fotte bellamente, e che usa il già sentito come sponda a cui appoggiarsi prima di balzare da sola.
Sarà, sarà, sarà… ma questo disco è bellissimo e se anche ne sentite parlare un po’ troppo in giro, come capita con quei troppe volte effimeri prodotti che tanto puzzano di hype, per una volta scrollatevi di dosso quell’aria diffidente, e dategli una bella chance.
Per me questo è uno di quei dischi che durano.

domenica 30 gennaio 2011

Se brucia anche l'Egitto... - Georges Moustaki, "En Mediterranée".

In questi giorni in cui il Mediterraneo torna ad essere inquieto ci è sembrata più che mai attuale questa canzone di Georges Moustaki (quello di "Lo straniero" per intenderci). I paesi che bruciano sono altri, i problemi rimangono gli stessi, gli olivi continuano a morire.

Dans ce bassin où jouent
Des enfants aux yeux noirs,
Il y a trois continents
Et des siècles d'histoire,
Des prophètes des dieux,
Le Messie en personne.
Il y a un bel été
Qui ne craint pas l'automne,
En Méditerranée.

Il y a l'odeur du sang
Qui flotte sur ses rives
Et des pays meurtris
Comme autant de plaies vives,
Des îles barbelées,
Des murs qui emprisonnent.
Il y a un bel été
Qui ne craint pas l'automne,
En Méditerranée.

Il y a des oliviers
Qui meurent sous les bombes
Là où est apparue
La première colombe,
Des peuples oubliés
Que la guerre moissonne.
Il y a un bel été
Qui ne craint pas l'automne,
En Méditerranée.

Dans ce bassin, je jouais
Lorsque j'étais enfant.
J'avais les pieds dans l'eau.
Je respirais le vent.
Mes compagnons de jeux
Sont devenus des hommes,
Les frères de ceux-là
Que le monde abandonne,
En Méditerranée.

Le ciel est endeuillé,
Par-dessus l'Acropole
Et liberté ne se dit plus
En espagnol.
On peut toujours rêver,
D'Athènes et Barcelone.
Il reste un bel été
Qui ne craint pas l'automne,
En Méditerranée.

Versi prima di coricarsi - "Wagner at the Opera", Chumbawamba

In ritardo sul Giorno della Memoria e dopo la visione di Ausmerzen di Marco Paolini, contro il delitto dell'oblio, dell'infdifferenza e dell'amnesia volontaria.

"A rattle for remembering
The rattle of the chains
A rattle for remembering
The rattle of the trains
From Warsaw down the decades
To hell and home again

All because they're playing Wagner at the opera
All because they're playing Wagner at the opera

For everyone we lost
I swing the rattle loud and long
I swing it 'til I drown out
All the music and the songs
This tattoo will last forever
And my memory is long

Here's to no more playing Wagner at the opera
Here's to no more playing Wagner at the opera
Here's to no more playing Wagner at the opera"

giovedì 13 gennaio 2011

Neil Young - Le Noise

Ammetto di conoscere poco Neil Young, e non me ne vanto affatto. Anzi, tra i propositi dell'anno nuovo dovrei inserire la voce "Approfondire la faccenda Neil Young", solo che con quel popò di discografia e l'attenzione che merita, la questione mi intimidisce un po'. Vedremo.
Comunque mi sono procurato questo ultimo suo disco. E mi è piaciuto, e parecchio pure.
In pratica c'è solo lui, voce e chitarra. Per otto canzoni.
Che detto così sembrerebbe l'annuncio di una palla insopportabile, e invece no. Sono bei pezzi, si ascoltano volentieri. Le chitarre sono immancabilmente distorte, con il risultato di riempire molto bene un accompagnamento altrimenti scarno, la voce risente un po' degli anni passati, ma regge bene la prova. In un paio di brani la chitarra imbracciata è quella acustica, e noto che questi sono quelli che mi piacciono di più nell'album. Vorrà dire qualcosa???
Consigliato.

mercoledì 12 gennaio 2011

Mozart e la corsa

Post prolisso che pubblico qui solo perché si parla di musica, ma in realtà il genere musicale che tratta è un terreno che conosco pochissimo. E in fondo parlo più dei fatti miei che di musica.

Per chi non lo sapesse, con una certa regolarità mi diletto nella corsa. Sono un amatore, niente di che, ma mi piace ed è un impegno ormai piuttosto prioritario nella mia vita.
La domenica, sempre per chi non lo sapesse, è il giorno tipicamente dedicato al "lungo", cioè a quell'uscita di corsa in cui si fanno tanti km ad un ritmo tranquillo. Si fa il fondo.
E chi si appassiona per la corsa finisce col farlo con quasi ogni condizione meteorologica a dispetto di buon senso e contro ogni tentazione di starsene al caldo sotto le coperte. Già, perché per chi tiene famiglia poi, è consuetudine partire la mattina presto, quando tutti i famigliari ancora dormono, perché comunque la corsa è solo un hobby ed è meglio che non sottragga troppo tempo e serenità alla vita domestica.
Per cui: avete presente quegli scentrati che vedete correre per strada la mattina presto o la sera, con la nebbia o la pioggia, quelli che vi fanno esclamare frasi tipo "ma chi glielo fa fare?" o "questo è matto"? Ebbene, io sono uno di quelli.
Veniamo al punto. Per alcuni motivi di cui dirò più avanti, solo da poco tempo ho iniziato a farmi le mie uscite domenicali con le cuffiette del lettore mp3 nelle orecchie. Come dicevo, in queste occasioni l'impegno è abbastanza blando, per quanto prolungato, per cui la compagnia di un po' di musica è l'ideale.
L'unico problema è che mentre uno corre non riesce smanettare agevolmente sul player, quindi è cosa buona e giusta impostare fin da prima della partenza una lista di brani che possa andare avanti da sola senza dovere ogni volta intervenire per cercare il pezzo giusto.
Io per attitudine personale e odio per le compilation, opto per album completi. Scelgo, imposto il brano 1 e parto, ascoltandolo dall'inizio alla fine.
Sabato sera titubavo nella scelta di cosa ascoltare il giorno dopo, quando, scorrendo i titoli nel mio lettore, ho scovato il Requiem di Mozart.
Ora altra digressione: io di musica classica non ne so un tubo. O quasi.
Non l'ascolto praticamente mai, se lo faccio mi distraggo in fretta e il mio gusto è molto elementare. Però il Requiem di Mozart rientra nelle mie poche conoscenze ed è tra le poche cose che so di apprezzare, così alla fine la scelta è caduta su questo.

Domenica mattina, dalle mie parti era una giornata orribile. Nebbia, pioviggine, termometro incollato tra i 3 e i 4 gradi. Assicuro chiunque che, nonostante la passione, in queste occasioni la voglia di andare a correre è davvero piuttosto bassa. Per farlo è necessario fare appello a qualche programma di allenamento, a qualche obiettivo che ci si è posti o ai rimorsi di coscienza che sappiamo che ci tormenteranno per tutto il giorno se decidiamo di non uscire.
E allora sono andato. Primi passi e la soddisfazione di essere uscito mi scalda subito il cuore, poi accendo il lettore.
Parte l'Introitus.
Meraviglia. Incanto. Delizia. Tutto ciò che vedo, la nebbia, i prati fradici, gli alberi spogli, le strade deserte, il vapore del mio fiato, i merli che cercano cibo, tutto diventa poesia. Un effetto difficile da descrivere, ma coinvolgente in maniera profondissima, totale. La musica di Mozart mi è entrata in corpo come non aveva fatto nessun'altra fino ad ora, roba da perdere la concentrazione e farsi investire da qualche rarissima auto.

L'argomento musica-per-lo-sport è un tema piuttosto diffuso: qualsiasi rivista specialistica sulla corsa[1] ne ha trattato l'argomento con qualche articolo. Qualcuna ha anche una rubrica fissa in cui vengono proposte delle playlists con brani adatti ai lunghi, al fondo medio, al fondo veloce… ognuno analizzato secondo i bpm che meglio si adattano al tipo di corsa che si sta facendo.
Va da se che Mozart difficilmente compare in queste liste.
Infatti, come dicevo, il fulcro delle playlists finalizzate alla corsa è il bpm ed il suo fine ultimo è quello di dare all'atleta la giusta carica[2] e magari anche la cadenza per il passo. Nella musica di Mozart il ritmo c'è, ci mancherebbe, ma non essendo cadenzato da sonori tunz, rimane meno efficace di Lady Gaga, per dire.
Per tornare al sottoscritto, il mio ascolto di musica durante la corsa è invece confinato tra due requisiti fondamentali: quel che ascolto deve piacermi e poi non deve essere troppo ritmato
Il primo requisito sembrerà banale, ma lo è meno di quel che sembra. Ho sentito con le mie orecchie (e con un brivido di raccapriccio) delle persone dire che della musica che sentono in cuffia non gli frega nulla, l'importante è che gli faccia compagnia o che gli dia il tempo.
Il secondo requisito, per quanto apparentemente paradossale, discende dal primo. Mi rendo conto che troppa della musica che ascolto ha un ritmo che niente ha a che fare con la corsa. Troppo irregolare o troppo lento o troppo complicato. Fatto sta che quando mi sono piazzato musica ritmata nelle orecchie, questa mi dava più fastidio che piacere. Una stanchezza mentale che unita a quella fisica provoca una sensazione davvero sgradevole. Il fatto è che, a differenza dei tizi citati nel primo punto, io la musica se la sento la ascolto eccome, magari non con la dovuta attenzione, soprattutto se ho i polmoni che scoppiano, ma la ascolto.
Ero arrivato fino ad abbandonare del tutto l'uso della musica nelle mie uscite. Niente di male, sono in buona compagnia. Poi ho deciso di trascurare del tutto l'aspetto ritmico orientandomi anzi verso sonorità più blande, più da accompagnamento insomma.
E allora veniamo a Mozart: ripeto, i miei gusti in fatto di musica classica sono molto elementari, per cui penso che mi piacciano le cose più accattivanti, ma penso di potere dire con buona tranquillità che il Requiem è un'opera meravigliosa, fruibilissima anche dai non intenditori.
Ha colori di ogni gradazione, passaggi così coinvolgenti da metterti i brividi (Introitus, Lacrimosa, Hostias, Agnus dei, davvero: non sapevo se fossero i brividi per il freddo o per l'emozione. Di solito però quando corro il freddo non lo sento), altri tanto trascinanti (Kyrie, Dies Irae, Rex tremendae, Confutatis, Domine Jesu) da avermi fatto esagerare con il ritmo e correre troppo forte rispetto al previsto.
Altri momenti sono per me meno coinvolgenti (Tuba Mirum, Recordare, non me ne vogliano gli i ntenditori), ma dato che ero lì per correre, non mi dispiaceva ogni tanto concentrarmi sull'attività fisica e ignorare un po' la musica.
Poi quando la faccenda si è fatta davvero seria (l'uscita prevedeva una "salitella" da paura), ho staccato il lettore, quando devo concentrarmi per spremere ogni briciolo di energia non tollero distrazioni, per quanto belle.
Arrivato in cima alla salita mi attendeva solo un po' di strada in discesa prima di rientrare a casa, la nebbia si era diradata, la fatica era alle spalle, la doccia+colazione mi aspettava a pochi minuti di distanza. Ho riacceso il player, il Lux Aeterna mi ha regalato ancora dei momenti meravigliosi. Nonostante fossi arrivato, e la voglia di rientrare fosse tanta, ho lasciato che terminasse prima di spegnerlo.


[1]Solo in Italia di riviste dedicate al running serie e con un po' di storia alle spalle ce n'è almeno due . Uno si chiede "ma che ci sarà poi da scrivere una rivista tutti i mesi su un'attività elementare come la corsa?".
Infatti. Il problema di queste riviste è la ripetitività. Danno l'impressione di essere come le riviste sulla gravidanza che hanno un pubblico ben definito, ma per forza di cose poco fidelizzato, per cui finiscono con rimasticare gli stessi argomenti un sacco di volte. C'è comunque chi li compra tutti i mesi (anche perché sto un po' esagerando, andando a spaccare il capello in quattro di argomenti diversi se ne trovano sempre) e pure chi compra entrambe le riviste.
[2]Non sono stupidaggini, basti pensare che per esempio alla celeberrima New York Marathon, ma pure in altre gare, l'uso degli auricolari è proibito, viene considerato doping.
Se ti beccano ascoltare la più abusata delle canzoni energizzanti, cioè Eye of the tiger, ti squalificano a vita. Ti sparano pure in una caviglia. Tiè.

venerdì 7 gennaio 2011

Mick

Mick Karn è stato il bassista dei Japan quando i Japan mi piacevano da pazzi ed era un grandioso bassista quando io il basso imparavo a suonarlo. Se conoscete i Japan sapete bene cosa intendo per "grandioso bassista".
Un innamoramento, quindi.
Personaggio eccentrico come si conviene in certi ambienti, negli anni '80 era famoso il suo look senza sopracciglia (avete mai pensato a quanto siano fondamentali le sopracciglia nella fisionomia di un volto?), ma più di tutto era il modo di suonare, il suono del suo basso freetless effettato, la tecnica eccellente, il gusto per le costruzioni melodiche inusuali.

La sua malattia era nota. Era stata aperta anche una sottoscrizione di fondi e organizzati concerti per aiutarlo nelle cure, ma purtroppo certe malattie non perdonano e il 4 gennaio è morto a casa sua.
Io l'ho scoperto solo oggi e la notizia mi ha riempito di tristezza.
Ciao Mick, e grazie.

The Organ - Grab That Gun

Una meteora. Un solo disco, un tour e poi lo scioglimento.
Però è un disco che vale la pena ascoltare, soprattutto se si hanno sufficienti anni sulla groppa da emozionarsi nel sentire sonorità e stili che richiamano in modo quasi filologico una certa new-wave anni '80, Cure, Joy Division, The Smiths, Sound…
Quanto di più derivativo possa esserci, dunque, ma gustosissimo. Il gruppo è (era) composto solo da ragazze e questo ingrediente contribuisce a dare un'aria di freschezza a melodie peraltro piuttosto accattivanti. Rispetto a quei modelli là, infatti, le atmosfere sono molto meno cupe, si sta più in zona pop e la voce femminile contribuisce a dare luminosità e colore.
È un disco del 2006, l'avevo ascoltato parecchio quando l'avevo comprato, poi era rimasto lì in cd-teca per anni, assieme ad altri dischi che dovrei tirare fuori più spesso. Qualche giorno fa poi è stato estratto per fare colonna sonora ad una domenica mattina e ho scoperto che, pur rimanendo un disco senta elevatissime pretese, mantiene sempre la sua carica di trascinante piacevolezza. E mentre mi facevo la barba ne seguivo il ritmo col piedino, e durante i lavori domestici domenicali ne ballavo su qualche passaggio, e per un paio di giorni a seguire ne ho canticchiato ossessivamente alcuni ritornelli.
Senza pretese, ma ogni tanto ci vuole qualche disco che abbia questi effetti.

giovedì 6 gennaio 2011

Avey Tare - Down there

C'è addirittura chi, recensendo questo disco, si è trovato a definire gli Animal Collective "uno splendido bluff" suggerendo di sciogliere al più presto il sodalizio. Sì, perché Avey Tare degli Animal Collective è membro fondatore e, secondo quel recensore, da quel meraviglioso collettivo di genialoidi le cose migliori sono uscite proprio durante le fughe solistiche dei componenti (Panda Bear con il Person Pitch di qualche anno fa).
Non lo so, faccio fatica a classificare come bluff album meravigliosi come Feels e Merriweather…, però ammetto che qualche volta l'esuberante genialità del collettivo trova un respiro più disteso nei lavori singoli. Come se gli strati che vengono a depositarsi, intervento dopo intervento, sulla struttura delle canzoni degli AC, alla fine fossero un po' troppi, ma appena appena, così poco fuori dall'ottimo da rendersene conto solo confrontandolo con cose ancora migliori.
Ed eccolo qui.
Avey Tare è la penna più prolifica del collettivo e in questo disco si sente, eccome. Atmosfere e sonorità sono quelle là, e la ricetta non è diversissima da quella dei loro migliori piatti: melodia pop sepolta sotto soffici strati sonori, orpelli e intarsi, che ogni tanto torna a galla, ogni tanto affonda mollemente, cori a profusione, andamento sonnacchioso e onirico, l'anticamera della psichedelia, in pratica. Ingrediente anomalo rispetto ai lavori collettivi è un uso più esplicito dell'elettronica.
E tutto molto bello, coeso e coerente. Un po' più cupo del solito, in certi brani, ma molto molto bello.

A chi gli Animal Collective fanno cascare le palle (ce ne sono, eccome), lo sconsiglio vivamente. È sempre "quella roba là che manco sembra musica, dai cazzo vuoi mettere i Beatles?". Già, i Beatles. Ne approfitto per sostenere che loro, nel 1970, secondo me stavano puntando proprio in questa direzione.
Per chi non li conosce… non saprei. È un bel salto in effetti. Forse non inizierei proprio di qua, ché di appigli non ce n'è tanti.
A chi invece piacciono, se lo procuri, ne vale la pena, dairettaammè.

Brano da ascoltare se ne vuoi ascoltare solo uno: Heather In The Hospital

lunedì 27 dicembre 2010

E' morta Teena Marie

Se ne è andata Teena Marie, e chi ne sa di black music è triste assai.  L'album bianco, per paradosso cromatico, ama il nero anche senza conoscerlo tanto ed infatti siamo un po' dispiaciuti. Non era la nuova Billie Holiday o l'erede di Diana Ross, ma aveva una peculiarità dalla sua: era bianca. Quasi una Michael Jackson al contrario,  Maria qualchecosa Brockert in arte Teena Marie era, parafrasando la battuta di "The Commitments" ("Gli irlandesi sono i più negri d'Europa. I dublinesi sono i più negri d'Irlanda. E noi di periferia siamo i più negri di Dublino. Quindi ripetete con me ad alta voce: sono un negro e me ne vanto"), la più nera dei bianchi. Black music nel sangue ed anche in famiglia, avendo convissuto con Rick James. Cominciò ovviamente col soul, vedi
per poi approdare ai funkeggiamenti eighties stile
ed infine approdare all'hiphop ed al campionamento semiselvaggio, parabola non così anomala.
Non amo la sua musica, ma una bianca che voleva essere nera (e che ha inciso per la Motown) mi era simpatica assai.

venerdì 24 dicembre 2010

Diversamente Natale... versioni alternative per la gioia di tutti (NSFW, non fate leggere i più piccini!)

Che pessima idea una compilation di Natale. Il mondo è pieno di versioni rock-metal-reggae di Jingle Bells, astrodelciel, dell'Adeste fidelis e dell'ora dell'addio e ci sono carrettate di pacchianerie sdolcinate (provate questa o questa e poi vi perforerete i timpani) e do they know it's christmas e via dicendo. Ma sfrucugliando nella memoria e nel web si trovano ancora alcune gustose chicche che danno un sapore diverso alla permanenza sotto l'alberello. Abbiamo come sempre scelto le Top Five, secondo il gusto di questo preciso istante, con una di riserva. Di White Christmas suonata dai Stiff Little Fingers già parlammo un anno fa, quindi la glissiamo.


XTC, "Thanks for Christmas"


La canzone di Natale. Veramente natalizia e veramente canzone, secondo la struttura beatlesiana per cui si comincia con il ritornello e poi viene la strofa (stile She loves you, per intenderci). Sconosciutissima, gli XTC la pubblicarono sotto il nome di Three Wise Men (i tre re magi). Una gioia.


The Wetspots, "Fist me this Christmas"

Portate via i bambini. I Wetspots propongono un Natale anticonsumista ma non per questo meditativo. Ricordarsi il lubrificante ed il Natale sarà gioioso.


The Barenaked Ladies, "Jingle Bells".

La preferita di mio figlio. Una versioncina allegrotta e demenziale della semisconosciuta Jingle Bells, e i BNL non deludono mai.

The Tryfles, "Gloria (In excelsis Deo)

Si può cantare in contemporanea il Gloria classico e la Gloria di Van Morrison? L'immateriale ed il materiale? La sintesi, anche ontologica, è dei Tryfles. Debita precisazione: quel Gloria NON è di Mozart e quella Gloria NON è dei Doors (chiusa polemica).

The Pogues, "Fairytale of New York"

 Una bella storiella natalizia, due sbandati, lui etilista e lei tossica, si amano una notte di Natale per lasciarsi prima di quella di una anno dopo. Meraviglioso video b/n, emozione a quintali.

Antony e Boy George, "Happy Christmas"

E per finire un classico, la stucchevole lennoniana Happy Xmas, stavolta resa da due vocine non male. Curioso sentire Boy George che fa la voce bassa. Scusate il video ma non ho trovato di meglio su iutùb.
E sugli acuti di Antony non ci resta che augurarci/vi un Buon Natale un po' alternativo.

Pink Martini, Joy to the world, 2010 (er disco de natale!!)

A Natale siamo tutti più buoni, è vero, ma spesso già al 23 pomeriggio del Natale ne hai due palle così. Se poi dai un'occhiata ai dischi in uscita prenatalizia, perchè dedicati alla ricorrenza o semplicemente per calcolo di marketing, è verosimile che i testicoli aumentino di dimensioni. Provate a cercare su Gugol o su Iaùu quanti album sono usciti in questi giorni, ricchi fino alla nausea di temi natalizi. Troppi. Ma visto che siamo tutti più buoni qualcuno ho provato a sentirlo lo stesso e questo dei Pink Martini vale i 20 euri cacciati. Dopo Sympathique, meraviglioso, erano ben 3 album che i PM rompevano un po', riproponendo la stessa tiritera: siamo così bravi che vi intratteniamo qualunque cosa facciamo, persino, verità, il Tuca-tuca della Nonna Raffa (sta su Splendor in the grass), e lo facciamo in quattro lingue. Intelligenti, certo, coltissimi, beninteso, raffinatissimi, si sa, tecnicamente validissimi, ovvio. Ma avevano perso alcune venature inquietanti degli esordi ed anche un po' di nerbo. Invece in questo disco totalmente natalizio, pur cantando in giapponese ed arabo, italiano e russo, invertono la rotta ed intrattengono con garbo e gusto, riproponendo brani della tradizione natalizia raccolti in giro per il pianeta. L'Italia compare con una romanza di Verdi (azz, non la conoscevo...vergognavergogna) non particolarmente azzeccata ma la ebraica "Elohai N'tzor" o l'ucraina "Schnedryk"  o il crescendo di "Little Drummer Boy" sono piccole perle. Il finale poi, all'insegna di un meticciato musicale che al George W sarebbe andato di traverso, prevede una Silent Night (italicamente Astro del ciel) e una Auld lang syne (il valzer delle candele, si chiama chez nous, pur non essendo un valzer e non parlando di candele...) con strofe in arabo. Dove le abbiano recuperate non si sa... In breve, il disco natale per certo, se non volete la solita compilation celtica o jazzoira che avete già sentito da quel giorno che la cometa solcò la Palestina...

giovedì 23 dicembre 2010

Parole famose - 2 - Enzo Bearzot

"Se io ascolto I'm coming Virginia, il mio pezzo preferito di Bix Beiderbecke, mi vedo davanti agli occhi una straordinaria squadra di calcio. La batteria dà i tempi di fondo, un po' come il regista che detta le cadenze del gioco, il sax può essere il fantasista, il contrabbasso è il libero, capace di difendere ma anche di offendere, la tromba è il goleador" Enzo Bearzot. Ciao, Vecio

martedì 21 dicembre 2010

Antony and the Johnsons - Swanlights

Solo una nota, ma doverosa.
Stamattina, per vari motivi (non gravi, eh), sono partito di casa incazzato come una scimmia.
Perfino il recitare di Mimì Clementi mi avrebbe dato sui nervi, e questo la dice lunga, dato che è noto quanto io sia un piccolo fan dei Massimo Volume.
Ho ficcato nel lettore il nuovo disco di A&tJ e l'ho lasciato girare continuando a pensare ai cazzi miei. Dopo un po' mi sono accorto che Antony stava gorgogliando i suoi vocalizzi in vibrato, gli ho prestato un minimo di attenzione e mi son detto "Questo no, eh. Hai rotto proprio i coglioni con 'sta voce!" e ho solo immaginato, ma già con una bella soddisfazione, di premere il tasto eject, prendere il cd e scagliarlo a mo' di frisbee fuori dall'auto in corsa, a schiantarsi contro il ruvido muro che sfilava a fianco strada.
Non l'ho fatto, naturalmente, e non ne ho neanche interrotto la riproduzione.
E ho fatto bene, anzi, benissimo.
Antony è un grandissimo che sa usare quella voce insolita in modo magistrale. In quest'album poi lo stile è molto melodico e solare, meno cupo del precedente. Più pop, insomma e il vocalizzo di cui dicevo è solo un intermezzo nel primo brano, anche bello da ascoltare per bene.
In ogni caso alla fine è riuscito a rasserenarmi, a cullarmi beatamente nel viaggio verso il lavoro, a sciogliere quel nodo di incazzatura che avevo nel gozzo.
Poi magari, riascoltato con animo più tranquillo, potrebbe rivelarsi troppo accessibile, ma per il momento va benone, è un disco davvero piacevolissimo.


Non ho ancora finito di ascoltarlo, volevo solo riportare questa prima impressione perché almeno per me è più determinante che una critica a freddo.

lunedì 20 dicembre 2010

Matteo Negrin, Le lacrime di Giulietta, 2010

L'Italia è una repubblica fondata sui cognati, chiosava con amara sagacia Michele Serra, svariati anni fa. Puntava il dito contro il familismo imperante, le cattedre ereditarie, i ministeri e le aziende invase dai famigli del capo di turno, ma anche sull'abitudine del Belpaese di costruire in famiglia partiti, cordate economiche, fabbriche e fabbrichette, raccomandandosi vicendevolmente. Non è difficilissimo tenersi lontani da questo malcostume, a meno che non si possegga un parente veramente di talento. A quel punto si è rosi dal dilemma, è meglio rendere il giusto onore e rischiare di passare per l'ennesimo  maneggione italiota  o elegantemente tacere le virtù di amici e congiunti proprio meritevoli? Intrappolato in questa dolceamara situazione mi sono risolto a pubblicare il video del singolo di Matteo Negrin, come se non fosse il marito di mia sorella o il padre di mia nipote. Perchè? Perchè mi piacciono sia la musica, che mi riporta a quegli strumentali mediterranei di casa Egea stile Enrico Pieranunzi, i Mirabassi e compagnia bella sia il video, un timelapse disegnato in sincro con il brano. Il resto del disco (Glocal sound) non l'ho ancora ascoltato (la famiglia viene sempre in secondo piano..) e non so dirvi come è (siamo gente riservata) ma se volete accattarvelo, online c'è.  Così non dite che faccio pubblicità.

mercoledì 8 dicembre 2010

Sempre in memoria di Fra Giovanni Lennon

LEspresso o Repubblica o qualche altro cospiratore pubblica una saporita antologia di foto tratta dalle Getty Images di musici caschettati dai sixties in poi. Beatles e Getty Images, 2 garanzie al prezzo di una. Vedere a
http://static.repubblica.it/repubblica/gallerie/john-lennon/index.html?ref=HRER3-1.
Poi emozionarsi.

domenica 5 dicembre 2010

30 anni fa, John Lennon...

30 anni fa, a Nuova York, tal Mark Chapman, pazzariello scombinato, sparava al Sir John Lennon, trasfigurandolo per sempre da beneamato maestro musico a supersantone, mega-icona, ultra-guru. Su Rai5 il tutto viene commemorato con un'agiografica colata di miele, contrappuntata dalle ciance di Tony Sheridan (e passi), Edoardo Bennato (nooo...), Renzo Arbore (e bastaaaa!) che padrepiizza il buon Giovannino. Il malnatobennato si lancia pure in una partenopea "uendennait es-cam, endelén is-dàc" che sta agli anni 60 come Giorgio Faletti sta a Tacito. E a noi che abbiamo sentito Billy Shears guidare la banda di cuori solitari, marcettato agli ordini del Sergente Pepper, cercato campi di fragole eterni, a noi residenti occasionali in Penny Lane, non resta che la dimensione privata del ricordo. See you, John, e una maledizizone a tutti quelli che hanno fatto di te un eroe.

martedì 30 novembre 2010

Buon compleanno!

Siamo così intenti a sparare cazzate, a sbrodolare aneddoti e dissennatezze paramusicali, a informare un piccolo mondo delle nostre piccolissime paranoie che non ci siamo accorti che Monsieur le Blog ha compiuto un anno.
E allora

domenica 28 novembre 2010

Zaz - Zaz

Una specie di Jovanotta transalpina, zazzeruta e fricchettona, che gigioneggia con la musique d'oltralpe. Vai di bal musette, fisarmoniche tziganeggianti e melodie jazzatine, con produzione minimale, quasi in presa diretta. La batteria spazzolata e le guitares semiacustiche  reggono brani che occhieggiano a Vian e la  Zaz (vero nome Isabelle)  ci ricama dei melismi che non entrano nella storia . In Francia è diventata un caso, alcuni giornali l'hanno incensata come il futuro incarnato, les inrockuptibles ed altri la stroncano come banalità regnante,  e la sua "Je veux" è stata issata su tutte le radio a vessillo anticonsumista.  Nuova bandiera di una musica che torna all'artigianato o ennesimo equivoco? Probabilmente la verità sta, come spesso, in mezzo: la ragazza è bravina, la voce è così così, la minimalità della produzione sapientemente studiata ed il prodotto finale garbato, ma di genio ce n'è poco. Meno ruspante e schierato delle grandi  Femmouzes T (a proposito, la loro "On parle de parité" è veramente un inno), meno intrigante delle varie Keren Ann o Francoiz Breut, la Zaz sembra un po' la sorella francofona di Amparanoia. Buona lena, ritmo e gusto, una centrocampista dai piedi appena discreti, ma inventiva poca. Per noi quarantenni, sarebbe Tresor o Giresse, non  certo Platini.

sabato 27 novembre 2010

La vecchiaia dei Kinks e il fantasma degli UB40 - Ray Davies "See my friends", Ali Campbell "Great British Songs", 2010)

Per le rockstar e per i calciatori, come spiegava Cicerone nel De Senectute, la gestione del proprio invecchiamento non è certo un problema da poco, specie dopo che hanno vissuto giorni di gloria con folle acclamanti e critici benevolenti. E così, constatare che la vena artistica si è inaridita (o è diventata varicosa), che la cassiera del supermercato non solo non ti chiede l'autografo ma proprio non ti riconosce, che non stai più sulla cresta dell'onda ma su una poltrona coi nipotini, fa proprio male. Sono pochi quelli che portano con orgoglio e saggezza la propria canizie e che hanno fatto della vecchiaia un evoluzione e non un involuzione. I senescenti più saggi diradano le loro produzioni e spesso cesellano artigianato di nicchia, magari collaborano con giovani promettenti e spesso muovono verso uno stile magari più quieto ma affascinante e colto. Esempi? Che so, Peter Hammill, Robyn Hitchcock, Laurie Anderson, lo stesso Knopfler. Altri anzianotti faticano invece a cedere la ribalta e spesso reinventano adunate stile Pavarotti & Friends (& incasso, beninteso) o si lanciano in penose rivisitazione aggiornate della loro produzione passata (venghino siore e siori, rifamo tutto in versione techno!) o cercano di sbancare il botteghino con una confezionata antologia delle grandi canzoni, da loro opportunamente rivisitate.
Due casi recenti. Di Ray Davies, voce, chitarra, songwriter ed anima degli immensi Kinks, abbiamo amato tutto. Quoto nonno Bertoncelli: della cucina di casa Davies avremmo mangiato anche gli avanzi, ed è vero. Anche perché i loro piatti si conservano bene: a distanza di 40 anni il gusto è quasi inalterato e Sunny afternoon è seducente, amara e ironica come nel 1965. Per questo spiace un po' che il Ray abbia sentito la necessità di trovarsi con un orda di "amici", guarda caso uno per brano, per rifare insieme le sue cose più belle, tutte in rigoroso duetto.  Il risultato però è tristarello, nessun brano è orrendo, ma sono tutti costantemente inferiori agli originali, cui la memoria corre inevitabilmente. Beh, no, a ripensarci quello Paloma Faith è proprio orrendo. Al di là della selezione dei brani (manca la già citata Sunny Afternoon, mancano Dandy, Dedicated follower of fashion, ma queste sono preferenze personali) o della selezione degli amici (ognuno ha i suoi, tra quelli di Ray c'è gente degnissima, beninteso, da tal Bruce Springsteen a Lucinda Wiliams a Jackson Brown ad Alex Chilton, ma anche gente che avrei lasciato fuori dalla porta, tipo i Metallica o Jon Bon Jovi) quello che lascia perplessi è che non c'è risposta alla più semplice delle domande: perché? perché rifare con i friends famosi brani che hanno avuto veste migliore, molto migliore? Chi ama i Kinks cosa se ne fa di Victoria cantata dai Mando Diao, peraltro uguale all'originale? o di Lola nasaleggiata  brutalmente da Paloma Faith? e chi non li conosce che idea se ne fa? Sembra tutto un grande tributo all'ego di Mr. Davies che, intendiamoci, sta otto gradini sopra chiunque altro nel pop inglese anni 60, eccezion fatta per 4 liverpudliani, probabilmente però in fase carenziale di riconoscimenti. Sarebbe stato probabilmente meglio che il Ray avesse  preso alcuni (pochi) veri amici, attempati come lui, e dopo la cena ed il whiskino di rito, si fossero messi a registrare su un 4 piste delle versioni casalinghe dei brani, con quel suo vocione caldo e furbetto, un unplugged di coscritti, della prestigiosa leva del '46. Senza fare tardi beninteso, che l'età è quella. L'antologia si chiama See my friends ("guarda i miei amici") ma, se proprio dobbiamo restare nei titoli kinksiani, "Autumn almanac" poteva starci benissimo. Peccato.
E nella foga revivalista si rifà vivo anche Ali Campbell, bianco dalla voce nera e la faccia facciosa degli UB40, quelli di Red red wine, Rat in the kitchen e un altro migliaio di regghettini, alcuni  suadenti superdanzerecci che sono stati colonna sonora a fenomeni di ipersecrezione ormonale, altri poderosi inni libertari (Sing our down song!), tutti comunque godibilissimi.
Mr Campbell aveva già prodotto la sua personale duettata con amici nel 2007 (aveva tirato dentro, con il gusto dell'ossimoro Smokey Robinson e Mick Hucknall e Katie Melua) e allora ritorna con un idea un po' banalotta ma potenzialmente simpatica, cioè cantarci alcune grandi canzoni inglesi (Great British Songs si chiama l'album). Peccato che il non più giovane Campbell sappia solo quella musica là, anni 80-82 ed in questa noiosa chiave ci ripropone Beatles (got to get you into my life, a hard days  night) Stones, Kinks, Hollies, Free. Il tutto però registrato nel 2010, quindi con dovizia di campionatori e ammennicoli elettronici e Sly &Robbie alla consolle. Da psicoanalisi poi che per Campbell non ci siano grandi canzoni britanniche negli anni 80 mentre già così, a me, due o tre titoli verrebbero. Al netto è un pastiglione molto uniforme, con la voce non brutta ma neanche epocale - non è Paul Robeson o Marvin Gaye, e si sente -, che potrebbe essere ballabile ma che sentito a volumi onesti diventa musica da sfondo di supermercato. Riesce facile immaginarsi al settore surgelati a chiedersi, ma di chi è sta versione reggae di Paint it black?  Ci si avvia mestamente alla cassa e se davanti non avete Ali Campbell in persona, nessuno  risponderà. Comunque non chiedete alla cassiera, lei Campbell non lo conosce. 
PS: mentre redigevo questa biliosissima tirata, colto dal dubbio di essere eccessivo nelle mie  osservazioni ho surfato il www alla ricerca di altre, più dotte e più posate recensioni. Con grande gioia scopro che il sito della BBC è più sarcastico di me.

sabato 20 novembre 2010

frasi famose - take 1

Tut lon ch'a sai nen lon ch'a l'è, mi lu ciamu "new wave". Giorgio "Giors" Prigione, richiesto del perchè un disco dei Big Daddy fosse nello scaffale dedicato alla new wave,  attorno al 1985.

giovedì 18 novembre 2010

Klezmatics, Wonder Wheel (2008)

Tra le tante cose che il grande Woody Guthrie ha lasciato dietro di sè c'è anche una corposa raccolta di testi scritti e mai musicati. I suoi eredi, per musicarli, hanno coinvolto una prima volta Billy Bragg ed i Wilco, con ottimi risultati. Correva il 1998 e la combinazione del inglesissimo Bragg e degli americanissimi Wilco  aveva portato ad un album molto intenso, sicuramente di successo (per quel che vuol dire, una nomination ai Grammy), certamente sbilanciato sul versante a stelle e strisce, con gran dovizia di steel guitars, banjo, organi hammond.
Adesso, su impulso di Nora Guthrie, ci riprovano i Klezmatics, con ingredienti, questa volta, completamente diversi. Anche se di americani di passaporto, i Klezmatics provengono da un area culturale abbastanza distante dal country-folk americano e la curiosità su come avrebbero potuto applicare i loro stilemi klezmer e jazz sulle rime baciate dei versi di Guthrie era pari solo alla perplessità sulla riuscita. Ammetto di aver comprato il CD con qualche titubanza, e l'idea di trovarmi con un album di covers di Guthrie in versione klezmer mi atterriva proprio. Ma con una gran mossa i Klezmatics spiazzano tutti e offrono un caleidoscopio melodico che di klezmer ha poco e di jazz niente. Come un'insalatona in cui alla fine tutti i gusti si armonizzano bene i Klezmatics spaziano dalle ninne nanne a Morricone, dalla musica celtica a quella mediorientale transitando per la psichedelia, piazzano vocalizzi estatici e chitarre distorte, ingaggiando un ottima vocalist di formazione celtica (Susan McKeown) ed un chitarrista che più americano non si può (Boo Reiner). Ci vogliono ben 7 brani per arrivare alla primo ed assaggio di klezmer vero, e nel frattempo si è transitati per violini arabeggianti, nebbie scozzesi, trombe mediterranee e fiati tropicali. Difficile identificare un brano preferito, forse l'accorato gospel di "Holy round" o la concitata "Mermaid Avenue" in stile zydeco- calypseggiante, alla fine la cosa più gradita è la sensazione di un meticciato culturale inebriante, di una musica che come un immenso baobab ha così tante radici che non vale più la pena contarle. Ah, e poi ha anche vinto il Grammy.

domenica 14 novembre 2010

Guarda che luna!

Praticamente, dalle mie parti è un evergreen.
Ho tre figli e con ognuno di loro sono dovuto a scendere a inevitabili e comprensibili compromessi per quanto riguarda la musica da ascoltare insieme. Loro tirano per La vecchia fattoria ia-ia-oh, io magari mi orienterei verso uno Stooges d'annata.
Va da sé che che di una mia vittoria in questa diatriba non se ne parla neanche e l'unica alternativa ad una mia completa capitolazione è il compromesso, costituito da brani che non mi dispiacciano ma che possano nel contempo suscitare un loro interesse, ché poi, una volta che la melodia gli è entrata in testa, è fatta, sono capaci di canticchiarti pure i Talking Heads (gli Stooges no, non c'è verso).
Comunque, quel che volevo dire è che con un brano in particolare ho sempre riscosso un successo (leggi: approvazione) incredibile: si tratta di Guarda che luna interpretato da Petra Magoni&Ferruccio Spinetti.
Lei penso che sia una delle migliori voci presenti in Italia (non me ne intendo, ma potrebbe benissimo essere La migliore), lui è un altrettanto valente contrabbassista, già in forze agli Avion Travel, e insieme hanno formato questo duo, a nome Musica Nuda appunto, in cui le canzoni sono interpretate solo da loro due. Contrabbasso e voce dunque, nient'altro.
Questo era il loro primo album e fu una vera rivelazione, canzoni d'ogni dove e tempo (da Eleanor Rigby a Prendila Così a Monteverdi) reinterpretate in questa forma piuttosto inusuale. Tra l'altro pare che l'intero album sia stato registrato per gioco in un pomeriggio, e non è difficile crederlo tanto palesemente traspare la spontaneità di certi momenti.
Poi hanno pubblicato altri album, altrettanto belli e con qualche concessione in più alle collaborazioni (Stefano Bollani, per esempio) ma che semplicemente erano meno sorprendenti nella formula del primo.
Quel brano, Guarda che luna, è pure diventato un classico delle mie interpretazioni a cappella (robe che solo i miei parenti più stretti ed innocenti possono sopportare) e l'altra sera mi è venuto in mente di proporlo al più piccolo dei miei pargoli. Mentre mi ascoltava cantare quelle parole, i facili riferimenti alla luna e al mare, la notte, l'amore... sembrava rapito.
Oggi ho rispolverato il cd e gliel'ho messo a disposizione sulla sua malandata radioCD.
Risultato: unica canzone ad essere ascoltata da quell'essere smisuratamente impaziente dall'inizio alla fine. Di solito lui di una canzone ascolta i primi 7-10 secondi, poi skippa alla successiva. Con questa invece no, dall'inizio alla fine e poi di nuovo.
Devo dire che oggi l'avrò sentita 30 volte e che quindi mi sta venendo un pochino a noia, ma tutto sommato, paragonata alla Vecchia fattoria, è un gran bel passo avanti.
Per Down on the street c'è tempo.

venerdì 5 novembre 2010

Massimo Volume - Cattive Abitudini

Sono tornati.
Uno dei gruppi italiani migliori di sempre, di quelli che ci si può osare a fare ascoltare anche ad amici e colleghi stranieri, convinti di riuscire a strappargli un cooool! o un parbleu e di levargli dalla faccia quell'aria da voi italiani tanta melodia e serenate e tarantelle, ma il rock non lo sapete fare neanche un po'.
Avevano anche l'aria del mito bruciato in fretta. Tre album magnifici tra il '95 e il '99, poi lo scioglimento alle prime avvisaglie di cedimento. Ritirati prima del declino, insomma.
Scelta talmente saggia da valergli per più di 10 anni il titolo di mai abbastanza rimpianti. Erano diventati i mai-abbastanza-rimpianti Massimo Volume, insomma.
E invece, dopo qualche avvisaglia (un reunion-tour nel 2008, qualche colonna sonora), hanno pubblicato un nuovo album.
E siamo di nuovo lì. Chi già li conosce , li ritroverà in pieno: raffinato, semplice, ma non banale rock, chitarre-basso-batteria a pulsare e disegnare trame sofisticate ed avvolgenti in zona post-rock e su tutto la voce recitante e profonda di Emidio Clementi a narrare squarci di vita, di sogno, di riflessioni.
Come 15 anni fa, ma suonato ancora meglio, ancora più fluido, ancora più amalgamato ed orchestrato con precisione impressionante.
Chi non li conosce invece, li conosca. Ne vale davvero la pena.

Infine: il 18 novembre parte il tour da Torino, assieme ai Bachi da Pietra, altro notevolissimo gruppo nostrano, pure loro con un disco appena pubblicato. Se capitano dalle vostre parti approfittatene.

giovedì 28 ottobre 2010

A day in the life of the Beatles

Roba forte per nostalgici da competizione, assatanati del vintage, melomani e/o fotomani inguaribili. L'altroieri, nel medio 1968, i 4 liverpudliani famosi dovevano comparire sulla copertina di Life, che avrebbe cominciato a pubblicare a puntate la loro biografia. Rifiutando i fotografi ritrattisti più à la page, che so, Avedon o Irving Penn o il super-sixties Lewis Morley, scelsero di posare per Don McCullin, reporter di guerra, passando con lui un intera giornata "normale". Adesso tutti gli scatti di quella normale domenica sono stati pubblicati in un libro "A day in the Life of the Beatles" (triplo gioco di parole, apperò...) uscito uora uora per Rizzoli USA. Le foto sono, ovvio, di McCullin, il testo di tal Sir James Paul McCartney. Un assaggio prelibato è disponibile qui, ma, ulteriore strenna per i nostalgiconi, qui c'è tutto il numero di Life con cui inizia la storia.

sabato 9 ottobre 2010

Versi prima di coricarsi - Peter Hammill, Man-Erg.

I'm just a man, and killers, angels, all are these,
dictators, saviours, refugees in war and peace
as long as Man lives...
         

giovedì 7 ottobre 2010

Antony in preview

Non state più nella pelle, eh? Non ne potete più dell'attesa? Avete consumato le unghie a furia di rosicchiarle?
Sfogatevi allora. Il Guardian ha messo in streaming l'intero nuovo album di Antony and the Johnsons, la cui uscita è prevista per l'insopportabilmente lontano 11 ottobre.
(NB Se vi interessa, la traccia in cui duetta con Björk è Flétta)